giovedì 1 ottobre 2026

El Niño incombe sull’inverno italiano: cosa aspettarsi?

 

El Niño, fenomeno climatico del Pacifico tropicale è tornato in azione e sembra promettere un inverno mite e piovoso in Italia e in gran parte dell’Europa. Ma è davvero così? Certamente El Niño ha effetti indiretti anche a migliaia di chilometri di distanza, ma prevederli con precisione, ad oggi, non è possibile. Quello che invece si può affermare con ragionevole sicurezza scientifica è che El Niño e il riscaldamento globale sono fenomeni i cui effetti si sommano, aumentando la probabilità che si verifichino eventi climatici estremi. 



Correva l’anno 1997 e, per la prima volta, i media italiani si occupavano in modo massiccio e generalizzato de El Niño, fenomeno climatico del Pacifico tropicale in grado di riversare i suoi effetti in gran parte del globo, direttamente o indirettamente. In quell’anno, infatti, l’Oceano Pacifico nella fascia tropicale si riscaldò a livelli eccezionali, dando vita a quello che fu ribattezzato “El Niño del secolo”. Condizioni analoghe (sotto alcuni aspetti anche peggiori) si sono poi verificate nuovamente circa 20 anni dopo, nel 2015, con il cosiddetto Super El Niño. Oggi, che di anni ne sono passati altri 10, siamo in una situazione analoga: El Niño è tornato ad attirare l’attenzione e a presidiare il flusso delle news. Cosa sta succedendo? Ancora una volta, un riscaldamento record, che polverizza i precedenti. Dei possibili effetti sul clima europeo di questo innalzamento si sta dicendo e scrivendo molto, spesso facendo confusione. C’è, ad esempio, chi dice che El Nino eccezionalmente caldo si tradurrà in un inverno molto freddo per il vecchio continente, e chi scommette, invece, all’opposto, su un dicembre e gennaio particolarmente miti. La verità, stavolta, non sta nel mezzo ma nella chiarezza. E soprattutto sta nel non lasciarsi prendere la mano dalla voglia di fare vaticini, limitandosi invece a stare sui dati scientifici. Proviamoci, partendo dalla base. O anche da un po’ prima.

Cos’è El Niño, di preciso?

Perché per capire bene che cos’è El Niño è opportuno partire dalla cornice di cui fa parte, cioè l’ENSO (El Niño–Southern Oscillation), il fenomeno climatico che descrive l’interazione tra acqua (oceano) e aria (atmosfera) nel Pacifico tropicale. 

L’ENSO si compone di tre condizioni principali: 

  • El Niño, che rappresenta la fase di riscaldamento delle acque; 
  • La Niña, che rappresenta la fase di raffreddamento delle acque;
  • una fase neutrale, durante la quale non prevalgono le caratteristiche di nessuna delle altre due. 

Non si tratta quindi di tre fenomeni distinti, ma di diverse fasi dello stesso ciclo climatico, l’ENSO appunto.

Ma scendiamo ancora un po’ nel dettaglio.

  • Durante la fase neutrale dell’ENSO, i venti alisei (venti planetari regolari e costanti) soffiano da est verso ovest e spingono le acque superficiali più calde verso l’Indonesia e l’Australia. Lungo le coste del Sudamerica, invece, risalgono dalle profondità acque più fredde e ricche di nutrienti, attraverso un processo chiamato upwelling ( o risalita dalle acque profonde)
  • Durante El Niño, invece, gli alisei si indeboliscono e, in alcuni casi, cambiano direzione. Le acque calde possono così spostarsi verso est e accumularsi nel Pacifico centrale e orientale, provocando un riscaldamento anomalo e persistente della superficie dell’oceano. Il livello raggiunto dalla temperatura superficiale definisce l’intensità del fenomeno, monitorata attraverso l’indice Niño 3.4, 
  • Infine, durante La Niña avviene, in generale, il contrario: gli alisei tendono a rafforzarsi, le acque calde vengono spinte maggiormente verso ovest e nel Pacifico centrale e orientale aumenta la presenza di acque superficiali più fredde.

Il ciclo ENSO non segue un calendario fisso. Le sue diverse fasi si alternano generalmente nell’arco di alcuni anni, ma con durata e intensità variabili. Un episodio di El Niño o La Niña può durare diversi mesi e, in alcuni casi, protrarsi per circa un anno o più. Tra un episodio e l’altro può esserci una fase neutrale.

Quali sono gli effetti de El Nino e dove si verificano

Veniamo ora alle conseguenze di questo fenomeno. Gli effetti di El Niño si manifestano innanzitutto nelle aree tropicali, dove il riscaldamento del Pacifico centrale e orientale modifica la distribuzione delle piogge e delle aree soggette a siccità. In Sudamerica, per esempio, gli studi basati sulle osservazioni della portata dei fiumi mostrano che durante gli episodi di El Niño aumenta sensibilmente il rischio di inondazioni nel bacino del Río de la Plata e il rischio di siccità nel bacino amazzonico. A livello globale, gli anni caratterizzati da El Niño sono inoltre associati a un aumento  di eventi climatici estremi, anche se gli effetti variano molto da una regione all’altra. Inoltre, El Niño influenza anche l’attività dei cicloni tropicali, tendendo a ridurre la formazione degli uragani nell’Atlantico e ad aumentarne l’attività nel Pacifico, oltre che modificando le condizioni atmosferiche che favoriscono lo sviluppo e il percorso di questi fenomeni. Il forte riscaldamento del Pacifico contribuisce infine ad aumentare la temperatura media globale, rendendo più probabile che gli anni caratterizzati da El Niño raggiungano valori termici particolarmente elevati.

Ci sono poi gli effetti a distanza, che possono arrivare anche in Europa, propagandosi attraverso onde atmosferiche. In questo caso, però, il legame è più debole e complesso e non si può parlare in termini di certezze ma di aumento delle probabilità. El Niño, infatti, non determina direttamente il tempo atmosferico di una singola giornata o di una singola stagione ma può modificare la probabilità che si verifichino determinate condizioni di venti e pressione atmosferica. Per questo motivo, alcuni episodi di El Niño, soprattutto quelli più intensi, sono stati associati a una maggiore probabilità di inverni europei più miti e a una riduzione delle occasioni di neve alle basse quote. Il rapporto, però, non è automatico, perché la risposta dell’atmosfera europea cambia da un episodio all’altro e dipende anche dalle condizioni presenti contemporaneamente negli altri oceani e nell’atmosfera.

Per chiarire ancora meglio la questione degli effetti di El Nino, può essere utile analizzare più da vicino cosa accadde a livello globale nei due precedenti storici già citati in apertura.

  • El Niño 1997. Tra la fine del 1997 e i primi mesi del 1998 l’indice Niño 3.4 superò i +2,3 °C, un valore che all’epoca non era mai stato registrato. Le conseguenze furono drammatiche in molte parti del mondo: inondazioni devastanti in Perù ed Ecuador, siccità estrema e giganteschi incendi in Indonesia e nel Sud‑Est asiatico, piogge torrenziali in Africa orientale e un inverno particolarmente piovoso e tempestoso in California. Si stimano circa 23.000 morti e danni per decine di miliardi di dollari. In Europa e in Italia il segnale fu più debole, ma l’inverno 1997‑1998 risultò complessivamente mite, con poca neve alle quote basse.
  • El Niño 2015. Tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 l’indice Niño 3.4 raggiunse circa +2,6 °C. Gli impatti globali furono simili a quelli del 1997, ma con alcune differenze: siccità molto forte e incendi in Indonesia e Australia, piogge intense e inondazioni in parti del Sudamerica e della California, e un contributo decisivo a rendere il 2015 e il 2016 gli anni più caldi mai registrati fino ad allora. In Europa e in Italia il segnale rimase indiretto, ma l’inverno 2015‑2016 fu nel complesso mite, con temperature sopra la media e poca neve alle quote basse.


El Niño e i cambiamenti climatici

Quanto detto finora rende evidente come El Niño sia un fenomeno naturale e non una conseguenza del cambiamento climatico di origine antropica. Il suo ciclo fa parte della variabilità naturale del sistema climatico e si verifica da migliaia di anni. Il riscaldamento globale, però, si sovrappone a questa variabilità e può modificarne gli effetti. Durante un episodio di El Niño, infatti, il calore accumulato nell’oceano viene in parte trasferito all’atmosfera, contribuendo temporaneamente ad aumentare la temperatura media globale. Questo può rendere un determinato anno eccezionalmente caldo, ma non significa che El Niño sia responsabile della tendenza al riscaldamento osservata sul lungo periodo.

Il rapporto tra questo fenomeno e i cambiamenti climatici funziona soprattutto in un’altra direzione: un pianeta più caldo può amplificare alcuni effetti di El Niño. Un’atmosfera e un oceano più caldi, infatti, contengono più energia e più umidità, condizioni che possono rendere più intensi alcuni eventi estremi associati proprio a El Niño, come ondate di calore e precipitazioni intense. Non ci sono invece ancora sufficienti dati scientifici per affermare che il riscaldamento globale stia rendendo El Niño più frequente o più intenso.

In altre parole, El Niño non è una causa del cambiamento climatico, ma una naturale oscillazione climatica che oggi si manifesta all’interno di un sistema già più caldo. È questa sovrapposizione tra variabilità naturale e riscaldamento antropico che può contribuire a produrre alcuni degli anni e degli eventi climatici più estremi.

Cosa sta succedendo oggi e cosa succederà domani: da El Nino all’inverno europeo

Veniamo all’oggi, di cui tutti stanno parlando. A partire dalla primavera 2026, il Pacifico è entrato in una nuova fase di El Niño. Secondo il Climate Prediction Center della NOAA, a settembre 2026 l'indice Niño 3.4 ha raggiunto +1,8 °C nella media di agosto, mentre le anomalie delle acque superficiali superavano +3 °C nel Pacifico equatoriale orientale. Le condizioni atmosferiche osservate confermano che si tratta di un episodio ENSO pienamente sviluppato, destinato a rafforzarsi nei prossimi mesi. La NOAA, infatti, stima:

  • una probabilità superiore al 90% che El Niño raggiunga una intensità molto forte nell'autunno e nell'inverno dell'emisfero settentrionale 2026-2027;
  • una probabilità al 75% che entro dicembre si configuri un evento classificabile come storico (cioè con una media trimestrale del Niño superiore a +2,5 °C). 

La WMO, invece, prevede a sua volta:

  • un'intensificazione verso un episodio molto forte, con il picco atteso tra la fine del 2026 e l'inizio del 2027;
  • una probabilità prossima al 100% che El Niño persista almeno fino a febbraio 2027.

C'è poi un elemento che rende il 2026-2027 particolarmente interessante ed è il contesto climatico nel quale El Niño si sta verificando, molto diverso da quello degli eventi del 1997-1998 e del 2015-2016. Infatti, la temperatura media globale è più alta e gli oceani sono più caldi. Questo, come detto, non significa che il cambiamento climatico abbia necessariamente reso El Niño più intenso o più frequente. Significa però che gli effetti di un El Niño molto forte si sommano oggi a un livello di temperatura di fondo più elevato. Il risultato può essere un aumento del rischio di eventi climatici estremi, soprattutto quando El Niño si sovrappone a condizioni locali già favorevoli a caldo, siccità o precipitazioni intense. Le prime osservazioni del 2026 mostrano proprio questa sovrapposizione. Copernicus, il programma di osservazione della Terra dell'Unione Europea, ha rilevato che agosto 2026 è stato, insieme a luglio 2023, il mese più caldo mai registrato a livello globale, mentre la temperatura superficiale degli oceani extratropicali ha raggiunto un nuovo record (sempre ad agosto). Secondo il Copernicus Climate Change Service, questo risultato riflette sia il riscaldamento globale di fondo sia il forte El Niño in sviluppo nel Pacifico.

E l'Europa? Le prime previsioni stagionali, sempre firmate Copernicus, indicano, per l'inverno 2026-2027, una probabilità superiore alla media di temperature miti su gran parte del continente e di precipitazioni sopra la media in molte aree. È però importante non attribuire automaticamente questo scenario a El Niño. Le previsioni stagionali tengono infatti conto di molti fattori atmosferici e oceanici e la relazione tra ENSO ed Europa è meno stabile di quella osservata in altre regioni del mondo. La stessa analisi ECMWF 8 European Centre for Medium-Range Weather Forecasts) mostra che la risposta europea agli episodi di El Niño varia sensibilmente da un evento all'altro.

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Fonti

 

I distretti del cibo: una geografia in evoluzione per lo sviluppo rurale

 foto mercato cibo

Distretti del cibo

I distretti del cibo: una geografia in evoluzione per lo sviluppo rurale

Un'analisi di questi strumenti di coordinamento territoriale dopo il riconoscimento nazionale introdotto nel 2017. 

Negli ultimi anni, i distretti del cibo si sono affermati come strumenti di coordinamento territoriale capaci di mettere in relazione filiere agroalimentari, istituzioni e altri attori locali, supportando innovazione, sostenibilità e sviluppo rurale. Il riconoscimento nazionale introdotto nel 2017 ha dato una cornice comune a esperienze nate negli anni precedenti, a partire dai distretti rurali e agroalimentari di qualità.

Quanto sono diffusi, come si articolano e in che misura le Regioni hanno recepito il quadro nazionale?


Una recente ricerca pubblicata su Frontiers in Sustainable Food Systems ricostruisce il quadro normativo e territoriale dei distretti del cibo italiani, attraverso l'analisi degli atti regionali emanati tra il 1999 e il 2025 e una mappatura delle realtà riconosciute a livello nazionale.

Distretti del cibo: una geografia in evoluzione

A giugno 2026, i distretti del cibo riconosciuti in Italia sono 247. Il dato conferma l'ampia diffusione di uno strumento ormai presente in contesti molto diversi: aree interne e montane, territori caratterizzati da produzioni certificate, sistemi locali specializzati e biodistretti. Più che un modello uniforme, i distretti rappresentano una categoria-ombrello comprendente pluralità di forme di governance locale accomunate dalla capacità di aggregare soggetti e interessi intorno a strategie di sviluppo agroalimentare e territoriale.

Il concetto di distretto nasce nell'economia industriale per descrivere sistemi produttivi territorialmente concentrati, nei quali prossimità, relazioni tra imprese e condivisione di competenze generano vantaggi per il sistema locale. Applicato all'agroalimentare, il modello ha assunto nel tempo una funzione più ampia: non solo rafforzare la specializzazione produttiva, ma anche consolidare le relazioni tra imprese, istituzioni e comunità e valorizzare le risorse del territorio.

Un passaggio decisivo è rappresentato dalla Legge n. 205 del 2017, che ha introdotto una definizione nazionale dei distretti del cibo e disciplinato il riconoscimento attraverso il Registro nazionale gestito dal MASAF in collaborazione con le Regioni. La norma ha così fornito una cornice istituzionale comune a esperienze regionali già in parte consolidate.

Analisi della normativa regionale ante e post l. 205 del 2017

Il quadro normativo regionale è stato ricostruito considerando 183 documenti (tra cui leggi, deliberazioni, decreti e altri atti amministrativi) emanati tra il 1999 e il 2025.

Per confrontare i diversi modelli regionali sono stati considerati cinque aspetti: 

  1. I soggetti coinvolti: gli atti definiscono i requisiti che devono possedere i soggetti promotori? 
  2. Gli obiettivi perseguiti: vengono specificate le finalità che i distretti intendono raggiungere? 
  3. Gli assetti di governance: sono individuati gli organismi e gli strumenti che devono caratterizzare il funzionamento dei distretti, come comitati, assemblee e piani distrettuali? 
  4. Le procedure di riconoscimento: sono definiti con precisione i criteri e le modalità per il riconoscimento dei distretti, con riferimento, ad esempio, al territorio, alla rappresentatività dei soggetti coinvolti e alle caratteristiche dell'area produttiva? 
  5. I sistemi di monitoraggio: sono previsti meccanismi e criteri per monitorare le attività dei distretti del cibo?

Il confronto evidenzia due fasi. Prima del 2017 prevaleva una marcata eterogeneità sotto vari aspetti: le Regioni sperimentavano denominazioni, finalità e assetti organizzativi differenti.

Dopo l'approvazione della Legge n. 205, si osserva una maggiore convergenza istituzionale, pur nel rispetto dell'autonomia regionale. Diventano più frequenti organismi di coordinamento, strumenti di pianificazione, procedure formalizzate di riconoscimento e meccanismi di monitoraggio e controllo.

Si osserva anche una maggiore convergenza nei criteri di riconoscimento. Pur in assenza di una soglia nazionale uniforme, ricorrono alcuni elementi comuni. Ad esempio, un crescente numero di atti normativi regionali richiede espressamente la presenza di un sistema produttivo locale, il coinvolgimento delle imprese agricole e agroalimentari, la partecipazione di soggetti pubblici e privati, un accordo di partenariato e un piano o programma di distretto.

Una pluralità di modelli sotto un'unica cornice

Il sistema distrettuale italiano comprende realtà molto diverse (vedi box normativo). Al fine di analizzare la distribuzione e lo sviluppo sul territorio dei diversi modelli distrettuali, le diverse fattispecie sono ricondotte a cinque macro-tipologie per caratteristiche prevalenti: distretti rurali, distretti agroalimentari di qualità, sistemi produttivi locali, distretti biologici e distretti di filiera. Le prime valorizzano soprattutto l'integrazione tra attività agricole e territorio; le seconde il radicamento di produzioni di qualità e relazioni di filiera; i distretti biologici pongono al centro sostenibilità e metodo biologico, mentre sistemi produttivi locali e distretti di filiera rispondono maggiormente a logiche di specializzazione e coordinamento economico.

Questa pluralità riflette la diversità dei sistemi agricoli italiani e delle strategie regionali, combinando in misura diversa sviluppo territoriale, identità locale e integrazione delle filiere.

Qualità, territorio e sostenibilità: le priorità del sistema distrettuale

La lettura della distribuzione dei distretti in Italia per tipologia mostra tre orientamenti prevalenti: qualità, integrazione territoriale e sostenibilità.

I distretti agroalimentari di qualità rappresentano il 44% del totale; seguono i distretti rurali (26%) e quelli biologici (17%). Il peso dei distretti di qualità richiama la centralità delle produzioni certificate nel sistema agroalimentare italiano.

La presenza dei distretti rurali e biologici segnala l'attenzione verso multifunzionalità, sostenibilità e integrazione tra attività produttive, risorse ambientali e patrimonio locale.

Più contenuta è la presenza dei sistemi produttivi locali (9%) e dei distretti di filiera (5%). Nel complesso, la composizione suggerisce che lo strumento distrettuale sia stato utilizzato soprattutto come leva di valorizzazione territoriale e cooperazione tra imprese, istituzioni e altri attori locali.
Una geografia che riflette strategie regionali differenti

La distribuzione sul territorio nazionale è molto differenziata. La Toscana conta 47 distretti riconosciuti, seguita da Calabria (29), Sardegna (24), Campania (23) e Lombardia (20): insieme, le prime cinque regioni concentrano oltre la metà dei distretti italiani. Nel Mezzogiorno risultano particolarmente diffusi i distretti agroalimentari di qualità, mentre nel Centro Italia assume un peso relativamente maggiore la componente biologica. Le differenze regionali non dipendono, tuttavia, soltanto dalla consistenza del settore agricolo. Riflettono anche scelte istituzionali, criteri di riconoscimento e differenti modi di utilizzare lo strumento: alcune Regioni hanno favorito una diffusione più capillare, altre hanno puntato su un numero più contenuto di distretti. La geografia dei riconoscimenti restituisce quindi anche la varietà delle strategie regionali di sviluppo e coordinamento territoriale.

Dai riconoscimenti ai finanziamenti: non tutti i territori corrono alla stessa velocità

Il consolidamento dei distretti è stato accompagnato da specifiche misure di sostegno. Attraverso i contratti di distretto, il MASAF ha promosso due procedure di finanziamento, nel 2020 e nel 2024, rivolte a investimenti compresi tra 3 e 25 milioni di euro e orientati al rafforzamento delle filiere, all'innovazione, alla digitalizzazione e alla sostenibilità ambientale.

In entrambe le procedure il numero delle candidature ha superato le risorse disponibili, confermando il crescente interesse verso lo strumento.

I progetti finanziati nelle due tornate sono 31. La distribuzione territoriale dei beneficiari mostra che la capacità di intercettare le risorse dipende non solo dalla struttura produttiva, ma anche dalla qualità dei partenariati, dalle competenze progettuali e dall'efficacia del coordinamento locale. Il riconoscimento del distretto, quindi, non coincide automaticamente con la capacità di tradurre una strategia territoriale in progetti finanziabili.

Una sfida per le politiche future

La sfida principale è rafforzare il coordinamento tra livello nazionale e regionale senza ridurre la capacità di adattamento alle specificità territoriali. L'autonomia regionale ha favorito la sperimentazione, ma ha prodotto anche differenze rilevanti negli assetti di governance, nelle procedure e nelle opportunità operative.

Perché i distretti del cibo possano consolidarsi come piattaforme territoriali di coordinamento, il sostegno pubblico non può limitarsi agli incentivi agli investimenti. Servono strumenti stabili di governance, capacità di programmazione, monitoraggio e competenze in grado di collegare imprese, istituzioni e altri soggetti del territorio. 
La prospettiva, per i prossimi anni, è passare dal riconoscimento formale alla capacità di produrre strategie continuative e risultati concreti per competitività, sostenibilità, resilienza e sviluppo delle economie rurali.



Nota metodologica

  • Il contributo sintetizza un lavoro più ampio, al quale si rimanda per eventuali approfondimenti: Briamonte L, Manzoni A, Scotti M, Tarangioli S, La Sala P and Chiappini S (2026) Italian food districts: a multi-level governance analysis of policy frameworks and territorial distribution. Front. Sustain. Food Syst. 10:1845219. doi: 10.3389/fsufs.2026.1845219 


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