Se fossi pane….
Il rapporto di
Leonardo Sciascia e il cibo principe della dieta mediterranea
“ Il
pane per i siciliani è l’essenza della civiltà e dell’economia agricola e il
simbolo dell’interazione tra la società e la storia: testimonianza continua dei
contrasti e delle sofferenze di un popolo che da questa parte del mediterraneo
ha saputo mantenere un rapporto di grande intimità con la terra”.
di Lillo Alaimo Di
Loro
«Il rapporto con
il pane era normale, non ne andava particolarmente ghiotto e non ricordo si
lamentasse della sua qualità. Gli piaceva il pane casereccio, con una crosta robusta.
Amava le fuazze e le unchiatedde, condite con olio, pecorino e
acciuga. La unchiatedda non sempre riesce
alla perfezione».
Leonardo Sciascia
non si lamentava della qualità del pane, con cui aveva un rapporto semplice e
naturale. Questa è forse l’espressione più rasserenante di tutta questa nostra
riflessione sul cibo. Il pane siciliano è un pane molto dolce, saporito,
profumato. È veramente difficile lamentarsene, come è altrettanto difficile
riuscire a produrre un pane non all’altezza della sua fama. La qualità delle farine
siciliane è stata da sempre eccezionale, forte delle proprietà eccellenti della
materia prima. Il grano duro delle varietà antiche Russello, Perciasacchi,
Tumminia, o il tenero Maiorca, tra i più noti. Ma la lista dei grani antichi
siciliani è lunghissima, figli della “selezione massale” operata direttamente
dai contadini, in una regione che è in effetti un piccolo continente per
variabilità di clima e di terreno. Terra vocata al grano per eccellenza, tanto
che lo stesso Diodoro Siculo, storico siceliota nato ad Agira in provincia
di Enna, nel 90 a.C. autore della prima, monumentale enciclopedia della storia,
la Bibliotheca historica, sosteneva che il grano in Sicilia fosse
esistito da sempre, in contrasto con quanti, già allora, ritenevano che fosse
stato
invece introdotto
dai greci, a cui i semi erano stati donati direttamente dalla dea Demetra per ricambiare
l’ospitalità ricevuta sulla terra.
Il pane per i
siciliani è l’essenza della civiltà e dell’economia agricola e il simbolo dell’interazione
tra la società e la storia: testimonianza continua dei contrasti e delle
sofferenze di un popolo che da questa parte del mediterraneo ha saputo
mantenere un rapporto di grande intimità con la terra.
Quando si parla di
cibo, nel senso di sostantivo maschile che indica tutto ciò che può essere
mangiato per nutrire l’organismo, ci si riferisce spesso al pane. Il pane diventa
il simbolo dell’essenziale, imprescindibile elemento della vita stessa. Almeno
nella vasta area mediterranea di cui la Sicilia
è il centro, il pane di grano duro, e non la polenta di mais o il riso oppure
le patate e i crauti, assume un preciso valore di connotazione territoriale, là
dove la demarcazione geografica è culturale.
Leonardo Sciascia,
soprattutto nella prima fase della sua produzione letteraria, fa larghissimo
uso della parola pane. Lo vediamo ne Le parrocchie di Regalpetra dove nelle
pagine introduttive ci riferisce di una irritata conversazione sul tema
dell’orgoglio, avuta con un suo parente.
Siamo nella
“Regalpetra” degli anni cinquanta. Questo suo parente si lamentava del fatto
che “i timidi miglioramenti” della condizione sociale degli umili nel secondo dopoguerra
istigavano una sorta di “orgoglio di uguaglianza”, che poneva, tra l’altro, i
primi deboli limiti allo sfruttamento e
alla disponibilità di manodopera a buon prezzo. O meglio a prezzo da fame.
«Questo c’è di
nuovo: l’orgoglio; e l’orgoglio maschera la miseria, le ragazze figlie di
braccianti e di salinari passeggiano la domenica vestite da non sfigurare
accanto alle figlie dei galantuomini, e i
galantuomini commentano - guardate come vestono, il pane di bocca si levano per
vestire così -; e io penso
- bene, questo è forse un principio, comunque si cominci l’importante è
cominciare».
E la parola pane,
come cibo, necessario nutrimento per la vita, figura ben 35 volte ne Le
parrocchie di Regalpetra, in altrettanti contesti che descrivono una
condizione di disagio, povertà, sofferenza, sempre a indicare l’assenza, il
bisogno di averne abbastanza per potere svolgere una condizione di vita
normale, dignitosa. Concetto che anche un altro grande personaggio del secolo
scorso ha sviluppato con poetica enfasi, Ignazio Buttitta. Nel descrivere la
ragione per cui tanti siciliani dopo il secondo dopoguerra, stremati dalla
povertà, intrapresero la strada dell’emigrazione, in quel contesto vissuta come
condizione di estrema umiliazione e sconfitta, in una delle sue poesie, L’emigranti
ripartono, sintetizza splendidamente nell’assenza del pane la ragione
dell’andare “in terra straniera”:
«Oh terra mia
d’aranci/ d’aranci e di canzuni/ u latti mi lu dasti/ ma pani un mi nni duni».
E ancora il pane
che in più momenti si intreccia con la storia della Sicilia sapendo essere
espressione di stoica sopportazione come di irruente violenza, quando il
retroterra di disagio sociale culmina nella fame e anima le “rivolte del pane”,
troppo spesso strumentalizzate negli esiti da registi occulti che finiscono con
trarne nuovi privilegi e nuovo potere. Basta ricordare la rivolta del pane
del 1647a Palermo, per il “caro pane” conseguente alla municipalizzazione; la
rivolta del 1673 a Messina, per analoghi motivi; La rivolta del Sette e
mezzo, nel 1866 a Palermo, ancora una volta a causa dell’aumento del costo
del pane e dell’introduzione del “macinato”, tassa sulla farina imposta dal governo
centrale (per coprire i costi della guerra contro gli austriaci). Infine, il 19
ottobre del 1944, a Palermo davanti al palazzo Comitini, allora sede della
prefettura, una protesta pacifica di gente che chiedeva pane,lavoro e
libertà, diede luogo di fatto alla prima strage di stato della storia
nazionale, con 24 vittime e 158 feriti, tra i popolani affamati.
Ma Leonardo
Sciascia con il pane aveva un rapporto sereno. Ed anche il cibo nell’ultima
fase della produzione letteraria figura sempre più come elemento del buon
vivere e non come strumento di sopravvivenza. Segno che qualcosa stava
cambiando. Lui ne mangiava con gusto, quanto basta per accompagnare companatico
e cibi che il suo raffinato palato gradiva e che la sua lucida cultura europea
consentiva di scegliere ed apprezzare.
Da La
“ragione” del cibo - Leonardo Sciascia a tavola - di
Lillo Alaimo Di loro