El Niño, fenomeno climatico del Pacifico tropicale è tornato
in azione e sembra promettere un inverno mite e piovoso in Italia e in gran
parte dell’Europa. Ma è davvero così? Certamente El Niño ha effetti indiretti
anche a migliaia di chilometri di distanza, ma prevederli con precisione, ad
oggi, non è possibile. Quello che invece si può affermare con ragionevole
sicurezza scientifica è che El Niño e il riscaldamento globale sono fenomeni i
cui effetti si sommano, aumentando la probabilità che si verifichino eventi
climatici estremi.
Correva l’anno 1997 e, per la prima volta, i media italiani
si occupavano in modo massiccio e generalizzato de El Niño, fenomeno
climatico del Pacifico tropicale in grado di riversare i suoi effetti in
gran parte del globo, direttamente o indirettamente. In quell’anno, infatti,
l’Oceano Pacifico nella fascia tropicale si riscaldò a livelli eccezionali,
dando vita a quello che fu ribattezzato “El Niño del secolo”. Condizioni
analoghe (sotto alcuni aspetti anche peggiori) si sono poi verificate
nuovamente circa 20 anni dopo, nel 2015, con il cosiddetto Super El Niño. Oggi,
che di anni ne sono passati altri 10, siamo in una situazione analoga: El
Niño è tornato ad attirare l’attenzione e a presidiare il flusso delle news.
Cosa sta succedendo? Ancora una volta, un riscaldamento record, che polverizza
i precedenti. Dei possibili effetti sul clima europeo di questo innalzamento si
sta dicendo e scrivendo molto, spesso facendo confusione. C’è, ad esempio, chi
dice che El Nino eccezionalmente caldo si tradurrà in un inverno molto freddo
per il vecchio continente, e chi scommette, invece, all’opposto, su un dicembre
e gennaio particolarmente miti. La verità, stavolta, non sta nel mezzo ma nella
chiarezza. E soprattutto sta nel non lasciarsi prendere la mano dalla voglia
di fare vaticini, limitandosi invece a stare sui dati scientifici.
Proviamoci, partendo dalla base. O anche da un po’ prima.
Cos’è El Niño, di preciso?
Perché per capire bene che cos’è El Niño è opportuno partire
dalla cornice di cui fa parte, cioè l’ENSO (El Niño–Southern
Oscillation), il fenomeno climatico che descrive l’interazione tra acqua
(oceano) e aria (atmosfera) nel Pacifico tropicale.
L’ENSO si compone di tre condizioni principali:
- El
Niño, che
rappresenta la fase di riscaldamento delle acque;
- La
Niña, che
rappresenta la fase di raffreddamento delle acque;
- una
fase neutrale, durante la quale non prevalgono le caratteristiche
di nessuna delle altre due.
Non si tratta quindi di tre fenomeni distinti, ma di diverse
fasi dello stesso ciclo climatico, l’ENSO appunto.
Ma scendiamo ancora un po’ nel dettaglio.
- Durante
la fase neutrale dell’ENSO, i venti alisei (venti planetari
regolari e costanti) soffiano da est verso ovest e spingono le acque
superficiali più calde verso l’Indonesia e l’Australia. Lungo le coste del
Sudamerica, invece, risalgono dalle profondità acque più fredde e ricche
di nutrienti, attraverso un processo chiamato upwelling ( o risalita dalle
acque profonde)
- Durante
El Niño, invece, gli alisei si indeboliscono e, in alcuni casi,
cambiano direzione. Le acque calde possono così spostarsi verso est e
accumularsi nel Pacifico centrale e orientale, provocando un riscaldamento
anomalo e persistente della superficie dell’oceano. Il livello raggiunto
dalla temperatura superficiale definisce l’intensità del fenomeno,
monitorata attraverso l’indice Niño 3.4,
- Infine,
durante La Niña avviene, in generale, il contrario: gli alisei
tendono a rafforzarsi, le acque calde vengono spinte maggiormente verso
ovest e nel Pacifico centrale e orientale aumenta la presenza di acque
superficiali più fredde.
Il ciclo ENSO non segue un calendario fisso. Le sue diverse fasi si alternano
generalmente nell’arco di alcuni anni, ma con durata e intensità variabili. Un
episodio di El Niño o La Niña può durare diversi mesi e, in alcuni casi,
protrarsi per circa un anno o più. Tra un episodio e l’altro può esserci una
fase neutrale.
Quali sono gli effetti de El Nino e dove si verificano
Veniamo ora alle conseguenze di questo fenomeno. Gli
effetti di El Niño si manifestano innanzitutto nelle aree tropicali, dove
il riscaldamento del Pacifico centrale e orientale modifica la distribuzione
delle piogge e delle aree soggette a siccità. In Sudamerica, per
esempio, gli studi basati sulle osservazioni della portata dei fiumi mostrano
che durante gli episodi di El Niño aumenta sensibilmente il rischio di
inondazioni nel bacino del Río de la Plata e il rischio di siccità nel
bacino amazzonico. A livello globale, gli anni caratterizzati da El Niño
sono inoltre associati a un aumento di eventi climatici estremi, anche se
gli effetti variano molto da una regione all’altra. Inoltre, El Niño
influenza anche l’attività dei cicloni tropicali, tendendo a ridurre la
formazione degli uragani nell’Atlantico e ad aumentarne l’attività nel
Pacifico, oltre che modificando le condizioni atmosferiche che favoriscono lo
sviluppo e il percorso di questi fenomeni. Il forte riscaldamento del Pacifico
contribuisce infine ad aumentare la temperatura media globale, rendendo
più probabile che gli anni caratterizzati da El Niño raggiungano valori termici
particolarmente elevati.
Ci sono poi gli effetti a distanza, che possono
arrivare anche in Europa, propagandosi attraverso onde atmosferiche. In
questo caso, però, il legame è più debole e complesso e non si può parlare in
termini di certezze ma di aumento delle probabilità. El Niño, infatti,
non determina direttamente il tempo atmosferico di una singola giornata o di
una singola stagione ma può modificare la probabilità che si verifichino
determinate condizioni di venti e pressione atmosferica. Per questo motivo,
alcuni episodi di El Niño, soprattutto quelli più intensi, sono stati associati
a una maggiore probabilità di inverni europei più miti e a una riduzione
delle occasioni di neve alle basse quote. Il rapporto, però, non è
automatico, perché la risposta dell’atmosfera europea cambia da un episodio
all’altro e dipende anche dalle condizioni presenti contemporaneamente negli
altri oceani e nell’atmosfera.
Per chiarire ancora meglio la questione degli effetti di El
Nino, può essere utile analizzare più da vicino cosa accadde a livello globale
nei due precedenti storici già citati in apertura.
- El
Niño 1997. Tra
la fine del 1997 e i primi mesi del 1998 l’indice Niño 3.4 superò i +2,3
°C, un valore che all’epoca non era mai stato registrato. Le conseguenze
furono drammatiche in molte parti del mondo: inondazioni devastanti
in Perù ed Ecuador, siccità estrema e giganteschi incendi in
Indonesia e nel Sud‑Est asiatico, piogge torrenziali in Africa
orientale e un inverno particolarmente piovoso e tempestoso in
California. Si stimano circa 23.000 morti e danni per decine di miliardi
di dollari. In Europa e in Italia il segnale fu più debole, ma l’inverno
1997‑1998 risultò complessivamente mite, con poca neve alle quote basse.
- El Niño 2015. Tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 l’indice Niño 3.4 raggiunse circa +2,6 °C. Gli impatti globali furono simili a quelli del 1997, ma con alcune differenze: siccità molto forte e incendi in Indonesia e Australia, piogge intense e inondazioni in parti del Sudamerica e della California, e un contributo decisivo a rendere il 2015 e il 2016 gli anni più caldi mai registrati fino ad allora. In Europa e in Italia il segnale rimase indiretto, ma l’inverno 2015‑2016 fu nel complesso mite, con temperature sopra la media e poca neve alle quote basse.
El Niño e i cambiamenti climatici
Quanto detto finora rende evidente come El Niño sia un
fenomeno naturale e non una conseguenza del cambiamento climatico di origine
antropica. Il suo ciclo fa parte della variabilità naturale del sistema
climatico e si verifica da migliaia di anni. Il riscaldamento globale, però,
si sovrappone a questa variabilità e può modificarne gli effetti. Durante
un episodio di El Niño, infatti, il calore accumulato nell’oceano viene in
parte trasferito all’atmosfera, contribuendo temporaneamente ad aumentare la
temperatura media globale. Questo può rendere un determinato anno
eccezionalmente caldo, ma non significa che El Niño sia responsabile della
tendenza al riscaldamento osservata sul lungo periodo.
Il rapporto tra questo fenomeno e i cambiamenti climatici
funziona soprattutto in un’altra direzione: un pianeta più caldo può
amplificare alcuni effetti di El Niño. Un’atmosfera e un oceano più caldi,
infatti, contengono più energia e più umidità, condizioni che possono rendere
più intensi alcuni eventi estremi associati proprio a El Niño, come ondate
di calore e precipitazioni intense. Non ci sono invece ancora sufficienti dati
scientifici per affermare che il riscaldamento globale stia rendendo El Niño
più frequente o più intenso.
In altre parole, El Niño non è una causa del cambiamento
climatico, ma una naturale oscillazione climatica che oggi si manifesta
all’interno di un sistema già più caldo. È questa sovrapposizione
tra variabilità naturale e riscaldamento antropico che può contribuire a
produrre alcuni degli anni e degli eventi climatici più estremi.
Cosa sta succedendo oggi e cosa succederà domani: da El Nino
all’inverno europeo
Veniamo all’oggi, di cui tutti stanno parlando. A partire
dalla primavera 2026, il Pacifico è entrato in una nuova fase di El Niño.
Secondo il Climate Prediction Center della NOAA, a settembre 2026 l'indice Niño
3.4 ha raggiunto +1,8 °C nella media di agosto, mentre le anomalie delle acque
superficiali superavano +3 °C nel Pacifico equatoriale orientale. Le condizioni
atmosferiche osservate confermano che si tratta di un episodio ENSO pienamente
sviluppato, destinato a rafforzarsi nei prossimi mesi. La NOAA, infatti, stima:
- una
probabilità superiore al 90% che El Niño raggiunga una intensità
molto forte nell'autunno e nell'inverno dell'emisfero settentrionale
2026-2027;
- una
probabilità al 75% che entro dicembre si configuri un evento
classificabile come storico (cioè con una media trimestrale del Niño
superiore a +2,5 °C).
La WMO, invece, prevede a sua volta:
- un'intensificazione
verso un episodio molto forte, con il picco atteso tra la fine del 2026 e l'inizio
del 2027;
- una
probabilità prossima al 100% che El Niño persista almeno fino a febbraio
2027.
C'è poi un elemento che rende il 2026-2027 particolarmente
interessante ed è il contesto climatico nel quale El Niño si sta
verificando, molto diverso da quello degli eventi del 1997-1998 e del
2015-2016. Infatti, la temperatura media globale è più alta e gli oceani
sono più caldi. Questo, come detto, non significa che il cambiamento
climatico abbia necessariamente reso El Niño più intenso o più frequente.
Significa però che gli effetti di un El Niño molto forte si sommano oggi a
un livello di temperatura di fondo più elevato. Il risultato può essere un aumento
del rischio di eventi climatici estremi, soprattutto quando El Niño si
sovrappone a condizioni locali già favorevoli a caldo, siccità o
precipitazioni intense. Le prime osservazioni del 2026 mostrano proprio
questa sovrapposizione. Copernicus, il programma di osservazione della Terra
dell'Unione Europea, ha rilevato che agosto 2026 è stato, insieme a luglio
2023, il mese più caldo mai registrato a livello globale, mentre la
temperatura superficiale degli oceani extratropicali ha raggiunto un nuovo
record (sempre ad agosto). Secondo il Copernicus Climate Change Service,
questo risultato riflette sia il riscaldamento globale di fondo sia il forte El
Niño in sviluppo nel Pacifico.
E l'Europa? Le prime previsioni stagionali, sempre firmate
Copernicus, indicano, per l'inverno 2026-2027, una probabilità superiore
alla media di temperature miti su gran parte del continente e di precipitazioni
sopra la media in molte aree. È però importante non attribuire
automaticamente questo scenario a El Niño. Le previsioni stagionali tengono
infatti conto di molti fattori atmosferici e oceanici e la relazione tra ENSO
ed Europa è meno stabile di quella osservata in altre regioni del mondo. La
stessa analisi ECMWF 8 European Centre for Medium-Range Weather Forecasts)
mostra che la risposta europea agli episodi di El Niño varia sensibilmente da
un evento all'altro.
Scopri
il nostro impegno contro i cambiamenti climatici
Fonti
- National
Oceanic and Atmospheric Administration (NOAA), Climate Prediction Center, ENSO
Diagnostic Discussion, 10 settembre 2026.
- World
Meteorological Organization (WMO), El
Niño set to become very strong, raising risks of extreme weather into 2027,
3 settembre 2026.
- Copernicus
Climate Change Service (C3S), Seasonal
forecasts, 10 settembre 2026.
- European
Centre for Medium-Range Weather Forecasts (ECMWF), Tim Stockdale, How
confident should we be in a prediction of El Niño?, 10 aprile
2026.
- European
Centre for Medium-Range Weather Forecasts (ECMWF) / Copernicus Climate
Change Service (2026), ENSO
impacts (based on ERA5 reanalysis).
- European
Centre for Medium-Range Weather Forecasts (ECMWF), Tim Stockdale, Measuring
the strength of El Niño – introducing Relative Niño indices, 10
giugno 2026.
- Copernicus
Climate Change Service (C3S) (2026), August
was the joint warmest month ever recorded globally, with temperatures once
again exceeding 1.5°C above pre-industrial levels, 16 settembre
2026.




