venerdì 21 novembre 2025

Il cibo è un diritto umano per tutti! Garantire sistemi alimentari sani, giusti e sostenibili

La Rete Nazionale dei Borghi   DeCo insieme a 160 associazioni europee ha aderito all'Iniziativa 

" Il cibo è un diritto umano per tutti! " 


Buon cibo per tutti

Adesione (e promozione) dell'Iniziativa Cittadina Europea sul Diritto al cibo

C O N D I V I D I A M O  

  VISION  e   MISSION

o    Sancire il diritto al cibo nelle leggi e nelle politiche dell’UE

o   Sostieni i contadini e l'agroecologia

o   Garantire prezzi equi e diete sane

o   Rafforzare il benessere degli animali

o   Contrastare la concentrazione terriera e i monopoli di mercato

o   Vietare la speculazione sulle materie prime agricole e alimentari

 




Obiettivi:

Almeno un quinto della popolazione europea non ha accesso a un'alimentazione adeguata. I sistemi alimentari industriali aggravano l'insicurezza alimentare, il cambiamento climatico, l'inquinamento, la perdita di biodiversità, lo sfruttamento del lavoro e la sofferenza degli animali. L'UE deve garantire il diritto al cibo in modo sistemico e promuovere sistemi alimentari sani, giusti, umani e sostenibili per le generazioni presenti e future.

Per raggiungere questi obiettivi è necessario proporre o modificare atti giuridici dell'UE in questi settori:

•         Sistemi alimentari equi e governance democratica

•         Sostegno alle iniziative nazionali di protezione sociale

•         Riconoscere che i prodotti agricoli e alimentari non sono merci ordinarie.

•         Sostegno all'agroecologia contadina e ai sistemi alimentari territoriali

•         Lotta alla concentrazione dei terreni agricoli

•         Sostegno ai sistemi di sementi contadini

•         Regolamentazione rigorosa degli OGM, compresi quelli ottenuti con nuove tecniche genomiche

•         Gestione sostenibile dell'acqua

•         Rafforzamento del benessere degli animali

•         Sostegno al consumo di frutta e verdura e regolamentazione dei prodotti alimentari ultra-lavorati

•         Approvvigionamento alimentare sostenibile

•         Etichettatura significativa degli alimenti

•         Stop agli sprechi alimentari

•         Rafforzamento del diritto al cibo nei Paesi terzi

Chiediamo all'UE di rendere il diritto al cibo una realtà e di integrarlo nel quadro giuridico dell'UE che ha un impatto sul diritto al cibo nell'UE e all'estero.



 Chiediamo alla Commissione europea (CE) di trasformare il diritto al cibo in realtà. Il diritto all'alimentazione è riconosciuto nei trattati internazionali ratificati da tutti i Paesi dell'UE. È garantito quando tutti hanno un accesso dignitoso a un'alimentazione adeguata su base sostenibile. Si realizza sistematicamente garantendo l'accesso alle risorse produttive, a un salario o a un reddito dignitoso e alle politiche sociali.

Esortiamo la CE a:

1.  Promuovere un regolamento sui sistemi alimentari sostenibili ed equi basati sul diritto al cibo.

2.  Creare un Consiglio alimentare dell'UE per coordinare l'azione, dando priorità alle voci dei meno rappresentati e tenendo conto delle disuguaglianze nell'accesso alle risorse e al potere di mercato.

3.  Proporre una direttiva volta a sostenere le iniziative nazionali di protezione sociale, in particolare per quanto riguarda la sicurezza sociale per il cibo, la cooperazione tra gli Stati membri e l'adozione di indicatori comuni di insicurezza alimentare e di attuazione del diritto al cibo.

4.   Riconoscere che i prodotti agricoli e alimentari non sono merci ordinarie, proponendo regolamenti volti a (i) tutelare un reddito dignitoso per i contadini e altri produttori alimentari su piccola scala e salari dignitosi per i lavoratori delle catene alimentari, (ii) consentire l'accesso ad alimenti sani, sostenibili e a prezzi accessibili per tutti, anche attraverso riduzioni dell'IVA, (iii) ridurre il potere di mercato delle grandi aziende in tutte le fasi delle catene alimentari e (iv) promuovere i mercati alimentari locali e regionali. Proporre una modifica della MiFiD II per vietare qualsiasi forma di speculazione sui prodotti agricoli e alimentari.

5.   Nella futura Politica agricola comune, aumentare considerevolmente il sostegno ai piccoli produttori, ai sistemi alimentari territoriali, al lavoro dignitoso, all'agricoltura biologica e all'agroecologia contadina. Rilanciare un regolamento per ridurre ulteriormente l'uso di pesticidi sintetici, fertilizzanti chimici e antimicrobici per gli animali da allevamento e l'acquacoltura.

6.  Proporre una direttiva per ridurre la concentrazione di terreni agricoli, sia nell'UE che all'estero, e per facilitare il ricambio generazionale e la parità di genere nell'accesso alla terra.

7.  Proporre un regolamento per sostenere l'autonomia dei sistemi sementieri contadini, l'agrobiodiversità e le sementi adatte alla produzione biologica o a quella con bassi input chimici di sintesi.

8.  Ritirare la proposta di deregolamentare le nuove tecniche genomiche (NGT) o, in alternativa, garantire sulla base di un regolamento un livello di protezione comparabile all'introduzione di OGM ottenuti con NGT rispetto alla legislazione attualmente in vigore, in particolare includendo l'obbligo di autorizzazione per tutti i tipi di NGT, la tracciabilità e l'etichettatura, e il divieto di brevetto per la riproduzione classica e per gli OGM ottenuti con NGT in assenza di pubblicazione dei processi che consentono di distinguerli da qualsiasi altro organismo. Sostenere la conoscenza scientifica indipendente per attuare i principi di tracciabilità, analisi del rischio e precauzione, anche per le NGT vecchie e nuove.

9.   Proporre una direttiva per una gestione sostenibile dell'acqua nella produzione agricola e per una pesca sostenibile.

10.  Proporre un regolamento che rafforzi gli standard di benessere degli animali, comprese le richieste della End the Cage Age ECI, e che introduca misure concrete per ridurre la produzione e il consumo di prodotti animali industriali, fornendo al contempo un adeguato sostegno agli agricoltori nella fase di transizione.

11.    Proporre una direttiva volta a promuovere diete sane e sostenibili, a sostenere un maggiore consumo di frutta e verdura e a regolamentare il consumo e la commercializzazione di alimenti e bevande ultra-lavorati per ridurre le malattie non trasmissibili e l'obesità correlate.


12.   Proporre un regolamento sugli acquisti alimentari sostenibili, che imponga agli Stati membri di garantire a tutti i bambini delle scuole pubbliche l'accesso a pasti scolastici sani, nutrienti, sostenibili e a prezzi accessibili, anche attraverso pasti gratuiti, e che dia alle autorità una maggiore autonomia nello sviluppo di sistemi alimentari locali.

13.    Proporre un regolamento per riformare e armonizzare l'etichettatura degli alimenti, al fine di aumentare le informazioni ai consumatori sulla qualità nutrizionale, l'origine geografica, i metodi di produzione, gli standard sociali e le sostanze potenzialmente nocive. Inoltre, il regolamento dovrebbe disciplinare la pubblicità dei prodotti il cui consumo deve essere limitato, in particolare per i bambini.

14.    Riconoscere la natura strutturale della perdita e dello spreco di cibo e adottare a tal fine una direttiva che contenga misure normative e politiche adeguate e obiettivi obbligatori di riduzione in tutte le catene alimentari.

15.   Modificare le proposte Omnibus della Commissione o, in alternativa, la direttiva CSDD per tutelare il diritto al cibo e mantenere gli obblighi di diligenza lungo l'intera catena alimentare.

16.   In considerazione delle attività internazionali dell'UE e della coerenza delle politiche per lo sviluppo, invitiamo la Commissione a presentare proposte finalizzate all'adozione di atti giuridici nelle seguenti aree:

(i)                  Autorizzazione ad avviare i negoziati necessari per subordinare tutti gli accordi commerciali esistenti e futuri alla necessità di tutelare il diritto all'alimentazione;

(ii)                 un regolamento che vieti l'esportazione o l'importazione di prodotti agricoli a prezzi che abbiano un impatto negativo sull'agricoltura contadina; e

(iii)               Un regolamento che vieta l'esportazione nei Paesi terzi di pesticidi sintetici e fertilizzanti chimici vietati in Europa.

Disposizioni dei trattati considerate rilevanti dal gruppo di organizzatori per l'azione proposta:

Articoli 2, 3, 21 del Trattato sull'Unione Europea, articoli 8, 11, 13, 38-44, 50, 101, 102, 104, 106,

108, 113, 114, 153, 156, 168, 169, 191, 192, 207, 208, 212, 352 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea e il Protocollo n. 27.


ADERENTI


FAQS

Osservatorio su Civicness ed Evoluzione della Società

 

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è stata riaperta l'indagine “Osservatorio su Civicness ed Evoluzione della Società (Osservatorio CIVES)”, promossa da CNR-IRCrES e Fondazione di ricerca Istituto Carlo Cattaneo: ora ha la possibilità di accedere al questionario completo, per contribuire alla ricerca sull’evoluzione di valori e pratiche civiche nella società contemporanea.

Per accedere al questionario clicchi sul pulsante qui sotto:

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Può accedere al questionario anche incollando questo link nel Suo browser web: https://orp.fossr.eu/v1/public/surveys/89d0b6c8-e3b3-46f8-bd8e-635e226313e4/start?ngsw-bypass, oppure accedendo all' area personale sul portale FOSSR-ORP.

L’indagine raccoglie le opinioni della popolazione adulta in Italia su temi chiave della vita collettiva, come partecipazione sociale e politica, fiducia nelle istituzioni, crisi climatica,nuove tecnologie e intelligenza artificiale, rapporto tra cittadini e scienza, sicurezza urbana.

Come segno di riconoscenza, al termine della compilazione potrà scegliere se riscattare un buono omaggio del valore di € 1,00 oppure devolvere la stessa somma, attraverso il panel, come donazione a un ente no-profit*.

Sarà possibile compilare il questionario fino al 15 dicembre.

Il questionario è parte del lavoro di ORP, panel realizzato all’interno del progetto FOSSR – Fostering Open Science in Social Science Research, finanziato dall’Unione Europea attraverso il programma NextGenerationEU.

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Montalbano emigrato da Porto Empedocle a Ragusa. Storia di una mala parte?


di Vito Lo Scrudato

La scrittura delle inchieste del più noto Commissario di Pubblica Sicurezza d’Italia è stata localizzata, all’atto dell’immaginazione e della stesura della narrazione, nel paese marinaro di Porto Empedocle, in provincia di Agrigento, tanto vicino alla città dei templi, da costituire un’unità urbana funzionale tra il capoluogo collinare e il porto, quest’ultimo a tradizionale vocazione commerciale.

La location della serie televisiva, invece, ha messo in campo le bellezze ineguagliabili della provincia di Ragusa, luogo dotato, da madre natura e dalla sua laboriosa gente, in modo strepitoso, di paesaggi rurali e urbani, di vedute, di ricercata e solare bellezza.

Le campagne ragusane sono costituite da una dolce teoria di colline verdi, per la maggior parte dell’anno, e poi pittoricamente ingiallite dalle restucce estive, tratteggiate dai muri a secco a sezione piramidale, arrotondate in cima, e decorate con maestria dall’inserimento di frequenti carrubi dalla chioma verde scuro, ampia e folta, come capelli cotonati.

A completare in modo ideale il paesaggio sono poi presenti le masserie e i palazzi nobiliari, che, oltre che belli di un’architettura antica, funzionale ed elegante, sono la testimonianza della cura, dedizione e capacità di innovazione agraria che caratterizzò la classe dirigente del passato nella Contea di Modica.

Tale concetto viene ben ricostruito da Luciano Ricceri:

“In Montalbano abbiamo avuto anche la fortuna di trovare sontuosità nell’architettura e negli interni, che non è poco. Questa regione del Sud condivide con l’Inghilterra una particolarità, che è quella dell’istinto alla conservazione. Qui un antiquario farebbe affari d’oro – e in effetti qualcuno li ha fatti – perché esiste ancora una grande quantità di ville piene di mobili di famiglia tramandati di generazione in generazione di cui i proprietari hanno voluto conservare tutto, anche dopo essere andati a vivere in abitazioni moderne. Così, masserie, ville e palazzi sono ancora com’erano un tempo: non c’è nessuno che abbia voluto ammodernare, semmai si è optato per un restauro. È gente che prova piacere a conservare le cose in maniera perfetta, ad averne cura. Un gusto che ho trovato appunto solo in Inghilterra, dove le persone dipingono e ridipingono e smaltano continuamente, con la massima attenzione” (L. Ricceri, “Alla ricerca di Vigàta”, in “Micromega – Camilleri sono”, 5/2018, p. 109).

 

Gli assetti urbani del ragusano sono fortemente e ancora felicemente segnati da quel barocco, unico, equilibrato, armonico e senza eccessi, il frutto, paradossalmente prelibato, prezioso, celebrato, di un’immane tragedia, come fu il terremoto del 1693. Oggi Ragusa Ibla, Modica, Ispica, Scicli, oltre che nutrimento raffinato di appetiti estetici, sono ancora la testimonianza di qual era la vivacità economica e culturale di quella Sicilia del passato.

Le chiese e i palazzi e le generali concezioni urbanistiche di quella illuminatissima nobiltà e di coraggiosi ordini religiosi, ci sorprendono oggi, stupiti e frastornati, preda di colpevole oblio (il rimbrotto vale solo per noi siciliani), oramai insufficienti al compito di ridare vigore e sviluppo alla nostra Isoletta, centro del Mediterraneo, lungamente centro del Mondo, oggi legittimamente ridotta da Sciascia e Camilleri a metafora di tutto il duro esistere degli uomini del mondo globalizzato.

I ragusani hanno confermato d’essere capaci di inventiva e laboriosità costruendo, anche al presente, un’economia agricola e della trasformazione agroalimentare, che si pone come una realtà avanzata nel panorama isolano: le masserie sono efficacemente diventate luoghi di ricezione alberghiera, di manifestazioni culturali e di apprezzabile ristorazione, mentre i prodotti alimentari hanno saputo imporsi, tanto per fare un esempio, con la qualità e l’originalità del cioccolato di Modica, gustoso e dietetico, decisamente alla moda!

C’è però un influsso diretto sul paesaggio urbano, esercitato proprio dall’evento televisivo, che potrebbe fare venire nostalgia del passato, come sembra avercene Luciano Ricceri:

“All’inizio, all’epoca dei primi film, nei pressi della casa di Montalbano, si trovavano delle barche di pescatori, che rendevano il quadro ancora più suggestivo. Su questa costa, a parte le grandi marinerie di Scoglitti e Porto Palo, sono disseminati piccoli porticcioli con tante barchette di pescatori, i quali ancora escono in mare con gozzi di 5-6 metri. Poi i pescatori se ne sono andati e hanno avuto inizio interventi, dai lampioni alle tettoie, che stanno cambiando la natura del paesaggio. Purtroppo in questi vent’anni i luoghi sono cambiati a volte in maniera tragica, come indica proprio il caso della piazza di Ibla. Prima era completamente deserta, ospitava solo un vecchio barbiere con una porticina grigio-azzurra, dello stesso colore di tutte le porte del paese, ed era stupenda. Oggi è diventata una sorta di luna park” (L. Ricceri, op. cit., p. 108).

 

Agrigento e Porto Empedocle in tutto questo potrebbero lamentare un esproprio perpetrato dalla produzione televisiva delle acute inchieste del Commissario nazionale. Forse che la nostra provincia è meno bella della Contea di Modica? Per non doverlo ammettere, così semplicemente e direttamente, diciamo che lo è in modo diverso.

Vorremmo resistere alla resa, mettendo in campo a difesa nientemeno che la Valle dei Templi, le spiagge sabbiose dell’intero litorale agrigentino, la leziosa e gentile città marinara di Sciacca e la frequente neve invernale della boschiva Montagna di Cammarata.

Forse che il simpatico sbirro camilleriano avrebbe avuto difficoltà a trovare una spiaggia degna, per una delle sue frequenti nuotate? In rappresentanza di tutti i lidi girgentani, da Eraclea Minoa – paesaggio, storia e mito! – a Bovo Marina fino alla Mollarella di Licata, basta riportare alla memoria visiva la scala dei Turchi, una spettacolare formazione di candida marna, balcone panoramico affacciato sullo stesso mare africano, lo stesso mare della ragusana Punta Secca.

Forse che Salvo Montalbano e il suo vice Mimì Augello (arcaismo per “uccello” dal provenzale antico auzel, che è organo del quale il vicecommissario fa alacre uso!), verrebbero sminuiti in alcun modo se intrattenessero una conversazione investigativa lungo i viali che fiancheggiano i templi greci?

Forse che si perderebbe nulla della magia narrativa televisiva se Montalbano invitasse la sua sempreverde fidanzata Livia in un ristorante sulla piazza Scandaliato di Sciacca, con vista alta sul porto, o un agriturismo sulla neve dei secolari querceti cammaratesi?

Così come Sciascia credette per anni che Il Gattopardo fosse stato pensato da Tomasi Di Lampedusa nella residenza di Palma di Montechiaro e non  Santa Margherita Belice, come nella realtà del vissuto e nella dimensione creativa dell’autore, allo stesso modo Punta Secca in televisione ci era sembrato un vertice della bella spiaggia di Realmonte (Montereale nell’invenzione dello scrittore empedoclino), dove una casetta si spinge fin sull’arenile.

Non era così e quando lo scrivente di questa noterella lo seppe, volle andare di pirsona pirsonalmente (Catarella docet!) a Ispica, Modica, Ragusa e Punta Secca, per scoprire che la spiaggia di Realmonte è assai più bella dell’angusto lido ragusano e che la casa-set fruisce di tutte la maestria di cui sono capaci i tecnici televisivi, essendo nella realtà sghemba, piccola e sicuramente abusiva. Insomma la visione della casa con terrazza balconata sul mare e della spiaggetta, ci fecero rimpiangere la maestà della girgentana scala dei Turchi.

Tanto di cappello invece per l’edificio e la strada di Scicli scelta come sede del commissariato della TV, gli scorci urbani di bianche pietre e le scalinate di Modica e Ragusa Ibla, le campagne dei muri a secco e dei rigogliosi carrubbi, le imponenti aziende rurali, così come per i tanti interni di case antiche e solenni, scelti per frequenti scene ricche di atmosfera, che rimandano all’idea di una Sicilia ancora sede di una vita domestica passata, una specie di anciènt regime della quotidianità, sopravvissuta alla modernità.

Per la verità, sbollito il sopportabile disappunto campanilistico di agrigentino tradito, bisogna dire con decisione che Andrea Camilleri, con la serie televisiva del noto Commissario, ha fatto un gigantesco regalo alla Sicilia, per quanto alla percezione dall’esterno, ma soprattutto per quanto riguarda la percezione che gli stessi isolani hanno avuto ed hanno dell’Isola. Tutto è cambiato e in meglio, in molto meglio!

Tornando ai luoghi agrigentini della narrazione camilleriana, ci si ritrova per necessità ineludibile di fronte al paese d’origine dello scrittore, che prima di chiamarsi Vigàta si chiama Porto Empedocle, luogo fondamentale col quale l’autore ha intrattenuto intensa relazione a partire da una sognante – e sempre in seguito evocata e risognata – infanzia, la fonte di apprendimento della lingua e della cultura poi trasfigurata nell’opera narrativa.

Andrea Camilleri fu un bambino capace di osservare e perciò di imparare quel mondo di valori gerarchicamente ordinati, dalla sua famiglia e dalla scuola, che seppero dargli stimoli adeguati a formare, più tardi, il complesso teatro, in cui hanno agito i suoi personaggi e i luoghi di vita, le passioni, la morte, il delitto e il superamento catartico di quest’ultimo, attraverso l’amministrazione della giustizia:

“Il mio era un paese di terra e di mare. Aveva un hinterland abbastanza grande da potervi fare allignare i germi di una cultura contadina che si intrecciavano, si impastavano con quelli di una cultura più articolata e mossa, che era propria dei pescatori, dei marinai. Dal tempo della mia infanzia molte cose sono naturalmente cambiate, in meglio o in peggio non mi interessa, ma proprio perché cambiate rischiano di perdersi, di svanire anche all’interno della memoria. Che io abbia fermato alcune cose sul foglio non ha altro scopo che quello di stenografare un appunto d’uso personale: non vuole proporre paragoni, suscitare rimpianti” (A. Camilleri, Il gioco della mosca, Sellerio editore, Palermo 1999).

Molta parte dell’opera di Andrea Camilleri è in definitiva un gigantesco atto d’amore per quel paese, per quel luogo che lo vide bambino e adolescente, luogo della nostalgia, vivo e in evoluzione, e infine trasfigurato nell’opera letteraria e che gli rimase dentro la testa e nel cuore nei decenni successivi vissuti a Roma.

Lo scrittore tornava a Porto Empedocle con regolarità, ne studiò la storia e fu fatalmente attratto dalla tozza torre di Carlo V, posta a guardia del porto.

Porto Empedocle, il suo ineludibile presente, ma ancora di più il suo passato, dunque, fu il campo della curiosità, delle esercitazioni intellettuali e della nostalgia, nei lunghi anni di permanenza a Roma come regista televisivo, di un Camilleri, che come molti esuli siciliani, non spezzò mai il cordone ombelicale che lo tenne legato al suo vissuto individuale e ancor di più alla storia della sua stirpe.

È lo stesso Camilleri a rappresentare il contesto storico e geografico del territorio di Porto Empedocle, il cui destino, fin dall’antichità, è strettamente incardinato nella storia di Agrigento:

 

“Non sempre la Borgata Molo si era chiamata così. Quando Agrigento era conosciuta come Akragas al tempo dei Greci o come Agrigentum al tempo dei Romani, forse la Borgata era il punto estremo e anonimo di una fitta serie di commerci che si svolgevano lungo tutta la pilaja a partire dalla contrada San Leone. La città era celebrata; poeti, storici, geografi, da Pindaro a Polibio, da Cicerone a Diodoro, quelli che la vedevano restavano ammammaloccuti per lo sfarzo degli edifici e il tenore di vita dei suoi abitanti. […] Diodoro conta che quando l’agrigentino Esseneto ce la fece a vincere i giochi olimpici, trecento carrozze ognuna tirata da quattro cavalli bianchi gli si fecero incontro al ritorno. C’è un piccolo particolare: le carrozze erano d’avorio “poiché sappiamo che le carrozze di tal fatta, in Agrigento, vi si contavano a centinaia” […] dopo le mazzate avute dai Cartaginesi, e con l’arrivo degli Arabi, la città divenuta Kerkent, si arroccò in cima alla collina che aveva alle spalle e spostò il centro dei suoi traffici marinari verso quella che sarebbe diventata la Borgata Molo. Difatti verso il 1150 Il musulmano Idrisi, geografo, scriveva al re Ruggero che “quivi si raccolgono le navi”: segno che se “l’eccelsa potenza” (è Idrisi che lo dice) era un poco calata, il commercio ancora andava che era una bellezza. […] un diploma dell’epoca [‘400] lo definisce “lo migliori et lo principali porto di quisto regno”. Migliore, ma soggetto a quello che oggi si direbbe un grave handicap: la sua particolare dislocazione faceva sì che fosse oggetto di rapide quanto devastanti razzie; i predatori, con i loro velieri, usavano appostarsi al riparo di una collina di Marna a strapiombo sul mare e che sulle acque fa come un piccolo promontorio, detta” Scala dei Turchi “; da lì, non appena gli veniva il vento a favore, erano in grado di piombare in un vìdiri e svìdiri sulla spiaggia e agguantare le mercanzie. Per porvi riparo, essendo imperatore Carlo V, il viceré Giovanni Vega fece costruire nel 1554 ‘una rocca molto forte sì di fabbrica come di munitione, per la sicurezza del formento, nel qual luogo ne viene grandissima copia’, come scrive Camillo Camilliani nella sua Descrizione della Sicilia del 1584” (La strage dimenticata, in A. Camilleri, Romanzi storici e civili, Mondadori, Milano, 2004, pp. 115-17).

Tutto nella narrazione camilleriana ci parla dettagliatamente di Vigàta-Porto Empedocle, delle sue piazze, delle sue strade, delle sue trattorie, delle sue periferie abbandonate, della sua gente, trasformata in una numerosissima teoria di personaggi: i buoni, gli ingenui, i mafiosi, i cornuti, i furbi, i minchioni, gli onesti, gli avidi, i tanti diavoli, i più rari santi, i saggi e i pazzi.

 

giovedì 20 novembre 2025

La cucina italiana, l'esaltazione dell'identità territoriale

La decisione finale spetta al Comitato Intergovernativo che si riunirà a New Delhi dall’8 al 13 dicembre.

        Il cuore della candidatura della cucina italiana a patrimonio immateriale dell’UNESCO è molto profondo. È un gesto. È un modo di stare al mondo. È l’atto del cucinare, così come viene vissuto, tramandato, condiviso ogni giorno nelle case, nelle piazze, nelle campagne, nei borghi del Paese.


        Il dossier tecnico lo dice con chiarezza: non si tratta di proteggere ricette o oggetti, ma la pratica viva che dà forma alla nostra storia alimentare. Una pratica che respira nei ritmi delle famiglie, negli odori che attraversano le case la domenica, nelle feste di paese, nei mercati dei produttori, nei silenzi operosi delle cucine domestiche.      

        Cucinare, in Italia, è un’esperienza stratificata: un sapere fatto di mani che impastano, di gesti ripetuti, di rituali che si assorbono fin da bambini, è una pratica che trascende il bisogno di nutrirsi. È un linguaggio. Una memoria collettiva. Un atto che crea comunità.



E ogni comunità qui è diversa. È questa la ricchezza: la cucina italiana non è una, ma infinite. Una somma di paesaggi, tradizioni, dialetti, stagioni. Una trama di “paesaggi gastronomici viventi” che raccontano il rapporto profondo tra cibo e territorio. È lo stesso principio che ha reso la Dieta Mediterranea patrimonio UNESCO: non una lista di alimenti, ma un modello di vita fondato sulla stagionalità, sull’equilibrio ecologico, sulla convivialità. La cucina italiana ne è un’erede naturale: nel rispetto della terra, nella celebrazione delle piccole economie agricole, nell’uso di ingredienti semplici trasformati con intelligenza e amore.

In questo quadro, i Borghi GeniusLoci De.Co. rappresentano, la narrazione più autentica di tutto ciò. Sono luoghi in cui il cibo non è solo preparato, ma vissuto. Dove la biodiversità si tocca con mano nei campi e negli orti; dove una ricetta non è mai solo un insieme di passaggi, ma il racconto di una famiglia, di una comunità, di un paesaggio. Nei borghi la stagionalità non è uno slogan: è il ritmo della vita quotidiana. Le De.Co. custodiscono prodotti identitari che sopravvivono proprio grazie alla forza delle comunità locali, alla loro capacità di proteggere ciò che rende unico un territorio.

   


Questa ricchezza è nata spesso da cucine considerate “povere”, ma ricchissime di ingegno. Le ricette anti-spreco di una volta, oggi tornate attualissime, raccontano un rapporto rispettoso con le risorse, un’attenzione che Pellegrino Artusi aveva già colto e raccontato nel 1891 con La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene. Ma l’eredità di Artusi non è fatta solo di ricette: è un invito a custodire la memoria culinaria come patrimonio affettivo. Nasce da qui quella che oggi chiamiamo “cucina degli affetti”: un filo che lega generazioni, che attraversa l’Italia e arriva fino alle comunità italiane nel mondo, che hanno portato con sé non solo piatti, ma modi di cucinare e di stare insieme.

Per questo l’eventuale riconoscimento UNESCO avrebbe un valore simbolico enorme. La cucina italiana sarebbe la prima al mondo a essere tutelata nella sua interezza. Un segnale forte: il cibo non è solo commercio, turismo o spettacolo televisivo. È cultura. È identità. È relazione.

Ma perché questa storia continui a vivere – e non solo a essere celebrata – serve un impegno quotidiano: cuochi, produttori, artigiani devono difendere la stagionalità, il valore delle varietà locali, le filiere corte. Devono rifiutare le scorciatoie che appiattiscono i sapori e omologano le identità. Perché una cucina vive solo se resta fedele alle sue radici e alle sue comunità.

In fondo, tutto si riduce a questo: ogni volta che si cucina, in Italia, non si prepara solo un piatto. Si mette in tavola un pezzo di paesaggio, un frammento di storia, una memoria condivisa. E si rinnova un rito che, da Nord a Sud, nei borghi come nelle città, continua a tenere insieme un Paese intero.

venerdì 14 novembre 2025

La Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci De.Co. nel quadro dell’Atlante del Cibo




La Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci De.Co. rappresenta oggi una delle esperienze più innovative nel panorama italiano della valorizzazione territoriale, ponendosi come piattaforma culturale e operativa capace di connettere identità locali, sistemi produttivi tradizionali e nuove politiche del cibo. Inserita nel più ampio dibattito sull’Atlante del Cibo – strumento strategico per leggere, mappare e interpretare le dinamiche socioeconomiche e alimentari dei territori – la Rete contribuisce in modo determinante alla costruzione di una narrazione organica delle comunità rurali italiane e delle loro eccellenze agroalimentari.



L’approccio dei Borghi GeniusLoci De.Co. nasce dall’idea che il cibo sia un dispositivo territoriale complesso, capace di esprimere storia, pratiche comunitarie, biodiversità coltivata e trasformazioni socio-economiche. La Denominazione Comunale, intesa non come marchio commerciale ma come processo culturale, diventa così uno strumento di rigenerazione, orientato a riconoscere e tutelare patrimoni spesso fragili: antiche filiere contadine, artigianalità gastronomica, paesaggi rurali, riti e saperi che costituiscono l’essenza stessa del genius loci. In questo senso, la Rete si integra perfettamente con la logica dell’Atlante del Cibo, contribuendo a rendere visibili le trame che legano produzione, trasformazione, distribuzione e consumo.

La Rete opera su tre piani principali. Il primo è quello territoriale, basato su un dialogo costante con le amministrazioni locali, le comunità rurali, le imprese agricole e le associazioni. L’obiettivo è definire un perimetro identitario chiaro, attraverso la ricognizione delle pratiche alimentari e dei prodotti profondamente radicati nella storia di ogni borgo. Questo lavoro permette di costruire una mappatura partecipata, in cui ogni denominazione comunale non è un semplice elenco di produzioni tipiche, ma l’esito di un percorso di riconoscimento condiviso.



Il secondo piano riguarda gli approcci e i metodi. La Rete adotta strumenti di ricerca multidisciplinari – antropologici, storico-documentali, agronomici e socioeconomici – integrandoli con processi di ascolto attivo della comunità. I laboratori territoriali, le audizioni pubbliche, le attività di co-progettazione e i percorsi di formazione sono elementi centrali per definire le produzioni De.Co. e per far emergere nuove forme di cooperazione locale. Questo lavoro metodologico confluisce nell’Atlante del Cibo attraverso schede, mappe, narrazioni e analisi che rendono leggibile la complessità dei territori interni italiani.

Il terzo piano è quello dei risultati e degli impatti. L’azione della Rete ha già generato un rafforzamento della consapevolezza comunitaria, una maggiore coesione tra attori locali e una nuova attenzione verso la qualità del paesaggio rurale. Allo stesso tempo, ha contribuito a sviluppare micro-economie locali basate sulla valorizzazione delle produzioni agricole tradizionali, incoraggiando forme di turismo esperienziale e culturale che mettono al centro il cibo come elemento di attrattività. In prospettiva, l’inserimento sistematico delle esperienze De.Co. nell’Atlante del Cibo potrà amplificare tali impatti, offrendo uno strumento unificato di lettura e promozione del patrimonio agroalimentare italiano.



Così, la Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci De.Co. si configura non soltanto come un progetto di tutela identitaria, ma come una vera infrastruttura culturale e territoriale. Una rete capace di dialogare con il mondo urbano, di interpretare le sfide della transizione ecologica e di riaffermare il ruolo dei borghi rurali come custodi di conoscenze preziose per il futuro del sistema alimentare italiano.

giovedì 13 novembre 2025

Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano

 

La nuova edizione del Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano curato da Roberta Garibaldi, presidente dell’Associazione Italiana Turismo Enogastronomico (AITE) e docente all’Università di Bergamo, con il sostegno di Visit Emilia e di Valdichina Living, mette per la prima volta al centro la domanda internazionale. E i risultati, presentati   al Bto-Be Travel Onlife di Firenze, del Rapporto che dal 2016 monitora con rigore e continuità l’evoluzione di uno dei segmenti più strategici per il turismo nazionale, confermano l’eccezionale capacità attrattiva del fattore “gusto” tra i viaggiatori internazionali che scelgono l’Italia come destinazione per le proprie vacanze.  



Analizzando in modo comparativo i sei mercati esteri più importanti per l’Italia — Germania, Regno Unito, Stati Uniti, Austria, Svizzera e Francia — il Rapporto 2025 permette di comprendere non solo l’interesse verso il turismo enogastronomico, ma anche le aspettative e le esperienze vissute dai turisti stranieri in Italia. “Capire come ci vedono e come ci vivono è il primo passo per governare il cambiamento, in un settore che continua a crescere a ritmi sostenuti, affermandosi come uno dei segmenti più dinamici dell’economia turistica globale.” spiega Roberta Garibaldi 


LA FONDAMENTALE ATTRAZIONE DEL GUSTO PER GLI STRANIERI 

Il Rapporto evidenzia che, negli ultimi tre anni, tra viaggi domestici ed internazionali, la quota di turisti che ha viaggiato per l’enogastronomia varia dal 60% in Regno Unito al 74% in Francia, con un aumento dal 2016 tra i 15 a 28 punti percentuali. E l’Italia è associata principalmente, come destinazione del viaggio, a “cibo e vino”, citati dal 55% dei tedeschi e degli svizzeri/austriaci e dal 54% degli statunitensi; solo tra i francesi che scelgono l’Italia prevalgono i monumenti storici (50%). 

Nella scelta della destinazione, contano soprattutto la bellezza del paesaggio rurale (oltre l’80% in tutti i mercati, con un massimo dell’88% in Francia) e la presenza di ristoranti locali (81% in Francia, 79% negli USA). Gli americani attribuiscono più valore a esperienze tematiche (69%) e ristoranti gourmet (59%). 

Le principali motivazioni per scoprire l’enogastronomia sono provare nuove esperienze (52% in UK e USA) e arricchire il proprio bagaglio culturale (34% in Francia), seguite da divertimento (36% USA). I francesi si distinguono per vedere l’enogastronomia come occasione per concedersi un lusso (36%), mentre tedeschi e svizzeri/austriaci per immergersi nei paesaggi rurali. 

Le regioni più attrattive per i turisti internazionali sono Toscana (69% US/FR; 66% AT+CH), Sicilia (66% FR; 62% US), Sardegna (63% FR) e Puglia (63% FR). Tra le destinazioni enoturistiche prevalgono Chianti (fino al 41% US) ed Etna (fino al 40% FR), a seguire troviamo Montepulciano (42% AT+CH), Montalcino (27% US) e Bolgheri (25% AT+CH). Buone preferenze anche per Cinque Terre (26% AT+CH) e Food Valley dell’Emilia-Romagna (24% US). 

Il Rapporto prende poi in considerazione le fonti ispirazionali, con un grande ruolo del tradizionale – i consigli di amici e parenti arrivano a rappresentare il 60% in Germania, UK e USA – e i mezzi scelti per la prenotazione delle esperienze, con i canali digitali che assumono rilevanza soprattutto tra francesi e americani, mentre tedeschi e britannici mostrano una maggiore propensione a decidere sul posto. Cresce l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Tra le esperienze gastronomiche prevalgono i ristoranti locali (68% per i francesi, 71% AT+CH) ma anche gli etnici, poi le visite in cantina (fino al 36% in area AT+CH), seguite da caseifici (34% in Francia) e birrifici (25% FR, 26% US). La disponibilità di spesa: per un pasto tipico la maggioranza si concentra tra 21 € e 60 € (oltre il 50% dei casi in ogni Paese), per i tour in cantina con degustazione prevale la fascia 21–40 € (fino al 35% in area AT+CH), mentre le esperienze in acetaia e nei musei del gusto si collocano per oltre la metà dei rispondenti sotto i 20 €. 

Infine, ecco l’intenzione di viaggio in Italia da parte dei turisti stranieri, che nei prossimi tre anni è altissima: la quota “molto probabile + probabile” va dal 55% in Germania al 81% in AT+CH (UK 59%, US 57%, FR 70%); i “molto probabile” toccano il 50% in AT+CH e il 34% in Francia. E l’inclusione di esperienze enogastronomiche nel pacchetto vacanza appare importante: le valutazioni 8–10 arrivano al 62% negli USA, seguite da 38–40% in UK/FRAT+CH e 36% in Germania. Un alto potenziale, oltre al mondo vino, caratterizza l’oleoturismo, con esperienze come le cene negli uliveti (oltre 50% in tutti i mercati) e il turismo della birra.  

 

LE NUOVE TRAIETTORIE DEL TURISMO DEL GUSTO 

Dalla ricerca emerge con chiarezza come il turismo enogastronomico stia entrando in una nuova fase. Il viaggiatore di oggi non cerca soltanto il “piatto iconico”, ma un rapporto più profondo con i territori, le persone e le storie che li abitano. 

Si osserva un ritorno all’essenziale, fatto di esperienze semplici e radicate nel paesaggio, dove il valore risiede nei gesti dell’ospitalità e nella quotidianità della produzione agricola. Cresce parallelamente l’interesse per forme di intimità gastronomica, come tavoli dedicati, incontri diretti con chef e produttori, degustazioni per piccoli gruppi curate in modo personale. 

Si sviluppano inoltre vere e proprie comunità del gusto, dai wine club agli orti condivisi, fino alle cucine partecipate: spazi dove il cibo torna ad essere occasione di relazione e appartenenza. Infine, si rafforza il trend già presente di benessere e longevità, che porta i viaggiatori a scegliere luoghi in cui la qualità della vita, dell’ambiente e dell’alimentazione è percepita come parte integrante dell’esperienza – come accade nelle Blue Zones italiane. In questa prospettiva, l’esperienza enogastronomica evolve: non si tratta più solo di assaggiare un territorio, ma di entrarvi in relazione. 

 

GOVERNANCE E INNOVAZIONE: LA SFIDA DEI TERRITORI 

Per accompagnare questo cambiamento, le destinazioni italiane sono chiamate a rafforzare quattro leve chiave: 

  • Stewardship territoriale: passare dalla sola promozione alla cura condivisa del territorio e delle sue comunità; 
  • Misurazione degli impatti: valutare non solo i flussi, ma gli effetti sociali, culturali e ambientali del turismo; 
  • Digitalizzazione e intelligenza artificiale: strumenti indispensabili per migliorare visibilità, personalizzazione e gestione delle presenze; 
  • Professionalizzazione delle competenze: soprattutto nelle realtà agricole, artigiane e nelle piccole imprese, che rappresentano l’ossatura del settore. 

La competitività non è più determinata dal numero dei visitatori, ma dalla qualità dell’esperienza, dalla capacità di mantenere vivi i territori e dal valore condiviso che il turismo è in grado di generare. 

In un’Italia caratterizzata da dinamiche territoriali contrastanti: da un lato le destinazioni iconiche che continuano a registrare elevati flussi turistici, dall’altro borghi e aree interne che faticano a mantenere vitalità economica e sociale. In questi contesti, la progressiva riduzione di servizi e attività produttive locali si accompagna alla perdita di competenze e saperi tradizionali. Il turismo enogastronomico può rappresentare una leva strategica di valorizzazione e rigenerazione: genera valore economico e mette in relazione agricoltura, artigianato, ospitalità e cultura. “Perché questo potenziale si traduca in risultati concreti – sottolinea Garibaldi – è necessario un approccio sistemico che integri politiche di coesione, infrastrutture adeguate, misure fiscali mirate e un rafforzamento delle competenze professionali”.  

Un punto cruciale riguarda la comunicazione mirata alle nuove generazioni. Il turismo enogastronomico deve cambiare linguaggio: non servono più brochure e storytelling tradizionali, serve una presenza digitale autentica, visuale, virale. Eppure, solo una minima percentuale di imprese agricole italiane è presente su piattaforme come TikTok o YouTube, mentre sono proprio questi gli spazi dove si forma la percezione del made in Italy tra i giovani di tutto il mondo. 

 

AI, CHI NON APPARE NON ESISTE 

Una delle sezioni più innovative del Rapporto è dedicata all’impatto dell’intelligenza artificiale. Già oggi, il 21% dei turisti americani e il 18% dei francesi pianificano il proprio viaggio attraverso piattaforme che la integrano, che diventeranno sempre più importanti non solo in termini di programmazione dell’esperienza, ma anche come mezzi di sostituzione/integrazione delle attuali ricerche online. Questa rivoluzione determina la necessità, per le aziende, di avere le carte in regola per essere selezionate dall’intelligenza artificiale. Se i dati di un’azienda non sono aggiornati o non leggibili dai sistemi AI, quella realtà rischia semplicemente di non esistere digitalmente. Per questo, il Rapporto propone un box operativo – “Dentro o fuori la mappa digitale” – con indicazioni concrete per imprese, DMO e consorzi: uniformare i dati, essere presenti sui portali esperienziali globali (GetYourGuide, Viator, Airbnb Experiences, Musement,…), usare formati strutturati e costruire reti informative condivise. “L’intelligenza artificiale – sottolinea Garibaldi – non è solo un supporto: è la nuova infrastruttura del turismo”. E chi saprà dialogare con essa, mantenendo autenticità e qualità, sarà protagonista della prossima fase. 

 

COMPETENZE E NUOVE PROFESSIONI 

Un altro tema chiave riguarda le competenze. Molti produttori agricoli e artigiani, eccellenti nella loro attività, non dispongono però delle conoscenze digitali o turistiche necessarie per aprirsi al mercato dell’esperienza. Per questo, il Rapporto richiama le evidenze del Libro Bianco sulle Professioni del Turismo Enogastronomico (Garibaldi, 2024), che ha identificato figure cruciali come l’hospitality manager, il consulente per il turismo enogastronomico, l’addetto alle visite, il product manager per il turismo enogastronomico ed il curatore di esperienze enogastronomiche. Il futuro passa da una rete di supporto territoriale: consulenti condivisi messi a disposizione da DMO, consorzi e associazioni per accompagnare le piccole imprese nella transizione tecnologica e turistica. “Il nostro tessuto produttivo è fatto di eccellenze piccole ma straordinarie. Dobbiamo permettere loro di diventare parte di un ecosistema più grande, senza snaturarsi ma imparando a essere leggibili nel mondo digitale”, afferma Garibaldi. 

 

UN MODELLO ITALIANO FONDATO SUL VALORE 

 Le tendenze emerse delineano uno scenario di trasformazione profonda, in cui il turismo enogastronomico si afferma come leva strategica per uno sviluppo più umano, integrato e responsabile, capace di valorizzare i territori non solo come luoghi di consumo, ma come ecosistemi culturali, sociali ed economici in evoluzione. La vera frontiera consiste nell’integrare tre forme di intelligenza — naturale, sociale e artificiale — come componenti complementari di uno stesso ecosistema. È solo dal loro equilibrio che può nascere un modello di sviluppo realmente rigenerativo, in cui il dato dialoga con la natura e le comunità mantengono un ruolo centrale. “il futuro del turismo enogastronomico non si misura più nei volumi, ma nel valore generato — economico, sociale e culturale. In un mondo che tende all’artificiale, l’intelligenza più avanzata potrebbe tornare a essere quella che nasce dalla relazione armonica tra uomo, comunità e natura: il principio che da sempre sostiene il valore profondo della cucina italiana e dei territori che la esprimono. L’Italia ha le risorse per costruire un modello distintivo, in equilibrio tra tradizione e innovazione, tra locale e globale, tra identità e sostenibilità. Un modello capace di restituire significato al viaggio, dignità al lavoro e futuro alle comunità. Il turismo enogastronomico può diventare il laboratorio di un’Italia che unisce impresa, cultura e territorio. Abbiamo tutti gli ingredienti per riuscirci”, conclude Garibaldi. 

 

 

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mercoledì 12 novembre 2025

Il progetto OnFoodAtlas: per una rete italiana degli Atlanti locali del cibo



Abstract

Questo lavoro esplora il ruolo del progetto OnFoodAtlas nel rafforzare la capacità di produrre e condividere conoscenze sui sistemi alimentari locali, supportando la costruzione di politiche territoriali del cibo. Questo ruolo può essere ricoperto dagli Atlanti del Cibo intesi come strumenti di mappatura, analisi e co-produzione di conoscenza, capaci di integrare saperi scientifici e pratiche locali, attivare reti di attori e accompagnare processi decisionali. Il progetto mette in rete gli Atlanti già esistenti (Torino, Roma, Laguna Veneta, Matera) e punta a sperimentare il modello in aree “follower” (Cuneo metromontana, Rieti, Padova, Lecce), con approcci contestualizzati e partecipativi. I risultati evidenziano come gli Atlanti possano costituire laboratori territoriali di innovazione sociale e politica, favorendo processi di food democracy, giustizia sociale e sostenibilità. In prospettiva, la rete degli Atlanti e le piattaforme digitali connesse potranno contribuire al consolidamento dell’Osservatorio nazionale delle politiche locali del cibo, fornendo strumenti conoscitivi, metodologici e operativi a supporto della governance multilivello dei sistemi alimentari.

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