venerdì 24 febbraio 2023

Luci e ombre sulle politiche dedicate al ricambio generazionale in agricoltura in Italia


                    L’agricoltura è un settore che, come in tutta Europa, va progressivamente industrializzandosi, e nel processo getta fuori mercato, giorno dopo giorno, una produzione familiare e di piccola scala che però ancora costituisce l’ossatura del nostro settore primario. La domanda è: per quanto? L’interrogativo  di grande attualità, considerato    l’urgente transizione verso l’agroecologia non possa prescindere dall’esistenza e dalla moltiplicazione delle realtà di piccola e media dimensione, biodiverse, indipendenti dalla chimica di sintesi e orientate al mercato interno.
Il ricambio generazionale è una chiave imprescindibile per favorire l’emersione di questo arcipelago di piccole agricolture, alle quali ancorare - attraverso le politiche pubbliche - il diritto di accesso a un cibo di qualità per i consumatori urbani e rurali.

Nel documento   "Gioventù frustrata Se l'agricoltura italiana perde il treno del ricambio generazionale"  elaborato da un associazione  un’associazione ambientalista indipendente, impegnata dal 2008 a livello locale, nazionale e internazionale in progetti e campagne sui temi dell’ambiente, dei diritti e dell’agricoltura ecologica,     descrive una realtà vera, non mediata dalla politica da una parte e dalla burocrazia dall'altra, su   chi sono oggi i giovani che provano ad avviare un’azienda agricola, quali sono le loro necessità e cosa fanno le istituzioni per metterli nelle condizioni di lavorare. L'analisi si conclude infine, con delle  raccomandazioni per rafforzare o modificare gli strumenti normativi pensati per favorire il ricambio generazionale, così che possano includere presto molti potenziali beneficiari che oggi rinunciano in partenza a coltivare il loro sogno: un campo agricolo. 

Spesso in questi anni abbiamo letto di un ritorno dei giovani alla terra, della loro spiccata vocazione alla sostenibilità, del desiderio di recuperare un contatto con la natura che diventa volano di economia per i territori rurali. Storie che accendono una fiammella di speranza, dipingendo un controesodo verso le campagne in costante spopolamento dal dopoguerra. Si tratta, però, di una narrativa che oscilla fra l’ottimistico e il palesemente falso. Purtroppo, dai dati più aggiornati raccolti dai principali istituti di ricerca in Italia ed Europa,  emerge che il trend è del tutto opposto. Il ricambio generazionale nel settore agricolo non è fermo al palo, ma addirittura negativo. E questo perfino di fronte a un crollo verticale delle aziende agricole che prosegue da decenni.   Va esplicitato che l'analisi prende in esame il Paese Italia, non tenedo conto delle singole specificità regionali

 

venerdì 10 febbraio 2023

Osservatorio Neorurale

 


 

La  neoruralità rappresenta uno dei tratti culturali caratteristici della nostra epoca,  una reazione alla crisi della società occidentale: crisi che è insieme ecologica, sociale  etica e morale. La manifestazione più vistosa è il movimento a favore della rinaturalizzazione urbana e le iniziative di valorizzazione residenziale e turistico-ricreativa del territorio rurale, ma soprattutto alla riscoperta delle radici dell’antica civiltà contadina. In molti Paesi europei compresa l'Italia, si moltiplicano le esperienze   ed è in continua crescita il numero di cittadini che abbandonano le città e vanno ad abitare in campagna dove possono godere di una casa individuale con abbondante verde circostante, di cibi genuini, e ritmi tranquilli.  

 

Oggi sono quasi ventitré milioni gli italiani (il 40% del totale) che vivono in comuni definiti rurali (con meno di trecento abitanti per chilometro quadrato): circa cinquecentomila in più rispetto a dieci anni fa. Il territorio italiano è di 30 milioni di ettari: 12,7 milioni sono coltivati, 10,5 milioni sono costituiti da boschi, 2,7 milioni è fatto di città.

Fenomeno di questi anni è Downshifting, cioè   per cui molti lavoratori stanno scegliendo di andare a vivere in campagna, dove fanno un lavoro con un salario più basso, minori impegni e maggior tempo libero. Datamonitor, agenzia londinese che si occupa di ricerche di mercato, stima che in tutto il mondo i lavoratori inclini a fare downshifting sono 16 milioni. Ogni anno, circa 260 mila cittadini britannici fanno una scelta di vita che va in quella direzione. Nel 2008, il ministero dei Servizi sociali australiani ha stimato che sono almeno un milione le persone, tutte comprese nella fascia di età tra i 25 e i 45 anni, che hanno deciso di scalare una marcia. La stragrande maggioranza (circa il 79%) lo ha fatto non solo cambiando lavoro, ma anche scegliendo di abbandonare la città per trasferirsi al mare e in campagna. In Francia, infatti, li chiamano néo-ruraux, neorurali: uno studio di Ipsos France dice che erano 100 mila nel 2008 e quasi il triplo l’anno successivo.

Per il sociologo Corrado Barberis, autore del libro La rivincita delle campagne (Donzelli): «Per i protagonisti dell’esodo, cinquanta, sessant’anni fa, la città era il paradiso: coppie costrette a vivere in ammucchiata si amarono in riservatezza; le donne decisero cosa mangiare senza chiederlo alla suocera; perfino la fede fu praticabile senza il controllo del parroco. Poi ci si è accorti che, se si ricreano alcuni aspetti dell’antica società fuori del suo contesto di miseria, le persone con cui si litigava erano quelle con cui si scherzava e rideva; l’occhio che faceva i conti nelle tasche del vicino era quello che lo proteggeva anche dai ladri».

La neoruralità pone in chiave moderna alcune questioni fondamentali per il futuro delle aree rurali  e non solo, il fenomeno stà affermandosi anche in Sicilia se pur con delle differenzazioni.

 

Attività
Rete Regionale Sistema della Conoscenza e dell'Innovazione in Agricoltura

 

La rete è lo strumento finalizzato alla “concertazione tecnica”, il punto di incontro e di scambio fra le esigenze dell’intero sistema (tecnico, scientifico ed economico) di un determinato settore e gli attori della ricerca scientifica e dello sviluppo rurale con l’obiettivo di: recepire le esigenze del settore, condividere, indirizzare e predisporre nuove attività di ricerca e innovazione, formazione e aggiornamento tecnico, nonché della divulgazione; elaborare strategie finalizzate al miglioramento della competitività e allo sviluppo rurale. Fondamentale è l’incontro con le imprese (focus, forum, tavolo specifico) al quale è essenziale che partecipino non solo le rappresentanze, ma anche i singoli imprenditori: dall’incontro devono emergere le priorità di intervento percepite dalla base produttiva in termini di ricerca, innovazione e sviluppo rurale. (tratto da Linee guida Innovazione e ricerca per l’agricoltura e lo sviluppo rurale 

 

Gli  obiettivi

Promuovere la relazione fra le componenti del sistema della conoscenza e fra queste e gli utenti

Diffondere innovazioni e sostenerne l’adozione presso le imprese.

Far emergere i bisogni delle imprese.

Sostenere gli obiettivi di politica: competitività, sostenibilità, qualità delle produzioni, inclusione sociale.

Promuovere la crescita del capitale umano in agricoltura anche mediante tecnologie di comunicazione più moderne.

Sostenere le tre componenti fondamentali dell’AKIS: ricerca, formazione, consulenza.

Promuovere la formazione degli operatori dell’AKIS.

Incentivare le relazioni del sistema con la Società civile e le sue istanze.

Chi può aderire

Enti strumentali della Regione in materia agricola e agroalimentare.

Enti e Istituzioni che operano nella generazione, trasformazione, trasmissione, archiviazione, recupero, integrazione, diffusione e utilizzo di conoscenze e informazioni, innovazione e ricerca.

Le rappresentanze agricole e agroindustriali, le unioni, le associazioni, la cooperazione agricola, gli ordini e i collegi professionali.

I Gruppi di Azione Locale (Gal).

I Gruppi operativi (Go).

 

Decreti 

 https://www.regione.sicilia.it/istituzioni/servizi-informativi/decreti-e-direttive/ddg-2639-2021 

https://www.regione.sicilia.it/sites/default/files/2021-12/ddg%205003%20del%2016_12_2021%20osservatorio%20politiche%20neorurali.pdf

https://www.regione.sicilia.it/istituzioni/servizi-informativi/decreti-e-direttive/ddg-5984-21-dicembre-2022
 
 
Attività divulgativa
https://terra.psrsicilia.it/nasce-la-rete-regionale-sistema-della-conoscenza-e-dellinnovazione-in-agricoltura-come-aderire/
https://terra.psrsicilia.it/verso-una-rete-regionale-del-sistema-della-conoscenza-e-dellinnovazione/

https://terra.psrsicilia.it/la-rete-interregionale-per-la-ricerca-agraria-prende-forma/

https://terra.psrsicilia.it/sistema-della-conoscenza-e-dellinnovazione-in-agricoltura-obiettivi-e-strategie/
https://terra.psrsicilia.it/pac-23-27-il-piano-strategico-nazionale-fa-i-primi-passi-la-sicilia-fa-la-sua-parte/
https://terra.psrsicilia.it/rete-regionale-sistema-della-conoscenza-e-dellinnovazione-il-dipartimento-aggiorna-database-inserisci-i-tuoi-dati/
https://terra.psrsicilia.it/nasce-il-patto-leuropa-scommette-sulle-zone-rurali/
https://terra.psrsicilia.it/digitalizzazione-assessorato-agricoltura-a-lavoro-con-mipaf-su-psn/
https://terra.psrsicilia.it/nuova-pac-verso-un-piano-strategico-nazionale/
 https://terra.psrsicilia.it/il-piano-strategico-della-pac-2023-2027-cosa-ce-da-sapere/
https://terra.psrsicilia.it/gli-obiettivi-della-pac-sistemi-akis-protagonisti-ecco-come-funzionano/

https://terra.psrsicilia.it/lo-sviluppo-del-territorio-passa-anche-dalla-conoscenza-parlano-gli-esperti/

 
 
Info e contatti

 

  osservatorio.neorurale@regione.sicilia.it

 

martedì 7 febbraio 2023

Sciacca, Borgo GeniusLoci De.Co.

 

 

 I due ambienti dove nacque la tradizione dolciaria siciliana furono la famiglia contadina e i monasteri.

 A Sciacca un tempo vi furono ben quattro monasteri, di cui il Monastero di Santa Maria dell’Itria, detto Badia Grande, ebbe grande importanza nel panorama monastico dell’Isola. A questo monastero sono legate due produzioni dolciarie tipiche saccenti: l’Ova murina e le Cucchitedde. Al di là delle leggende o della storia di tali dolci, essi furono, come accadeva sovente in altri monasteri della Sicilia, mezzo di comunicazione tra chi dentro produceva i dolci e chi fuori li acquistava attraverso la “ruota”.

 




 

Sciacca, Borgo Genius Loci De.Co.

 L’Amministrazione Comunale guidata nel 2020  dall'Avv Francesca Valenti   ha avviato il percorso, con deliberazione della giunta municipale n 164

I Borghi GeniusLoci De.Co. puntano sui prodotti identitari, un piatto, un dolce, un sapere, un evento, etc. con il quale una comunità si identifica, per elementi di unicità e caratteristiche identitari e   non deve essere visto, né come una gara di Formula 1,  né una corsa ad ostacoli, ma un modello che preveda il coinvolgimento e la condivisione della città e dei cittadini, per la valorizzazione dell’identità e delle unicità dei territori. 

 Il valore del prodotto identitario, ed è il caso dei prodotti De.Co. sta nella storia  o nella leggenda  narrante della tradizione identitaria, diversamente si tratta solo un mero prodotto commerciale, (tipico) ottimo, ma senza ne anima, ne storia, senza Genius Loci. 

Le De.Co. (Denominazioni Comunali) nascono da un’idea semplice e geniale del grande Luigi Veronelli, che così le spiegava: “Attraverso la De.Co. il "prodotto" del Territorio acquista una sua identità.” Rappresenta un concreto strumento di marketing territoriale, ma soprattutto un’importante opportunità per il recupero e la valorizzazione delle identità e le unicità locali.  

«La denominazione comunale (De.Co.) “Borghi Genius Loci” è un atto politico, nelle prerogative del Sindaco, che presuppone una conoscenza del passato, un’analisi del presente ed una progettualità riferita al futuro. Il tutto nell’ottica del turismo enogastronomico, che se ben congegnato e gestito, costituisce una vera e grande opportunità per lo sviluppo dell’economia locale, specie per le  comunità rurali, che nei rispettivi prodotti alimentari e piatti tipici hanno un formidabile punto di forza attrattiva nei confronti del visitatore.

Con questi presupposti è nato il percorso  Borghi GeniusLoci De.Co  elaborato dalla Libera Università Rurale dei Saperi e dei Sapori Onlus,   inserito tra gli esempi virtuosi del   Forum Italiano dei Movimenti per la terra e il paesaggio e presentato al Poster Session del Forum Pa   di Roma, all’Expo di Milano,  prevede un modello di De.Co dove gli elementi essenziali di relazionalità sono Territorio-Tradizioni-Tipicità-Tracciabilità-Trasparenza che rappresentano la vera componente innovativa, ma soprattutto rispettose delle direttive nazionali e comunitarie in materia

 

 

Noi siciliani abbiamo avuto storicamente una propensione al consumo di dolci, tanto che in nessun’altra regione ne fu mai inventata, creata, realizzata un così grande quantità. L’abbondanza in fatto di dolci è legata alla ricchezza di prodotti che ci offre il territorio: la farina, la mandorla, il pistacchio e il miele, la ricotta, ect  che rappresentano gli elementi principali nella preparazione di molti dolci siciliani.   Alcuni di questi prodotti sono stati introdotti in Sicilia dagli Arabi.

Il primo ambiente in cui nasce la tradizione dolciaria siciliana è la famiglia contadina. Un’altra fonte di ispirazione dei dolci siciliani è l’ambiente monastico. Anticamente nei monasteri siciliani, di cui 21 nella sola Palermo, venivano preparate le specialità chiamate li cusi duci di li batii specialità tutt’oggi apprezzate e ricercate e che ora vengono prodotte dalle famiglie e dalle abili mani dei pasticceri.

 L’ambiente monastico, luogo di silenzio, dove le suore si dedicavano alla preghiera e alla contemplazione, era anche luogo dove le suore, in particolare quelle di clausura, si dedicavano alla preparazione di dolci, delle cui ricette erano alquanto gelose, tanto che molte di esse sono andate perdute.

In Sicilia ogni festa ha il suo peculiare aspetto gastronomico

Dagli Arabi, infatti, l’arte di preparare dolci si è trasferita nei conventi, dove è stata portata avanti con  entusiasmo, talvolta anche eccessivo: è storico il provvedimento del Sinodo Diocesano di Mazara del Vallo che nel 1575 proibì la preparazione di dolci nei conventi, per non distrarre le monache dalle pratiche religiose durante la Settimana Santa.

Nella città di Sciacca vi erano i monasteri dove le suore di clausura erano solite preparare dolci: il Monastero della Badia Grande,   il Monastero di Santa Caterina, il Monastero delle Giummare e il Monastero della Chiesa di Loreto (o Badia Piccola).

Il Monastero di Santa Maria dell’Itria (Badia Grande) fu fondato  da Guglielmo Peralta tra il Quattrocento e il Cinquecento. A quell’epoca la Badia Grande era il monastero più importante della Sicilia e fungeva da collegio per le nobili figlie dell’aristocrazia siciliana. Infatti, mentre il primogenito ereditava il titolo, gli altri figli di solito entravano in convento o si arruolavano. Le donne entrando in convento portavano con sé sia il corredo che la dote. Tra queste figlie dell’aristocrazia siciliana, racconta una leggenda che circola a Sciacca, vi era la figlia del principe di Butera, uno dei più importanti nobili della Sicilia del fine Seicento e inizi Settecento. Il principe di Butera aveva alla sua corte un cuoco francese, i famosi Monsù.

 

La figlia del principe di Butera quando entrò in convento alla Badia Grande non portò soltanto corredo e dote ma anche il Monsù. Questi era solito preparare per la principessa le sue specialità, tra cui dei dolci che avevano il nome di Ova Murina e  le  Cucchitedde.

Da quel momento in poi nel monastero della Badia Grande anche le suore impararono a confezionare i famosi dolci, introdotti dalla figlia del principe di Butera.  

Tra i principali dolci, simbolo della pasticceria saccense, vi sono Ova murine e Cucchitedde.

Le Ova murina sono a base di uova, cacao amaro, mandorle tostate e poi schiaccciate con il matterello: nella preparazione veniva fatta come una frittatina, simile alla crepes, in cui le mandorle schiacciate appaiono come macchie bianche nel composto scuro, ricordando così il pesce murina da cui appunto il dolce prende il

nome. Queste frittatine poi, arrotolate come un cannellone, vengono farcite con una crema al latte, comunemente chiamato biancomangiare aromatizzato con cannella e zuccata e pezzetti di cioccolato fondente.

Anche le Cucchitedde sono a base di mandorle sgusciate e spellate, dopo essere fatte asciugare per oltre 24 ore in modo da perdere tutta l’umidità. Il tempo dunque era elemento importante, oltre l’amore nel realizzarle. Le mandorle ben asciutte poi venivano macinate e cucinate nello zucchero fatto sciogliere e portato alla cotture del filo grosso, cioè fatto sciogliere con cottura di pochi minuti e successivamente si stendeva su un piano di lavoro di marmo, non appena tiepidi si iniziava a lavorare l’impasto con la spatola di legno. La pasta di mandorla, dopo essere stata impastata e lasciata raffreddata, si prende a palline e schiacciandola con le mani si riempie di zuccata di zucca bianca, ovvero quella di tenerume come viene chiamata nel linguaggio comune. Racchiusa questa cucchitella, le si da una forma ovale a cucchiaio. In alcune versioni si parla di dolce a cui la forma veniva data con due cucchiai, ma le monache di clausura facevano anche delle forme a cuoricini quando erano richieste dai fidanzati. La ghiaccia reale o velata veniva posta sopra i cucchitelli, un’altra versione è quella con lo zucchero a velo ed un’altra ancora è la cucchitella nera, preparata con cacao.

Dopo il 1860, con l’incorporazione dei beni ecclesiastici da parte dello Stato, la preparazione dei dolci e la vendita divenne l’unica fonte di sostentamento per le suore e alcune di esse continuarono vita monacale fuori dai conventi, in abitazione private.

Il castrato dei Nebrodi

 

 

 Il consumo che si fa sui Nebrodi di tutte le altre carni ovine - agnello, capretto, pecora e capra, quest'ultima con diverse sagre - non eguaglia tuttavia quella del castrato, il maschio della pecora ingrassato al pascolo apposta per utilizzarne la carne. 




 

Le costolette di castrato meritano la lente di ingrandimento perché sono senz'altro, insieme alle provole e alla particolare ricotta al forno, il simbolo della gastronomia delle nostre montagne, differenziandosi in questo dal resto della Sicilia, tant'è che sono sempre assai numerose le “visite” nei fine settimana dal resto dell'Isola a trattorie e ristoranti di crinale: un turismo gastronomico, più o meno di prossimità, che nel corso degli ultimi decenni è sempre stato in crescita. Il castrato appartiene, è vero, alla gastronomia tradizionale anche di altre aree di collina o di montagna del nostro Paese, a cominciare dalla Romagna e dall'Abruzzo, ma non si può essere accusati di partigianeria se si afferma che le costolette alla brace dei Nebrodi sono superiori agli arrosticini degli altri. Seppure il consumo di agnello e capretto sia abbastanza diffuso e quello delle carni di pecora e di capra non del tutto scomparso, sono le grigliate di costolette di castrato a dominare il mondo delle carni ovine, nell'immaginario collettivo non meno che nelle abitudini delle popolazioni di questo territorio. Sono quelle grigliate per le quali, insieme a quelle di salsiccia, sono conosciuti gli esercizi della ristorazione tipica eredi negli ultimi decenni delle semplici e meno attrezzate “barracche” di cui erano disseminate le strade che percorrono i crinali e le campagne montane. Snobbate fino a non molto tempo fa dai locali più dignitosi, le grigliate di castrato sono entrate nelle proposte dei sempre più numerosi agriturismi che costellano tutta l'area e soprattutto anche nei menù di molti ristoranti di più alto livello. Un tempo si diceva che, le domeniche, venivano da tutta la Sicilia a riempire trattorie e barracche dei Nebrodi giusto solo per gustare questo particolare e prelibato piatto. Oggi trattorie e ristoranti questi visitatori li ospitano, in certi periodi dell'anno, numerosi tutti i giorni, e le loro costi i castratu trovano ospitalità anche nei circuiti televisivi. Oggi come allora tuttavia, in estate soprattutto - agosto è il mese principale del castrato, non fosse altro che per l'età e il peso raggiunto dagli agnelli risparmiati in primavera - anche se il periodo si è ampliato, il profumo intenso e particolare della carne che cuoce sulla brace si diffonde tutt'intorno a ogni locale specializzato in questa tradizione culinaria. Le grigliate di castrato profumano anche i picnic estivi all'ombra dei boschi di queste montagne e molti vicoli dei paesi con piccole griglie sul balcone o fuori dalla porta, con un profumo che non consente errore in merito alle carni che stanno cuocendo. I nasi e le bocche delicate lamentano talvolta l'odore di selvatico che il loro grasso che brucia porta con sé, ma esso è in realtà fortemente attenuato da sapienti marinate, dalla coltura alla brace e dall'inimitabile effetto che produce u sammurigghiu cosparso sulla carne durante la cottura.



 Il castrato alla brace non necessita di contorni o di contorni particolari, ma se si vogliono aggiungere sono da consigliare leggeri, niente patate al forno e tanto meno patatine fritte standard, ma insalate, pomodori, che lasciano il necessario spazio al sapore di questa carne. I turisti, ma il consiglio vale anche per i locali, che vogliono davvero gustare le costolette di castrato alla brace, tralascino i pur ottimi antipasti locali, e anche i primi, e facciano di questa carne il piatto unico e abbondante, di un fuori porta gastronomico speciale. Anche se si può dire che le costolette sono “il castrato”, in famiglia come al ristorante, si può comunque ricordare che le sue carni si prestano a essere impiegate in altri modi. Certa tradizione, ormai residuale, le vuole anche al forno o stufate o in umido con vari accompagnamenti, a cominciare dalle patate ma anche con i pregiati funghi di ferla.

 

Foto e testo di Pietro Ficarra

“CeraSoul”, musica e vino in teatro

 

 “CeraSoul”, musica e vino in teatro

 Gianna Bozzali

 

La bellezza artistica del Teatro Massimo Vincenzo Bellini e del Sangiorgi di Catania hanno ospitato la seconda edizione di CeraSoul, l’evento di musica e vino che mira a celebrare l’eccellenza dei vini Cerasuolo di Vittoria Docg e Vittoria Doc. Con CeraSoul si è dato ufficialmente inizio alle iniziative volte a celebrare i 50 anni del riconoscimento Doc per il Cerasuolo di Vittoria Docg avvenuto nel maggio del 1973.

  Si è brindato con musica e vino al Teatro Massimo Vincenzo Bellini e al Teatro Sangiorgi di Catania grazie all’evento CeraSoul, il concerto con degustazione organizzato dal Consorzio di tutela dei vini Cerasuolo di Vittoria Docg e Vittoria Doc e tenutosi lo scorso giovedì sera. A salire sul prestigioso palcoscenico del Bellini è stata la Chroma Ensemble che ha proposto uno spettacolo dove il piacere della musica è stato esaltato dalla proiezione su schermo di alcune tra le più belle scene da film, scelte e montate dagli stessi esecutori. Il concerto è stato anticipato da una degustazione di vini al Teatro Sangiorgi di Catania. Circa cinquecento le persone che hanno preso parte alla seconda edizione della manifestazione.

 






«L’unione fa la forza e se grandi passi avanti questo Consorzio è riuscito a compiere negli anni è grazie alla passione e alla collaborazione che anima ogni produttore che ne è socio – dichiara Achille Alessi, presidente del Consorzio-. Strada ne è stata fatta tanta se solo pensiamo che proprio quest’anno il Cerasuolo di Vittoria celebra i 50 anni dal riconoscimento della Doc, poi in seguito diventata Docg. È da questo spirito di collaborazione tra gli associati che nasce la seconda edizione di CeraSoul, un connubio di musica e vino, perché così come il vino va ascoltato anche la musica va degustata. Quest’anno abbiamo aggiunto un altro senso perché, come per il vino, anche il concerto va guardato: grazie alla Chroma Ensemble l’altra sera abbiamo avuto modo sia di ascoltare delle fantastiche colonne sonore sia di ammirare alcune immagini di film che hanno scritto la storia della cinematografia internazionale. Un’emozione pura. Grazie di cuore a tutti coloro i quali hanno preso parte alla degustazione e al concerto, alle cantine, al main sponsor Banca del Fucino e a tutti i partner che hanno contribuito a rendere indimenticabile la serata: Comer Sud, Enodoro, RistoArte, Onav Catania e Slow Food Catania».

A CeraSoul hanno partecipato le seguenti cantine: Avide, Calì Paolo, Casa Grazia, Catalano, Cortese, COS, Donnafugata, Fede Beniamino, Feudi del Pisciotto, Gulfi, Gurrieri, HORUS, Judeka, Occhipinti Arianna, Maggio Vini, Manenti, Nicosia, Pianogrillo, Planeta, Poggio di Bortolone, Santa Tresa, Tenuta Bastonaca, Tenuta Bonincontro, Tenuta Santo Spirito, Tenute Senia, Terre di Giurfo, Valle dell’Acate, Valle delle Ferle.

 

Foto e video https://shared.spaziozero.cloud/CERASOUL_23.zip

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