lunedì 8 giugno 2026

“Consorzi di tutela sempre più essenziali "


il nuovo DM Consorzi rafforza il ruolo strategico della rappresentanza organizzata delle Indicazioni Geografiche. Cambia totalmente l’approccio generale, a danno degli  esperti della domenica, insomma un cambio epocale    Due su tutte: turismo enogastronomico e sostenibilità. I consorzi, da un lato,   potranno fare promotori di iniziative turistiche valorizzando il prodotto, la sua storia, il legame con l’ambiente e il valore aggiunto espresso dalle comunità locali. Dall’altro, potranno rivestire il ruolo di capofila e promuovere gli investimenti delle imprese in sostenibilità.



Il decreto Masaf dà attuazione al Regolamento UE 2024/1143 e riconosce ai Consorzi di tutela nuove funzioni su gestione, promozione, sostenibilità, turismo, vigilanza, marchi e regolazione dell’offerta

  il nuovo decreto ministeriale sui Consorzi di tutela dei prodotti agricoli e alimentari DOP e IGP, adottato dal Masaf in attuazione del Regolamento (UE) 2024/1143. Il provvedimento rappresenta un passaggio fondamentale per il sistema italiano delle Indicazioni Geografiche e costituisce uno dei principali pilastri nazionali di applicazione della nuova normativa europea.

I Consorzi di tutela italiani, hanno seguito in questi mesi il percorso di definizione del decreto con l’obiettivo di contribuire a una disciplina capace di rafforzare il ruolo dei Consorzi, aggiornare gli strumenti di governance e rendere più efficace la gestione delle DOP e IGP nel nuovo quadro europeo.

Il decreto assicura una capacità di rilancio strategico del sistema nazionale delle Indicazioni Geografiche, riconoscendo ai Consorzi di tutela una funzione sempre più ampia: non solo promozione e vigilanza, ma anche gestione complessiva della denominazione, tutela della reputazione, valorizzazione territoriale, sostenibilità, turismo e regolazione dell’offerta.

Tra gli elementi più importanti del lavoro svolto dal Masaf vi è l’adeguamento dei criteri di riconoscimento dei Consorzi, interpretati in chiave moderna e flessibile per rispondere alle diverse realtà produttive, territoriali e organizzative delle filiere DOP e IGP italiane. Si tratta di un punto essenziale per consentire anche alle denominazioni più piccole o articolate di dotarsi di strumenti di rappresentanza efficaci e coerenti con le esigenze del mercato.

Di particolare rilievo è anche l’apertura alla possibilità di costituire un unico Consorzio per più Indicazioni Geografiche, anche appartenenti a filiere produttive differenti. Questa previsione favorisce l’aggregazione dei produttori e degli operatori, permette di superare frammentazioni storiche e consente di costruire modelli consortili più forti, efficienti e stabili, salvaguardando al tempo stesso l’autonomia decisionale di ciascuna denominazione.

Il decreto aggiorna inoltre le norme statutarie di riferimento, chiarendo i criteri di rappresentanza delle diverse categorie produttive negli organi sociali e rafforzando i principi di trasparenza, equilibrio e partecipazione all’interno dei Consorzi. Una cornice indispensabile per assicurare una governance moderna, capace di rappresentare correttamente la complessità delle filiere e di sostenere decisioni strategiche condivise.

Il punto più qualificante del provvedimento è tuttavia il recepimento pieno delle nuove funzioni assegnate dal Regolamento UE 2024/1143 ai gruppi di produttori riconosciuti. I Consorzi di tutela vengono infatti confermati come soggetti centrali per la promozione, la valorizzazione, la vigilanza, la tutela giuridica e la gestione della denominazione, con competenze rafforzate anche in materia di proprietà intellettuale, contrasto agli usi illeciti, monitoraggio dei mercati e tutela online.

Il decreto attribuisce inoltre ai Consorzi un ruolo decisivo nella gestione dell’uso delle denominazioni nei prodotti composti, elaborati o trasformati, attraverso il rilascio delle autorizzazioni e la tenuta degli elenchi dei soggetti utilizzatori. È un passaggio rilevante per garantire un impiego corretto dei nomi protetti, evitare usi impropri e assicurare trasparenza al consumatore.

Accanto alla tutela e alla promozione, il provvedimento introduce in modo organico le nuove competenze in materia di sostenibilità e turismo delle Indicazioni Geografiche. I Consorzi potranno promuovere iniziative ambientali, sociali ed economiche coerenti con il disciplinare e con il territorio, nonché adottare linee di indirizzo per lo sviluppo del turismo gastronomico legato alla DOP o IGP, valorizzando il prodotto, la sua storia, il legame con l’ambiente e il valore aggiunto espresso dalle comunità locali.

Non meno importante è il riconoscimento del ruolo dei Consorzi nella regolazione dell’offerta. Il decreto disciplina infatti la possibilità di proporre misure temporanee per migliorare la programmazione produttiva, l’equilibrio di mercato, la valorizzazione del prodotto e la trasparenza del sistema di offerta, nel rispetto dei principi europei di proporzionalità, non discriminazione e libera concorrenza. Si tratta di uno strumento strategico per tutelare l’intera filiera, compresa la componente agricola, e per perseguire uno degli obiettivi fondamentali delle Indicazioni Geografiche: assicurare una più equa valorizzazione della produzione primaria e del legame tra prodotto, territorio e comunità produttiva.

  il decreto rappresenta quindi un risultato significativo per tutto il sistema nazionale delle DOP e IGP. Il nuovo quadro normativo consente ai Consorzi di tutela di affrontare con strumenti più adeguati le sfide dei mercati, della transizione sostenibile, della promozione internazionale, della tutela digitale e dello sviluppo territoriale.

Con questo decreto   si compie un passaggio decisivo nell’attuazione nazionale del Regolamento UE 2024/1143. Il sistema italiano delle Indicazioni Geografiche ha bisogno di Consorzi forti, riconosciuti, rappresentativi e dotati di funzioni moderne per garantire la qualità agroalimentare. 

 

domenica 7 giugno 2026

la moneta dell'identità, nella Banca del GeniusLoci DeCo

                         Francesca di Giovanni 

Intervista a Nino Sutera, Coordinatore della Rete Nazionale dei Borghi Genius Loci DeCo

Nino Sutera è tra i principali promotori in Italia della valorizzazione delle identità territoriali. Ideologo del modello dei Borghi Genius Loci De.Co., ha sviluppato un approccio culturale e operativo che mette al centro il patrimonio immateriale dei territori: tradizioni, saperi, memoria e relazioni. Il suo lavoro si colloca all’incrocio tra sviluppo locale, antropologia culturale ed economia civile, con l’obiettivo di restituire ai borghi un ruolo attivo e consapevole nel contesto contemporaneo.




Dott. Sutera, la “Banca del Genius Loci De.Co.” è un concetto affascinante e inusuale. Da dove nasce questa idea?

Nasce da una constatazione semplice: abbiamo territori ricchissimi di valore, ma poveri di strumenti per riconoscerlo e custodirlo. La Banca del Genius Loci non è un’istituzione finanziaria, ma un dispositivo culturale. Serve a rendere visibile ciò che spesso è invisibile: il patrimonio identitario. In un mondo che misura tutto in termini economici, noi abbiamo voluto creare un luogo simbolico dove il valore è dato dalla memoria, dalla storia e dalla felicità delle comunità.Il Genius Loci è l'anima del luogo: se lo perdi, il borgo diventa un guscio vuoto. Luigi Veronelli ideologo delle De.Co. ha definito il “genius loci”: “l’intimo e imprescindibile legame fra uomo, ambiente, clima e cultura produttiva”


Nel vostro statuto si parla di “moneta dell’identità”. Cosa significa concretamente?

Significa cambiare paradigma. La moneta tradizionale misura lo scambio economico; la nostra “moneta” misura la qualità delle relazioni, la capacità di una comunità di riconoscersi e di trasmettere il proprio patrimonio. Un seme antico recuperato, una ricetta tramandata, una storia raccontata: questi sono atti che generano valore reale, anche se non immediatamente monetizzabile.


Lei distingue tra “tipico” e “identitario”. Perché questa distinzione è così centrale?

Perché il “tipico” oggi rischia di diventare un prodotto replicabile, spesso svuotato di significato. L’“identitario”, invece, è irripetibile. Appartiene a un luogo preciso, a una comunità, a una storia. Se togliamo il racconto, il prodotto resta buono, ma perde anima. La De.Co. serve proprio a questo: a certificare non solo un prodotto, ma il suo legame profondo con il territorio.


La governance della Banca attribuisce un ruolo molto particolare al Sindaco e alla Pro Loco. Perché questa scelta?

Perché volevamo superare una visione puramente amministrativa. Il Sindaco diventa Custode dell’identità, garante di un patrimonio che non è solo materiale. La Pro Loco, e/o le Associazioni locali, invece, è il motore operativo, il luogo dove la comunità si attiva. È una governance che unisce istituzione e partecipazione, politica e cittadinanza attiva.


Un altro elemento innovativo è il concetto di “deposito” del valore. Cosa si deposita nella Banca?

Si depositano saperi, storie, semi, pratiche. Tutto ciò che rischia di andare perduto. La Banca verifica questi “depositi” e li iscrive in un Libro Mastro simbolico. È un modo per dire: questo patrimonio esiste, ha valore, e va protetto. Non accettiamo prodotti già tutelati da marchi europei, perché il nostro focus è sull’unicità non ancora riconosciuta.


Parliamo dello “spread identitario”: un termine mutuato dalla finanza ma reinterpretato.

Esatto. Lo spread, nella nostra visione, misura la distanza tra chi consuma il territorio e chi lo abita davvero. Più una comunità è consapevole e attiva, più lo spread cresce in senso positivo. È un indicatore di resilienza culturale, di capacità di resistere all’omologazione.


Il Protocollo di Identità Naturale (P.I.N.) introduce elementi simbolici come lo sguardo, la stretta di mano e l’abbraccio. È una provocazione?

È una proposta. In un’epoca dominata da codici digitali e relazioni virtuali, abbiamo voluto riportare al centro la fiducia umana. Guardarsi negli occhi, stringersi la mano, abbracciarsi: sono atti semplici, ma profondi. Rappresentano un contratto etico che nessuna firma può sostituire.


Il capitale umano sembra essere il vero fulcro del sistema.

Assolutamente. I Custodi, gli Ambasciatori, i Leader e le Sentinelle del Futuro sono le vere “cassaforti” della Banca. Senza le persone, non esiste identità. Il nostro obiettivo è creare un ecosistema in cui ogni generazione abbia un ruolo: chi conserva, chi racconta, chi innova.


Che ruolo hanno i giovani in questo modello?

Un ruolo decisivo. Li chiamiamo “Sentinelle del Futuro” perché sono loro a garantire la continuità. Devono imparare dai Custodi, ma anche tradurre questi saperi nei linguaggi contemporanei. Se non riusciamo a coinvolgerli, il sistema si interrompe.


Infine, qual è la sfida più grande per la Banca del Genius Loci De.Co.?

La coerenza. È facile trasformare l’identità in folklore o marketing. La nostra sfida è restare fedeli al principio che ci guida: il Genius Loci non si vende, si abita. Solo così possiamo costruire un modello di sviluppo autentico, sostenibile e duraturo.


L’esperienza della Banca del Genius Loci De.Co. rappresenta una delle più originali sperimentazioni italiane nel campo dello sviluppo territoriale. Un modello che invita a ripensare il valore, restituendo centralità alle comunità e alla loro capacità di generare futuro a partire dalle proprie radici.








venerdì 5 giugno 2026

Villarosa, Borgo GeniusLoci DeCo

 Il Comune di Villarosa guidato dal Sindaco Costanza Francesco Antonio, su proposta dell'Assessore  Taravella Michelangelo,  ha adottato il percorso per la valorizzazione dell'identità territoriale, attraverso il percorso dei Borghi GeniusLoci DeCo.

 Nelle prossime settimane l'evento di presentazione con l'Audizione pubblica con la partecipazione della Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo

Molto dettagliata ed esaustiva la relazione a corredo della proposta deliberativa, come si addice alle realtà rurali molto vivaci, che puntano su una propria identità storica e culturale.





Relazione celebrativa sul Pane di San Giuseppe di Villarosa, che ha già ottenuto l'iscrizione nell'Atlante del cibo locale  atlante del cibo  

 

Il Pane di San Giuseppe rappresenta uno dei simboli più profondi e identitari della comunità di Villarosa.

Non si tratta soltanto di una tradizione legata a una ricorrenza religiosa, ma di un patrimonio culturale vivo, che affonda le sue radici nella storia del paese e continua a rinnovarsi quotidianamente, rendendo Villarosa un caso unico nel panorama delle tradizioni siciliane.




 Presentazione

"Nel cuore della Sicilia ai piedi del monte Giurfo sorge Villarosa. Terra di contadini e minatori, di poeti e poesia."

BELLARROSA

Dintra „na conca sutta „na muntagna,

„ntra du ciumi, unu amaru e l‟autru duci, cc‟è un paiseddu ccu li strati „n cruci e tanticchia di virdi a la campagna;

„ntra ripa e ripa la terra siccagna di centu rarità frutti produci,

di jornu fumichia, di notti luci,

e „ntra li „nterni so‟ chianci e si vagna. Chista è la terra mia, lu me paisi,

lu nidu anticu di tutti li zanni, liccu di canti e riccu di maisi. Cci nasceru me patri e li me nanni, e cci nascivu iu ch‟era lu misi

di nuvemmru, ora fa li cinquantanni.

 

(Da:"Bellarrosa Terra Amurusa" di Vincenzo De Simone)


“Villarosa”, piccolo centro dell’entroterra siciliano, anche se di giovane fondazione è protagonista di una remota e affascinante età storica che si identifica con la millenaria storia della Sicilia “Patria di Cerere” e vero suolo dell’abbondanza, cerniera di collegamento con il continente e piattaforma di transito e di approdo di idee, uomini e merci da sempre ambita tra gli antichi popoli.

I versi del sonetto intitolato "Bellarrosa" di Vincenzo De Simone, descrivono gli aspetti geografici e storico-economici del suo paese natio.

L’attuale centro di Villarosa, sorge in terra di San Giacomo, ed il suo territorio si colloca, topograficamente, nella regione dei monti Erei, circoscritti tra il fiume Salso o Imera Meridionale e il suo affluente Morello. Il centro urbano, situato ad un livello altimetrico di 523 m. s.l.m., presenta uno schema di impianto urbanistico perfettamente regolare, quadrangolare, realizzato secondo principi di ortogonalità con strade che si dispongono paralleli ai due assi viari principali.

L’attuale centro di Villarosa è di giovane fondazione risalente al 1762, a quando Placido Notarbartolo-Zati, figlio di Francesco e Angela Zati Denti, ottenne il 10 aprile dello stesso anno la “Licentia Populandi”, sovrano consenso che consentì al secondo Duca di Villarosa di erigere la nuova città, in principio con il nome di San Giacomo di Villarosa finché in seguito prevalse solo Villarosa.

 

Il paese ebbe un proprio insediamento in epoca medievale sotto Federico III d’Aragona con il nome di Casale di Bombunetto o Bombinetto, già attestato dal 15 febbraio del 1298, e menzionato anche nell’opera “I Capibrevi” di Giovanni Luca Barberi con il nome di “Bombonecte Feudum Bombunecte Muchulechi Lavanca de Madonna de Machauda Marcata” ubertoso per granaglie e per vini,

Per tutto il secolo XIV appartenne alla famiglia Petroso di Castrogiovanni; in seguito il figlio di Teobaldo Petroso, Manfredi vendette il feudo a Nicola D’Anzisa da Calascibetta il primo luglio del 1407, e nel 1453 il nipote di Manfredi fu reinvestito del Feudo e del Casale che mantenne il suo originario nome arabo-aragonese, e che aveva come emblema uno scudo portante una rosa in un campo azzurro, racchiuso in un ovale formato da due fasce di spighe di grano che attualmente è lo stemma del paese.

La baronia di Bombinetto territorio della futura Villarosa sin dal 1674 fu acquistata da Francesco Notarbartolo appartenente ad un ramo cadetto dei Notarbartolo baroni di Vallelunga e artefice, della futura fondazione e della crescita economica della propria famiglia.

Le terre furono ereditate dal nipote di quest’ultimo, Francesco Notarbartolo Giacchetto, figlio di Placido l’11 ottobre 1706, e così la zona dell’antico latifondo entrerà a far parte dei più ampi processi produttivi cerealicoli, già iniziati nella Sicilia spagnola cinquecentesca, consentendo alla Famiglia Notarbartolo di vivere la loro fortunata ascesa economico-sociale.

Villarosa, pertanto, fiorì e si collocò nella parte centrale della Sicilia, in una vallata racchiusa dai monti circoscritti tra i fiumi Salso e Morello.

Villarosa, appare per la prima volta con il nome di “Casale S. Giacomo Ville Roce”, nel memoriale del 20/06/1731 di Francesco Notarbartolo al viceré, scritto in spagnolo.

Il termine, secondo il Prof. L. Di Franco, autore dell’ instancabile lavoro “Villarosa prima dello zolfo 1731-1825”, deriva dallo spagnolo “Villar” (villaggio) e “Roce” (di tratto familiare), dunque “Villaggio di Famiglia”; questo il motivo per cui, all’antico Casale di “Bumbunectum “ quello della “Baronia di Bombunettu”, il feudatario aggiungerà ora “San Giacomo Ville Roce”, conformemente al nome del santo protettore dei “Notarbartolo”. Con questa intitolazione i Notarbartolo vogliono quasi attestarne l’autonomia e la piena potestà, acquisita da parte della loro nobile famiglia. Si forma così come attestato dallo “Statuto Feudale dei Notarbartolo” il primo nome della nuova terra:-«Casale San Giacomo Ville Roce, de y nombrar conforme al santo protector de nuestra famiglia».


Le origini storiche del pane a Villarosa


Villarosa viene fondata nel 1761, in un territorio caratterizzato da una forte vocazione agricola.

Prima dello sviluppo dell’industria dello zolfo, che si afferma nella seconda metà dell’Ottocento (circa 1870–1880), la vita economica e sociale del paese era basata quasi esclusivamente sulla coltivazione del grano e sulle attività rurali.

Come emerge dal volume del prof. Luigi Di Franco “Villarosa prima dello zolfo 1731-1825”, il pane era al centro della vita quotidiana: alimento essenziale, frutto del lavoro nei campi, simbolo di sopravvivenza e di dignità. In una società contadina segnata da sacrifici, povertà e incertezza alimentare, il pane assumeva anche un valore morale e spirituale, diventando espressione concreta del rapporto tra l’uomo, la terra e la fede.

 

La devozione a San Giuseppe

 

In questo contesto si sviluppa la profonda devozione a San Giuseppe, santo protettore delle famiglie, dei lavoratori e dei poveri.

La sua festa, celebrata il 19 marzo, è da secoli una delle ricorrenze religiose più sentite nelle comunità contadine siciliane.

A Villarosa, già tra la fine del XVIII secolo e tutto il XIX secolo, San Giuseppe viene invocato come custode della casa e del pane quotidiano. La preparazione del pane votivo nasce come gesto di ringraziamento o di richiesta di protezione, soprattutto in periodi difficili segnati da carestie, siccità e precarietà economica.

 

Il pane di San Giuseppe come rito quotidiano

 

Ciò che rende Villarosa unica rispetto ad altri centri siciliani è il fatto che il pane di San Giuseppe non viene preparato solo il 19 marzo, ma ogni giorno.

Questa consuetudine quotidiana testimonia come la devozione a San Giuseppe non sia legata esclusivamente alla festa, ma faccia parte della vita ordinaria della comunità. Il pane dedicato al Santo diventa così pane del quotidiano, simbolo di protezione costante, di fede vissuta giorno per giorno e di continuità con la tradizione contadina. Preparare ogni giorno il pane di San Giuseppe significa trasformare un gesto religioso in un’abitudine identitaria, tramandata di generazione in generazione. È un segno tangibile di come la fede, a Villarosa, sia intrecciata al lavoro, alla famiglia e alla condivisione.


Il valore simbolico e comunitario

 

Il pane di San Giuseppe, spesso modellato in forme simboliche, benedetto e condiviso, rappresenta:

û          la gratitudine per il lavoro e per il cibo;

û          la solidarietà verso la comunità;

û          la memoria storica della Villarosa contadina;

û          la protezione del Santo sulla vita quotidiana.

Il gesto della condivisione del pane rafforza i legami sociali e rinnova ogni giorno il senso di appartenenza alla comunità villarosana.

 

Tradizione viva e identità

 

Celebrare oggi il pane di San Giuseppe a Villarosa significa riconoscere un patrimonio che va oltre la semplice ricorrenza religiosa. Significa onorare una tradizione che nasce nel periodo 1761–seconda metà dell’Ottocento, si consolida nella vita agricola pre-industriale e arriva fino ai nostri giorni come pratica quotidiana. Il pane di San Giuseppe è memoria, fede, lavoro e identità.

È il simbolo di una comunità che non ha dimenticato le proprie radici e che continua a esprimere, attraverso il pane, i valori fondamentali della solidarietà, della devozione e della continuità storica.


Cos'è un Borgo Genius Loci De.Co.?

Un Borgo Genius Loci De.Co. è molto più di un semplice paese. È un luogo dove storia, cultura, tradizioni e prodotti locali si intrecciano in un'unica, inconfondibile identità. Il termine "genius loci" (spirito del luogo) evoca l'anima profonda di un posto, il suo carattere unico e irripetibile. La De.Co. (Denominazione Comunale) è invece un riconoscimento ufficiale che attesta l'originalità e l'autenticità di un prodotto o di un processo produttivo legato a un determinato territorio.

Perché sono così importanti?

  • Salvaguardia delle tradizioni: I Borghi Genius Loci De.Co. contribuiscono a preservare le antiche usanze, i saperi artigianali e le ricette tramandate di generazione in generazione.
  • Sviluppo sostenibile: Promuovendo un turismo lento e di qualità, questi borghi favoriscono uno sviluppo economico rispettoso dell'ambiente e delle comunità locali.
  • Valorizzazione del territorio: Ogni borgo ha una storia da raccontare e un patrimonio culturale da tutelare. I progetti De.Co. aiutano a valorizzare questi aspetti, rendendoli un'attrazione per visitatori da tutto il mondo.

Quali sono gli elementi caratteristici?

  • Prodotti identitari: Ogni borgo ha le sue specialità enogastronomiche, spesso legate a tecniche di coltivazione e lavorazione tradizionali.
  • Artigianato locale: Ceramiche, tessuti, strumenti musicali: l'artigianato è un'altra espressione dell'identità di un borgo.
  • Eventi e feste: Le sagre, le feste patronali e le rievocazioni storiche animano i borghi e coinvolgono tutta la comunità.
  • Paesaggio: L'ambiente naturale, con i suoi borghi arroccati su colline, le valli incantate e i paesaggi marini, è un elemento fondamentale dell'identità di questi luoghi.

Come diventare un Borgo Genius Loci De.Co.?

Per ottenere questo riconoscimento, un comune deve dimostrare di possedere determinate caratteristiche:

  • Un'identità forte e riconoscibile.
  • Prodotti o processi produttivi originali e legati al territorio.
  • Un'attenzione alla valorizzazione del patrimonio culturale e ambientale.
  • Una volontà di coinvolgere la comunità locale nei progetti di sviluppo.

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