
I distretti del cibo: una geografia in evoluzione per lo sviluppo rurale
Negli ultimi anni, i distretti del cibo si sono affermati come strumenti di coordinamento territoriale capaci di mettere in relazione filiere agroalimentari, istituzioni e altri attori locali, supportando innovazione, sostenibilità e sviluppo rurale. Il riconoscimento nazionale introdotto nel 2017 ha dato una cornice comune a esperienze nate negli anni precedenti, a partire dai distretti rurali e agroalimentari di qualità.
Quanto sono diffusi, come si articolano e in che misura le Regioni hanno recepito il quadro nazionale?
Una recente ricerca pubblicata su Frontiers in Sustainable Food Systems ricostruisce il quadro normativo e territoriale dei distretti del cibo italiani, attraverso l'analisi degli atti regionali emanati tra il 1999 e il 2025 e una mappatura delle realtà riconosciute a livello nazionale.
Distretti del cibo: una geografia in evoluzione
A giugno 2026, i distretti del cibo riconosciuti in Italia sono 247. Il dato conferma l'ampia diffusione di uno strumento ormai presente in contesti molto diversi: aree interne e montane, territori caratterizzati da produzioni certificate, sistemi locali specializzati e biodistretti. Più che un modello uniforme, i distretti rappresentano una categoria-ombrello comprendente pluralità di forme di governance locale accomunate dalla capacità di aggregare soggetti e interessi intorno a strategie di sviluppo agroalimentare e territoriale.
Il concetto di distretto nasce nell'economia industriale per descrivere sistemi produttivi territorialmente concentrati, nei quali prossimità, relazioni tra imprese e condivisione di competenze generano vantaggi per il sistema locale. Applicato all'agroalimentare, il modello ha assunto nel tempo una funzione più ampia: non solo rafforzare la specializzazione produttiva, ma anche consolidare le relazioni tra imprese, istituzioni e comunità e valorizzare le risorse del territorio.
Un passaggio decisivo è rappresentato dalla Legge n. 205 del 2017, che ha introdotto una definizione nazionale dei distretti del cibo e disciplinato il riconoscimento attraverso il Registro nazionale gestito dal MASAF in collaborazione con le Regioni. La norma ha così fornito una cornice istituzionale comune a esperienze regionali già in parte consolidate.
Analisi della normativa regionale ante e post l. 205 del 2017
Il quadro normativo regionale è stato ricostruito considerando 183 documenti (tra cui leggi, deliberazioni, decreti e altri atti amministrativi) emanati tra il 1999 e il 2025.
Per confrontare i diversi modelli regionali sono stati considerati cinque aspetti:
- I soggetti coinvolti: gli atti definiscono i requisiti che devono possedere i soggetti promotori?
- Gli obiettivi perseguiti: vengono specificate le finalità che i distretti intendono raggiungere?
- Gli assetti di governance: sono individuati gli organismi e gli strumenti che devono caratterizzare il funzionamento dei distretti, come comitati, assemblee e piani distrettuali?
- Le procedure di riconoscimento: sono definiti con precisione i criteri e le modalità per il riconoscimento dei distretti, con riferimento, ad esempio, al territorio, alla rappresentatività dei soggetti coinvolti e alle caratteristiche dell'area produttiva?
- I sistemi di monitoraggio: sono previsti meccanismi e criteri per monitorare le attività dei distretti del cibo?
Il confronto evidenzia due fasi. Prima del 2017 prevaleva una marcata eterogeneità sotto vari aspetti: le Regioni sperimentavano denominazioni, finalità e assetti organizzativi differenti.
Dopo l'approvazione della Legge n. 205, si osserva una maggiore convergenza istituzionale, pur nel rispetto dell'autonomia regionale. Diventano più frequenti organismi di coordinamento, strumenti di pianificazione, procedure formalizzate di riconoscimento e meccanismi di monitoraggio e controllo.
Si osserva anche una maggiore convergenza nei criteri di riconoscimento. Pur in assenza di una soglia nazionale uniforme, ricorrono alcuni elementi comuni. Ad esempio, un crescente numero di atti normativi regionali richiede espressamente la presenza di un sistema produttivo locale, il coinvolgimento delle imprese agricole e agroalimentari, la partecipazione di soggetti pubblici e privati, un accordo di partenariato e un piano o programma di distretto.
Una pluralità di modelli sotto un'unica cornice
Il sistema distrettuale italiano comprende realtà molto diverse (vedi box normativo). Al fine di analizzare la distribuzione e lo sviluppo sul territorio dei diversi modelli distrettuali, le diverse fattispecie sono ricondotte a cinque macro-tipologie per caratteristiche prevalenti: distretti rurali, distretti agroalimentari di qualità, sistemi produttivi locali, distretti biologici e distretti di filiera. Le prime valorizzano soprattutto l'integrazione tra attività agricole e territorio; le seconde il radicamento di produzioni di qualità e relazioni di filiera; i distretti biologici pongono al centro sostenibilità e metodo biologico, mentre sistemi produttivi locali e distretti di filiera rispondono maggiormente a logiche di specializzazione e coordinamento economico.
Questa pluralità riflette la diversità dei sistemi agricoli italiani e delle strategie regionali, combinando in misura diversa sviluppo territoriale, identità locale e integrazione delle filiere.

Qualità, territorio e sostenibilità: le priorità del sistema distrettuale
La lettura della distribuzione dei distretti in Italia per tipologia mostra tre orientamenti prevalenti: qualità, integrazione territoriale e sostenibilità.
I distretti agroalimentari di qualità rappresentano il 44% del totale; seguono i distretti rurali (26%) e quelli biologici (17%). Il peso dei distretti di qualità richiama la centralità delle produzioni certificate nel sistema agroalimentare italiano.
La presenza dei distretti rurali e biologici segnala l'attenzione verso multifunzionalità, sostenibilità e integrazione tra attività produttive, risorse ambientali e patrimonio locale.
Più contenuta è la presenza dei sistemi produttivi locali (9%) e dei distretti di filiera (5%). Nel complesso, la composizione suggerisce che lo strumento distrettuale sia stato utilizzato soprattutto come leva di valorizzazione territoriale e cooperazione tra imprese, istituzioni e altri attori locali.
Una geografia che riflette strategie regionali differenti
La distribuzione sul territorio nazionale è molto differenziata. La Toscana conta 47 distretti riconosciuti, seguita da Calabria (29), Sardegna (24), Campania (23) e Lombardia (20): insieme, le prime cinque regioni concentrano oltre la metà dei distretti italiani. Nel Mezzogiorno risultano particolarmente diffusi i distretti agroalimentari di qualità, mentre nel Centro Italia assume un peso relativamente maggiore la componente biologica. Le differenze regionali non dipendono, tuttavia, soltanto dalla consistenza del settore agricolo. Riflettono anche scelte istituzionali, criteri di riconoscimento e differenti modi di utilizzare lo strumento: alcune Regioni hanno favorito una diffusione più capillare, altre hanno puntato su un numero più contenuto di distretti. La geografia dei riconoscimenti restituisce quindi anche la varietà delle strategie regionali di sviluppo e coordinamento territoriale.

Dai riconoscimenti ai finanziamenti: non tutti i territori corrono alla stessa velocità
Il consolidamento dei distretti è stato accompagnato da specifiche misure di sostegno. Attraverso i contratti di distretto, il MASAF ha promosso due procedure di finanziamento, nel 2020 e nel 2024, rivolte a investimenti compresi tra 3 e 25 milioni di euro e orientati al rafforzamento delle filiere, all'innovazione, alla digitalizzazione e alla sostenibilità ambientale.
In entrambe le procedure il numero delle candidature ha superato le risorse disponibili, confermando il crescente interesse verso lo strumento.
I progetti finanziati nelle due tornate sono 31. La distribuzione territoriale dei beneficiari mostra che la capacità di intercettare le risorse dipende non solo dalla struttura produttiva, ma anche dalla qualità dei partenariati, dalle competenze progettuali e dall'efficacia del coordinamento locale. Il riconoscimento del distretto, quindi, non coincide automaticamente con la capacità di tradurre una strategia territoriale in progetti finanziabili.
Una sfida per le politiche future
La sfida principale è rafforzare il coordinamento tra livello nazionale e regionale senza ridurre la capacità di adattamento alle specificità territoriali. L'autonomia regionale ha favorito la sperimentazione, ma ha prodotto anche differenze rilevanti negli assetti di governance, nelle procedure e nelle opportunità operative.
Perché i distretti del cibo possano consolidarsi come piattaforme territoriali di coordinamento, il sostegno pubblico non può limitarsi agli incentivi agli investimenti. Servono strumenti stabili di governance, capacità di programmazione, monitoraggio e competenze in grado di collegare imprese, istituzioni e altri soggetti del territorio.
La prospettiva, per i prossimi anni, è passare dal riconoscimento formale alla capacità di produrre strategie continuative e risultati concreti per competitività, sostenibilità, resilienza e sviluppo delle economie rurali.
Nota metodologica
- Il contributo sintetizza un lavoro più ampio, al quale si rimanda per eventuali approfondimenti: Briamonte L, Manzoni A, Scotti M, Tarangioli S, La Sala P and Chiappini S (2026) Italian food districts: a multi-level governance analysis of policy frameworks and territorial distribution. Front. Sustain. Food Syst. 10:1845219. doi: 10.3389/fsufs.2026.1845219
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