La candidatura della cucina italiana a patrimonio immateriale dell’UNESCO non rappresenta soltanto il riconoscimento di una tradizione gastronomica di altissimo livello, ma l’affermazione di un rito collettivo che appartiene a tutti noi. PARTECIPA
Non candidiamo semplicemente un “modo di cucinare” – sebbene ciascuna delle cucine regionali italiane meriterebbe di per sé un tale riconoscimento – ma candidiamo un rito culturale e sociale che unisce la comunità: dalla scelta dei cibi, alla preparazione, fino alla tavola, dove si continua a parlare di ciò che si mangia e del valore che esso porta con sé.
La cucina italiana è antichi saperi tramandati, è la gioia di stare insieme, è l’occasione per mantenere vivi i rapporti familiari, di amicizia e di comunità. In questo senso, il pranzo della domenica ne rappresenta la massima espressione: un momento di convivialità che il mondo ci invidia, simbolo del nostro modo di intendere la vita, la famiglia e la socialità.
Dall’alta cucina a quella popolare, l’Italia, con le sue caratteristiche geografiche e le stratificazioni storiche che la attraversano, custodisce una straordinaria pluralità di ingredienti, piatti, occasioni e rituali legati al cibo. La storia del cibo coincide con la storia della nostra civiltà, della cultura e del rapporto profondo con i territori. La cucina italiana riflette così la società, l’identità collettiva e il legame inscindibile tra terra e comunità, costituendo un patrimonio riconosciuto e ammirato in tutto il mondo.
Il cibo è un pilastro della nostra identità e un potente collante sociale. Non c’è pasto senza condivisione, non c’è tavola senza una storia da raccontare. Riunirsi per mangiare è un rito che unisce generazioni, famiglie e intere comunità. La cucina italiana è dunque molto più che arte culinaria: è cultura popolare accessibile a tutti, è memoria, è sapere, è patrimonio vivo.
In questo quadro, un ruolo fondamentale è svolto dalla Rete nazionale dei Borghi Genius Loci De.Co., nata per valorizzare e promuovere le filiere identitarie, le tradizioni locali e il patrimonio immateriale dei territori. I Borghi Genius Loci De.Co. custodiscono e tramandano i saperi legati al cibo, rendendo visibile come ogni prodotto, ogni ricetta e ogni rito conviviale siano parte di una storia comune che si rinnova di generazione in generazione.
La candidatura della cucina italiana a patrimonio immateriale UNESCO è anche il riconoscimento del lavoro svolto nei borghi, nelle comunità rurali e nelle città, dove si perpetua la sapienza gastronomica come valore sociale, economico e culturale. Essa rappresenta un patrimonio comune non solo per oltre 60 milioni di connazionali, ma anche per le comunità italiane all’estero e per tutti coloro che, nel mondo, si ispirano allo stile di vita italiano.
Sostenere questa candidatura significa sostenere l’Italia delle radici, dei territori e delle comunità, e riconoscere che la cucina italiana è espressione autentica di identità, memoria e futuro.
IPSSEOA “Pietro Piazza”, Corso dei Mille 181, Palermo
Un incontro per riflettere su innovazioni, certificazioni e ruolo del consumatore postmoderno nel mondo dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali (PAT).
Interverranno rappresentanti delle istituzioni, del mondo accademico e delle associazioni di categoria, insieme a esperti del settore agroalimentare e della valorizzazione della dieta mediterranea.
A seguire: degustazione di prodotti PAT.
“Soddisfare i bisogni della generazione presente senza compromettere quelli delle generazioni future”. Questo è l’imperativo dei nostri tempi e l’obiettivo cruciale dell’Agenda 2030 delle Nazioni Unite. Ma perché è così importante perseguire questo fine? E quali sono l’origine ed il significato della parola “sostenibilità”, termine molto spesso usato in modo generico o improprio?
L’idea di sostenibilità in agricoltura è stata illustrata per la prima volta nell’opera di Thomas Malthus del 1798: “An Essay on the Principle of Population”, nel quale già si poneva l’attenzione sulla possibile crescita illimitata della popolazione, tale da superare la capacità dell’umanità di produrre cibo, portando alla fame ed alle guerre. Per quasi due secoli, si è creduto di superare questo grave dilemma grazie alla crescita dei Paesi industrializzati ed allo sviluppo tecnologico. Ma la questione è tornata, con tutta la sua drammatica problematicità almeno dal 1987, con la pubblicazione del Rapporto Brundtland (“Our Common Future”), che riprendeva con forza il tema dello “sviluppo sostenibile”. La sostenibilità dei sistemi agricoli è stata da allora ampiamente discussa, assumendo, nei forum internazionali, un ruolo fondamentale per la transizione verso lo sviluppo sostenibile globale.
I primi studi sulla sostenibilità sono stati realizzati dalle Nazioni Unite immediatamente dopo la Conferenza per l’Ambiente e lo Sviluppo svoltasi nel 1992 a Rio, in Brasile. Ancor prima, in Italia, Aurelio Peccei, fondatore nel 1968 del Club di Roma, rifletté sui limiti e sulle contraddizioni di una crescita economica non coordinata a livello globale e sull’impatto ambientale delle attività umane. Egli, profondamente consapevole dei cambiamenti in atto sul nostro pianeta, nel primo rapporto del Club, “I limiti dello sviluppo” (1972), pose chiaramente in discussione il mito del progresso incontrollato, sostenendo che i ritmi della crescita demografica e lo sfruttamento delle risorse naturali ed ambientali, se invariati, entro 100 anni avrebbero condotto al collasso del sistema produttivo e al disastro ecologico globale. Bisognava dunque programmare il futuro, sulla base di correttivi immediati ed adeguati, per evitare la catastrofe.
Quindi, ha fatto seguito il lavoro dell’OCSE, che ha adottato lo schema di riferimento teorico “Pressione, Stato, Risposta” per la rappresentazione delle relazioni agricoltura-ambiente. L’OCSE definisce la sostenibilità nel settore agroalimentare come una agricoltura che, nello sfruttamento delle risorse e nelle tecniche di produzione, si propone di non alterare l’equilibrio ambientale. In sostanza, l’OCSE propone che l’agricoltura abbia tre pilastri fondamentali: la sostenibilità delle risorse, la sostenibilità economica degli operatori, la sostenibilità per la salute degli operatori.
1. Rendere più efficiente l’uso delle risorse: se in passato il concetto di efficienza si esprimeva in termini di incremento del raccolto (kg per ettaro coltivato), oggi esso dovrà includere altri aspetti, come quello di risparmio energetico e idrico.
2. Conservare, proteggere e potenziare le risorse naturali: poiché la produzione agricola dipende dalla disponibilità di risorse naturali, ridurre l’impatto dell’agricoltura su queste ultime contribuirà a renderla più sostenibile.
3. Proteggere e migliorare i mezzi di sostentamento delle popolazioni rurali, la giustizia e il benessere sociale: considerato l’elevato numero di lavoratori impiegati nel settore agricolo, garantire condizioni di lavoro adeguate e un ambiente sano e sicuro ridurrà notevolmente povertà e insicurezza alimentare nelle zone rurali.
4. Rafforzare la resilienza delle persone, delle comunità e degli ecosistemi: la diffusione di politiche, tecnologie e pratiche che rinforzino le capacità delle popolazioni e dell’ambiente naturale di far fronte alle conseguenze di eventi meteorologici estremi, volatilità dei mercati e conflitti sociali contribuirà alla stabilità del settore agricolo.
5. Istituire meccanismi di governance responsabili ed efficaci: un contesto giuridico e istituzionale fondato su un giusto equilibrio tra iniziative pubbliche e private, principi di responsabilità, equità, trasparenza e lo stato di diritto, è alla base di una buona governance (FAO).
I concetti e le definizioni di Agricoltura Sostenibile
Molti studiosi considerano l’agricoltura sostenibile come un insieme di strategie di gestione, mentre tanti altri definiscono l’agricoltura sostenibile come un’ideologia o una serie di obiettivi specifici. Vi sono state almeno 44 definizioni di agricoltura sostenibile tra il 1984 e il 2015.
Tuttavia, è oggi necessario declinare la definizione di un’agricoltura sostenibile in termini di impatto sui tre versanti della sostenibilità: quello ambientale, quello economico e quello sociale. Diversi quadri e indicatori sono stati sviluppati per determinare quantitativamente e valutare la sostenibilità dei sistemi alimentari dalla scala nazionale a quella globale.
L’approccio multidimensionale sviluppato dalla FAO (1991) sembra poter comprendere i tre pilastri della sostenibilità, con una definizione molto appropriata, adatta ad identificare indicatori di sostenibilità agricola: “La gestione e la conservazione della base delle risorse naturali e l’orientamento del cambiamento tecnologico e istituzionale in modo tale da garantire il raggiungimento e la continua soddisfazione dei bisogni umani per le generazioni presenti e future. Tale sviluppo conserva la terra, l’acqua, le risorse genetiche vegetali e animali, non è degradante dal punto di vista ambientale, à tecnicamente appropriato, economicamente sostenibile e socialmente accettabile”.
I 17 obiettivi di sviluppo sostenibile – identificati dall’ONU nel 2015 – definiscono un nuovo modello di società, secondo criteri di maggior responsabilità in termini sociali, ambientali ed economici, finalizzati ad evitare il collasso dell’ecosistema terrestre. In questo disegno, tutti possono e devono fare la loro parte, dalle aziende ai consumatori finali.
L’integrazione dei principi dello sviluppo sostenibile nella politica agricola della UE
L’integrazione dei principi dello sviluppo sostenibile nelle politiche settoriali costituisce uno dei principali obiettivi strategici dell’Unione Europea. Sulla via della realizzazione di un sistema agricolo sostenibile nell’UE, la Politica Agricola Comune (PAC), combina pertanto approcci sociali, economici e ambientali. La PAC rientra fra le competenze primarie dell’Unione Europea, del cui bilancio rappresenta circa un terzo delle risorse.
Per una sua nuova e radicale riforma, il 1° giugno 2018 sono state presentate tre proposte legislative riguardanti: 1) la struttura dei Piani Strategici 2) il riordino del mercato agricolo comune 3) la struttura finanziaria, gestione e monitoraggio. La riforma si basa su otto temi strutturali fra cui: la semplificazione delle misure, il sostegno all’innovazione, l’ambizione ambientale, le garanzie di qualità delle produzioni e la liberazione del potenziale di sviluppo rurale. Tre sono gli obiettivi generali:
la resilienza del settore agricolo
l’orientamento all’ambiente e al clima,
il rafforzamento del tessuto socio-economico,
perseguiti attraverso nove obiettivi specifici: competitività; adeguatezza dei redditi agrari; riequilibrio dei poteri della filiera agro-alimentare; salubrità delle catene alimentari; azione climatica; gestione sostenibile delle risorse; tutela del paesaggio e della biodiversità; ricambio generazionale; vivacità delle aree rurali.
Chiave della riforma è la nuova Farm to Fork (strategia F2F). In coerenza con il New Green Deal, questa si prefigge di invertire la perdita di biodiversità; garantire sicurezza, nutrizione e salute pubblica; conciliare l’accessibilità dei prodotti con adeguati redditi per gli operatori; coniugare la convenienza degli approvvigionamenti con l’equità degli scambi internazionali.
Le politiche agricole offrono diverse opportunità di contrasto al cambiamento climatico, rafforzando le complementarità fra strumenti attuativi, fra cui: la diversificazione delle colture; la creazione di zone di interesse ecologico; la tutela degli ecosistemi dell’agricoltura e silvicoltura; l’efficienza nella transizione verso colture resilienti e a basse emissioni di carbonio.
Le sfide demografiche globali e locali impongono di incrementare l’output agro-alimentare, conciliando maggiori rese produttive con minori pressioni sull’ambiente e sulle risorse naturali (in particolare acidificazione delle acque sotterranee, immissione di fertilizzanti, trattamenti fitosanitari). Grandi opportunità sono collegate alla diffusione di soluzioni digitali e di tecnologie che attengono alla “Smart Agricolture” ed alla “agricoltura di precisione” (OECD, Digital Opportunities for Better Agricultural Policies, settembre 2019).
Nella prospettiva di uno sviluppo sostenibile, per l’Italia, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) si prefigge, in linea con la strategia F2F, un nuovo orientamento per il settore agro-alimentare verso tre macro-obiettivi: 1) competitività del sistema alimentare; 2) aumento delle sostenibilità dei processi produttivi agricoli; 3) aumento della resilienza dei terreni attraverso la prevenzione del dissesto idro-geologico. Le misure di settore sono contenute nella Componente 1 (“Economia circolare e agricoltura sostenibile”). Gli interventi principali riguardano: logistica; agri-solare; ammodernamento delle macchine agricole; sviluppo delle produzioni e delle tecnologie di biogas e bio-metano; invasi e sistema irriguo.
Monitoraggio e misuradella sostenibilità
Mentre le definizioni di agricoltura sostenibile si susseguono di anno in anno, ad oggi sono disponibili rare valutazioni quantitative sulla sostenibilità agricola per i Paesi del mondo.
L’integrazione dei principi dello sviluppo sostenibile nelle politiche settoriali costituisce uno dei principali obiettivi strategici dove la realizzazione di una agricoltura sostenibile assume un’importanza centrale, data la stretta interdipendenza tra attività agricola e capitale naturale. A livello globale, le comunità accademiche, scientifiche e decisionali hanno concentrato la loro attenzione, già da anni, sui concetti di “ambiente sostenibile” e “sviluppo sostenibile” (Zhen e Routray, 2003), accompagnata da tentativi di escogitare modalità di misurazione della sostenibilità, di esaminare empiricamente la sostenibilità di alcune colture ben definite o di sistemi agricoli e di sviluppare metodi per misurarla (Zhen e Routray,2003). In qualsiasi studio sull’agricoltura sostenibile, in altre parole, sorge la domanda su come si può misurare la sostenibilità agricola.
La misurazione precisa della sostenibilità è impossibile perché è un concetto dinamico e sito-specifico (Ikerd, 1993) e perché ciò che è definito come “sostenibile” dipende in una certa misura dalle prospettive degli analisti (Webster, 1999). Ma, anche se la misurazione precisa dell’agricoltura sostenibile non è possibile, “… la selezione di parametri o criteri specifici, rende possibile dire se certe tendenze sono stabili, in salita o in discesa…” e notano che per l’agricoltura sostenibile, un requisito fondamentale è la gestione sostenibile della terra e delle risorse idriche. (Hayati et al., 2010).
Il monitoraggio agroambientale (MAA) e la valutazione dell’impatto dell’agricoltura sul sistema economico, sociale ed ambientale, consentono di verificare i progressi verso l’obiettivo della sostenibilità, fornendo un quadro dell’evoluzione dell’agricoltura dal profilo agroambientale. In questo, gli indicatori agroambientali (IAA) comparabili a livello internazionale (Eurostat e OCSE) ne forniscono la base e ad oggi, tra gli strumenti disponibili, essi sono tra i più appropriati allo scopo.
Un valido esempio è rappresentato dal complesso sistema di indicatori (basati sull’analisi integrata di aspetti sociali, economici e ambientali), sviluppato dalla Commissione Europea, utilizzato per il monitoraggio e la valutazione dei Piani di Sviluppo Rurale, e dalla diffusione, a livello internazionale, di Rapporti periodici sulla sostenibilità dell’agricoltura basati sull’analisi integrata di indicatori. (INEA, 2004).
Nonostante gli sforzi di diverse organizzazioni, l’invito a monitorare l’agricoltura in tutto il mondo non ha ancora prodotto set di dati effettivi che consentano valutazioni delle tendenze. La mancanza di una quantificazione coerente della sostenibilità agricola in più dimensioni ostacola l’identificazione di compromessi indesiderati degli interventi agricoli e lo sviluppo di soluzioni vantaggiose per tutti rispetto a più obiettivi di sostenibilità.
Aleggia in Italia, ma anche in Europa, e se volete nel mondo, un vento del "c a m b i a m e n t o" tranne se taluni vogliono attribuire a meri episodi di casualità alcuni fatti inquietanti.
Iniziamo dall'ultimo nel giorno del Made in Italy la Camera sceglie McDonald’s come testimonial, la rete si divide se è stato opportuno o meno.
E' stata una scelta con un messaggio tanto chiaro quanto inquietante, l'italia, fatta eccezione per il vino, le uova e qualche altra piccolo prodotto, dipende dal mercato globalizzato, smettetela con dieta mediterranea e cucina italiana, ect, ect. adottiamo la "filosofia" di McDonald’s che è presente in tutti gli angoli del mondo, non vi sembra geniale? ...si fà per dire
Condividiamo la sintesi, una presa di coscienza, come si fa a promuovere la cucina italiana, la dieta mediterranea nelle sagre e sagrette di quartiere, quando gran parte della materia prima è importata ?
Donald già ringrazia, massimo risultato,
minimo sforzo
Altro episodio geniale, si fa per dire, nel documento della Commissione UE presentato dal Commissario europeo Hansen sulla nuova strategia dell UE per l'Agricoltura, non cita mai gli obiettivi delle tre Strategie UE "Green deal" “Farm to Fork” e “Biodiversità 2030”,forse considerati troppo clericlari, ignorando che i problemi ambientali e sociali che li hanno motivati restano senza soluzioni ed avranno certamente impatti negativi sull’agricoltura dei 27 Paesi europei dell’Unione, in primis per le piccole e medie aziende, che continueranno inesorabilmente a chiudere (dal 2010 al 2020 il numero di aziende agricole è diminuito di ben 487.000 unità).
La multinazionale dei fast food è protagonista della celebrazione della Giornata del "Made in Italy" in parlamento.
di
Stefano Polacchi
15 aprile, 1452: nasce Leonardo Da Vinci, simbolo del genio italico nel mondo. 15 aprile 2025: la seconda edizione della Giornata del made in Italy, alla Camera dei deputati, celebra McDonald’s come uno dei protagonisti, dei volti, del “made in Italy” nel mondo. La prima considerazione spontanea, rispetto alla scelta della data di nascita di Leonardo come Giornata del made in Italy, è se non sarebbe stato meglio aspettare il 2 maggio, data della morte dello scienziato italiano, per celebrare McDonald’s. Questo non per motivi ideologici, ma perché se il made in Italy è rappresentato dal modello Mc, allora sembra davvero che l’Italian Style abbia più poco da dire. Tanto più dopo aver sentito le considerazioni del ministro Lollobrigida (Fratelli d’Italia) sulla bontà del nostro cibo contro lo spam made in Usa. Ma riavvogliamo un po’ il nastro della giornata di celebrazione…
Può McDonald’s essere un simbolo del made in Italy?
Ma insomma, al di là di cosa se ne pensi di McDonald’s e fermo restando che non fa certo male all’Italia se un gigante del genere aiuta la filiera del pomodoro di Pachino o delle pere dell’Emilia Romagna Igp (come ricorda Giorgia favaro), una riflessione viene abbastanza spontanea: è possibile pensare di presentare il Big Mac come bandiera del made in Italy? I simboli, si sa, sono importanti: fanno parte dei tasselli che costruiscono il nostro Dna. Che Mac si presenti come il salvatore della patria, può anche starci: è legittimo per chi investe nelle nostre industrie alimentari. ma che sia il Parlamento italiano a farlo, sembra un po’ meno consono! Nel senso: McDonald’s non è solo investimento in manzi e polli, pere o pomodori: è un modello, il fast food di stile statunitense. E cosa c’entra con l’Italian Style?
Dal paradosso alla goliardia
Be’, vero che la Giornata è dedicata al made in Italy, ma comunque alla base del nostro prodotto c’è – o dovrebbe esserci – lo stile di vita, quello sì di grande appeal nel mondo. Ma questo negli hamburger di Mac non c’è. Ferme restando tutte le sue qualità, anche positive, per il nostro Paese: dai livelli di occupazione alla sostenibilità dei packaging (erano presenti all’incontro anche Roberto Calugi di Fipe e Andrea D’Amato di Seda, leader nel packaging sostenibile a base di carta), è davvero difficile – per quanto possa essere forte la provocazione e il paradosso – far passare il Chickenburger come una bandiera del made in Italy. Il punto, poi, è che quando è spimto alle streme conseguenze e senza una comprensibilità di fondo condivisa, il paradosso e la provocazione rischiano di diventare goliardia. E sinceramente, nella nostra Storia e all’interno di quella Camera dei Deputati, ne abbiamo vista di goliardia, di quella che forse è meglio non ripetere più
Mangiare è un atto agricolo, così il poeta-agricoltore americano Wendell Berry, parlava di cibo, che è diventato ormai uno stile di vita, per cui la gente mangia come vorrebbe vivere e si identifica nelle proprie scelte alimentari quotidiane, o almeno prova a farlo, non sempre però i risultati sono soddisfacenti per tutti.
La Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci De.Co., IDIMED e oltre a 70 associazioni, sostengono la Candidatura della Cucina Italiana a Patrimonio Immateriale dell'Umanità promossa dal Governo, insieme a quanti sono impegnati e dedicati alla divulgazione culturale, all’educazione alimentare, alla formazione e alla promozione del territorio, in Italia e all’estero. Con un obiettivo chiaro: tutelare e valorizzare la cultura alimentare e i prodotti agroalimentari di qualità, ponendo particolare attenzione al patrimonio identitario delle produzioni agroalimentari
Un accordo di partnership con quanti vogliono promuovere questo percorso per la candidatura della cucina italiana a patrimonio culturale immateriale dell’umanità Unesco attraverso la cultura alimentare
Un’intesa che punta, attraverso iniziative condivise, a sostenere la candidatura della cucina italiana a patrimonio culturale immateriale dell’umanità rafforzando così il legame tra cultura, territorio, qualità, sottolinea come la cucina italiana sia un elemento identitario, un mosaico di tradizioni regionali e un esempio di sostenibilità e biodiversità.La cucina italiana, infatti, non è solo cibo, ma anche pratiche, gestualità e rituali legati al momento del pasto, che contribuiscono a definire l'identità culturale del paese.
La condivisione del percorso di valorizzazione della straordinaria varietà di saperi e sapori che caratterizzano la nostra cultura gastronomica e che ne definiscono l’identità, a sostegno del riconoscimento della cucina italiana quale patrimonio immateriale dell’umanità.
La candidatura mira a riconoscere il valore della cucina italiana non solo come insieme di ricette, ma anche come pratica sociale, momento di condivisione e patrimonio di tradizioni tramandate di generazione in generazione.
La condivisione del percorso di valorizzazione della straordinaria varietà di saperi e sapori che caratterizzano la nostra cultura gastronomica e che ne definiscono l’identità, a sostegno del riconoscimento della cucina italiana quale patrimonio immateriale dell’umanità.
Promuovere la cultura del cibo significa valorizzare la nostra storia, le tradizioni e l’economia locale. I nostri prodotti dell’elaioenogastronomia sono un patrimonio straordinario, frutto del lavoro delle comunità e delle imprese agroalimentari e degli artigiani del gusto, che rappresentano un valore non solo economico, ma anche sociale e culturale.
Il logo della candidatura della “cucina italiana” a patrimonio dell’Unesco, una mano che spadella cose, fra cui classici ingredienti della cucina italiana e alcuni monumenti celebri nostrani.
Un logo dal design semplice, con la mano di uno chef che spadella sul fuoco un mix di ingredienti della cucina italiana (fra cui figurano il vino, l’olio di oliva, la pizza, il pesce e la pasta) e diversi monumenti italiani (fra cui notiamo la Mole Antonelliana, i Templi di Agrigento, la Torre di Pisa, il Colosseo e diversi altri), il tutto su sfondo azzurro e corredato di scritta “Io amo la cucina italiana candidata a patrimonio Unesco”.
Il logo vuole riportare alla mente l’atto di cucinare come un rito e un patrimonio alimentare/culturale. Il logo è stato realizzato dagli allievi della Scuola della medaglia dell’Istituto poligrafico e zecca dello Stato.
L'obiettivo è di valorizzare i prodotti identitari e dell'arte culinaria dell’ ElaioEnoGastronomia Quando il cibo viene ancorato in maniera identitaria ad un territorio, smette di essere un momento culinario e diventa esperienza totale. In questo modo coinvolge immediatamente i quatto sensi, vedere, annusare, gustare e toccare; ma quando un cibo è veramente ancorato ad un territorio tocca anche l’udito, perché si racconta e racconta il territorio. Quando arriva nel piatto, quel cibo ti ha detto tante cose e quando lo assapori diventa esperienza avvolgente, coinvolgente e identitaria di quel luogo. Il termine genius loci, di origine latina, definisce letteralmente il “genio”, lo spirito, l’anima di un luogo è caratterizza l’insieme delle peculiarità sociali, culturali, architettoniche, ambientali e identitarie di una popolazione e l’evoluzione di quest’ultima nel corso della storia.
"In molti sostengono che la cucina italiana non esiste perché è una somma di cucine regionali. altri che esiste eccome, e non è una somma, ma una moltiplicazione di saperi che si incontrano, si contaminano e si trasformano”.
La cucina italiana esiste, è un patrimonio di valori, di passione, di gesti, di saperi e di creatività, e non di ricette specifiche o di materie prime, per sua natura mutevole, aperto alle contaminazioni e inclusivo, già amato e condiviso dall’umanità. Il riconoscimento a Patrimonio Immateriale Unesco, che potrebbe arrivare nel 2025, sarebbe importante, e sarebbe un’operazione culturale, di affermazione e di orgoglio della cucina italiana d’Italia e del mondo, ben prima e molto di più di un’operazione commerciale, con effetti positivi diretti ed indiretti potenzialmente enormi. Un obiettivo che è alla portata, a patto che enti culturali, istituzioni e chef facciano sistema davvero, e non a parole, guardando al riconoscimento Unesco non tanto come un traguardo, quanto come un nuovo punto di partenza, e come ad uno stimolo per scrollarsi di dosso quel “modus pensandi” tutto italiano, di paragonarsi alla Spagna nella cucina come alla Francia nel vino, quando invece il Belpaese è ricco di identità, unicità e qualità eccellenti amate nel mondo.