lunedì 12 ottobre 2026

Premio Nazionale Honos 2026 tra identità, cultura e impegno civile

Daniela Woorkioff 

Una Sala Gagliardi gremita in ogni ordine di posti, nel cuore di Noto in via Cavour, ha fatto da magnifica cornice a uno degli eventi più significativi della stagione culturale siciliana: la cerimonia di conferimento del Premio Nazionale Honos 2026 –   svoltasi sabato 10 ottobre 2026.


 

Un’iniziativa  bel organizzata dalla Prof.ssa Laura Liistro & C.   e ben riuscita,  profondamente radicata nei valori della cittadinanza attiva e della tutela del patrimonio immateriale, che ha saputo riunire voci autorevoli, studiosi, servitori dello Stato e protagonisti della cultura civile del Paese.

L'ispirazione e la centralità del Mediterraneo

Promosso dalla Galleria EtnoAntropologica di Solarino, il premio nasce con una missione precisa: dare valore a persone, comunità e realtà che, attraverso il lavoro quotidiano e la passione civile, contribuiscono alla crescita culturale e sociale del territorio.

L'edizione 2026 ha scelto di porre al centro della riflessione il Mediterraneo, inteso non soltanto come delimitazione geografica, ma come il grande mare di mezzo in cui, nel corso dei millenni, si sono incontrate e fecondate culture, popoli, saperi e tradizioni. Un richiamo potente alla salvaguardia del patrimonio naturale, storico e umano che definisce l’identità del Mare Nostrum.

Ideato dalla professoressa Giuseppa Gozzo — figura di spicco da anni impegnata nella tutela ambientale e nella cittadinanza attiva, già presidente del WWF e dell'Osservatorio Civico del Territorio —, il premio è dedicato alla memoria dello studioso di storia patria Paolo Liistro, marito della professoressa e compagno di un lungo cammino di impegno civile e culturale.

 




Il riconoscimento a Nino Sutera: il valore  dell'identità

Tra i momenti   della giornata vi è stato il conferimento del riconoscimento per la categoria Cittadinanza Attiva – Impegno & Territorio al dottor Nino Sutera, una delle voci più stimate nel panorama italiano dedicato alle politiche di sviluppo endogeno e alla salvaguardia delle identità locali.

 La motivazione del premio ha sottolineato la straordinaria sintesi tra impegno, territorio e cittadinanza attiva che caratterizza il percorso di Sutera:

«Ideatore della Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo., Sutera ha ridefinito il valore della Denominazione Comunale non come semplice marchio commerciale, ma come autentico dispositivo identitario e atto politico-culturale a tutela della storia e delle comunità. Attraverso modelli operativi innovativi, la valorizzazione del ruolo dei Sindaci come custodi dell'identità territoriale  pubblica e la trasformazione delle tradizioni in strumenti di sviluppo condiviso, il suo percorso rappresenta un punto di riferimento fondamentale per la salvaguardia del nostro patrimonio immateriale».

 Visibilmente emozionato nel ricevere il riconoscimento dalle mani della Prof.ssa Laura Liistro, Sutera ha voluto legare il premio a un principio operativo fondamentale:

«Ringrazio la commissione per questo riconoscimento, particolarmente legato al modus operandi e all'aforisma di Thomas Alva Edison: "il valore di un'idea sta nel metterla in pratica". Il tema di questa edizione, "Il Mediterraneo e le sue risorse", risuona con particolare vigore nella mia visione del mondo. Il nostro Mediterraneo non è mai stato soltanto uno spazio geografico, ma un vibrante crocevia di destini e una culla di civiltà. In questo contesto, il territorio smette di essere una mera estensione fisica per farsi memoria viva, identità e, soprattutto, progetto condiviso».




 Sutera ha poi aggiunto una riflessione sul senso profondo dell'impegno comunitario:

«Aver colto nel mio percorso questa tensione verso la valorizzazione delle nostre radici — interpretata non come sterile nostalgia, ma come propulsore etico e culturale per il futuro — mi onora profondamente. L'impegno verso la propria comunità è primariamente un atto di responsabilità civile: una tessitura paziente di relazioni, saperi e passioni che restituisce senso e dignità al nostro abitare il mondo».


 

Le eccellenze premiate nell'edizione 2026

La cerimonia di Noto si è configurata come un mosaico di esperienze, saperi e testimonianze, premiando personalità di spicco in differenti ambiti della vita civile e scientifica:

  • Premio Exemplum: Assegnato al noto giornalista e inviato di guerra Fausto Biloslavo, per il coraggio e la lucidità nell'informazione internazionale.
  • Categoria Libertas: Conferito a Giovanni Gianni, Pino Cucccia e Carlo Muratori. 
  • Riconoscimento Honor: Attribuito al Gen. Michele Oliva, per l'impegno profuso nel periodo successivo alla Convenzione di Ottawa del 1997, insieme a Gaetano Salafia e Giovanni Luca D’Amico. 
  • Categoria Humanitas: Assegnato a don Stefano Nastasi, Rettore del Seminario di Agrigento ed ex parroco di Lampedusa, in prima linea nell'accoglienza e nella testimonianza umana. 
  • Categoria Constantia: Un riconoscimento corale alla ricerca e all'alta tecnologia, conferito a Emilio Migneco (fondatore dei Laboratori Nazionali del Sud dell'INFN), Simon Conticello (Project Officer della Space Research Commissione UE di Bruxelles), Giulio Inglese, Elio Musacchia, Marco Giammona, Clara Oliva e all'intera Squadra del progetto KM3NeT dei Laboratori Nazionali del Sud.
  • Cittadinanza Attiva: Condiviso da Nino Sutera e Sergio Russo.
  • Premio Speciale alla Memoria: Toccante riconoscimento alla memoria del giornalista Nonuccio Anselmo, la cui voce e la cui integrità professionale restano un patrimonio indelebile della Sicilia.

La manifestazione di Noto si è così conclusa lasciando in tutti i partecipanti la consapevolezza che cultura, memoria, ricerca, legalità e partecipazione civile costituiscono l'asse portante per il futuro delle comunità mediterranee.

 

lunedì 5 ottobre 2026

Luigi Veronelli e il prezzo sorgente

  

Luigi Veronelli, figura di riferimento nel giornalismo gastronomico e nella cultura del cibo, ha più volte sottolineato l’importanza di conoscere l’origine reale degli alimenti e di tutelare chi produce. Per Veronelli la qualità non è solo gusto  ma anche giustizia economica: il cibo deve essere pagato in modo che la produzione sia sostenibile e dignitosa. Inserire il prezzo sorgente nelle informazioni al consumatore sarebbe coerente con quella visione: non solo etichette che raccontano «da dove» viene il cibo, ma anche «quanto» vale alla fonte, ma sopratutto quanto resta a chi se ne prende cura per consentire ai consumatori di cibarsi con prodotti rigorosamente autoctoni, di stagione e nel rispetto della natura

In uno spot di qualche anno fa un bambino, sorseggiando un bicchiere di latte, gridava «è quello della Lola!». L’immagine voleva rassicurare: il prodotto è naturale, controllato, sano — tanto che si poteva persino riconoscere «la mucca» dal sapore. Oggi le etichette sono molto più ricche di informazioni su provenienza, tracciabilità e ingredienti; tuttavia accanto a progressi reali convivono messaggi fuorvianti usati come specchietti per attirare il consumatore. Pensiamo a «Gluten Free» su cosmetici, alla scritta «Bio» quando la componente biologica è minima, o agli «aromi naturali» che spesso sono molecole sintetiche elaborate in laboratorio.



Social Footprint e limiti dell’informazione

Una delle novità più recenti è il Social Footprint — Product Social Identity (SFP), un’etichetta che intende rendere visibile l’impatto sociale e l’etica aziendale: struttura organizzativa, presenza territoriale, politiche di pari opportunità, composizione del personale, relazioni con i fornitori. Ogni impresa riceve un giudizio sintetico che facilita la valutazione del suo comportamento sociale. È un passo importante verso una maggiore responsabilità d’impresa, ma resta un vuoto significativo: l’etichetta non dice nulla su come si forma il prezzo che paghiamo al banco.

Che cos’è il prezzo sorgente e perché conta

Per prezzo sorgente si intende il primo prezzo con cui una merce esce dalla produzione, il valore riconosciuto al produttore prima dei ricarichi successivi lungo la filiera. Sapere qual è quel prezzo significa capire quanto resta a chi coltiva, alleva o trasforma, e quanto invece si accumula nei passaggi distributivi. Immaginiamo di vedere sull’etichetta che le carote costano in negozio 1,80 €/kg ma che il prezzo sorgente è 0,08 €/kg: la discrepanza racconta una storia di costi, margini e squilibri che oggi rimane nascosta.

Per Veronelli  il prezzo del cibo non può essere separato dalla dignità del lavoro agricolo: il consumatore deve sapere quanto resta al produttore perché «la qualità vera si misura anche nel rispetto di chi produce».

Effetti attesi di una trasparenza sul prezzo

Rendere visibile il prezzo sorgente potrebbe avere effetti concreti:

  • Consapevolezza diffusa: i consumatori capirebbero meglio la composizione del prezzo finale (trasporto, trasformazione, margini).

  • Equità distributiva: maggiore trasparenza può spingere verso una redistribuzione più giusta del valore lungo la filiera.

  • Scelte di consumo più informate: conoscere il prezzo sorgente aiuta a valutare il rapporto qualità/prezzo reale e a preferire prodotti che remunerano correttamente i produttori.

  • Pressione sulle pratiche commerciali: esposizione pubblica dei prezzi di origine potrebbe incentivare pratiche più eque da parte della GDO e degli intermediari.

Ostacoli pratici e culturali

Le difficoltà non sono solo politiche: definire e standardizzare il prezzo sorgente è complesso. Bisogna stabilire:

  • a quale quantità si riferisce il prezzo (lotti, qualità, periodo);

  • se il prezzo è unico o variabile in funzione di mercati e stagionalità;

  • chi certifica e verifica l’informazione;

  • come evitare manipolazioni e interpretazioni fuorvianti.

Inoltre, la grande distribuzione e le multinazionali avrebbero forti resistenze a una trasparenza che potrebbe mettere in luce margini elevati o pratiche di acquisto aggressive. Anche per questo, nonostante il dibattito, il prezzo sorgente non è ancora entrato nelle etichette diffuse.

Cosa possiamo fare da subito

Anche senza un obbligo normativo, i consumatori possono agire:

  • Scegliere filiere corte, produttori locali e mercati dove il rapporto produttore-consumatore è più diretto.

  • Informarsi su cooperative, gruppi di acquisto e marchi che dichiarano politiche di prezzo eque.

  • Richiedere trasparenza: chiedere nei punti vendita informazioni sull’origine e sul prezzo alla fonte può creare pressione collettiva.

  • Sostenere iniziative che promuovono la tracciabilità economica oltre che quella geografica.

Conclusione

L’etichetta ideale non è solo un elenco di ingredienti o un bollino di sostenibilità: è uno strumento che racconta la storia completa del prodotto, compreso il valore riconosciuto a chi lo produce. Riprendendo lo spirito critico di Luigi Veronelli, la trasparenza sul prezzo sorgente non è un vezzo intellettuale ma una questione di dignità economica e di responsabilità collettiva. Se vogliamo un sistema alimentare più giusto, la domanda da porci non è soltanto «da dove viene?» ma anche «quanto vale davvero, alla fonte, questo cibo?»... e se l'agricoltore è contento del valore che ha ricevuto.

venerdì 2 ottobre 2026

La DeCo, ma non per tutti

 

  Le De.Co.:    dalla posizione del MIPAF (2007)  alla sentenza  del C.C. alle  appropriazioni indebite. 

Il percorso per la DeCo non è frutto della fantasia di due “compagni di merenda” seduti alla taverna con un fiasco di vino, ma chiaramente è un’altra cosa!!!

 Ed è proprio in una taverna che sono nate le deco per le cavallette, per le zanzare, al pesce palla  …..  


La sentenza n. 75/2023 della Corte Costituzionale segna una cesura netta rispetto a vent’anni di ambiguità. Con chiarezza giuridica, la Corte ricolloca la De.Co. nel suo alveo originario: non un marchio di qualità né una certificazione di mercato, ma un dispositivo di identità territoriale. Questo pronunciamento non è una mera affermazione dottrinale: è una bussola per amministratori, operatori culturali e cittadini. La Corte:

·         archivia decenni di interpretazioni contraddittorie;

·         restituisce alla De.Co. la sua funzione originaria di riconoscimento culturale;

·         riafferma il ruolo dei Comuni come custodi della memoria e del Genius Loci.

Tuttavia, la sentenza non è solo un atto di tutela: è anche un monito. Nel corso degli anni si è assistito a fenomeni che possiamo definire come un vero e proprio hackeraggio dell’agroalimentare: pratiche di appropriazione indebita degli strumenti di tutela, tentativi di sfruttare la De.Co. per ottenere vantaggi commerciali o per mimare la protezione offerta dalle indicazioni geografiche europee. Questo fenomeno si manifesta su due piani distinti ma connessi.

Primo piano: sfruttamento parassitario delle Indicazioni Geografiche. Alcuni soggetti hanno tentato di sovrapporre la De.Co. a strumenti regolamentati a livello europeo (DOP, IGP, STG), appropriandosi di linguaggi,  regolamenti, commissioni e  disciplinari che appartengono a un sistema di tutela diverso e più stringente. Tale appropriazione non solo è giuridicamente infondata, ma rischia di erodere la fiducia nel sistema delle denominazioni e di creare conflitti tra livelli di tutela.

Secondo piano: confusione del consumatore. Quando la De.Co. viene presentata come una certificazione di qualità o come un marchio di tutela, il consumatore è indotto in errore. La confusione non è un dettaglio: mina la trasparenza del mercato e danneggia sia i produttori che rispettano regole rigorose sia i consumatori che cercano orientamento.

Per questo la Rete Nazionale Borghi GeniusLoci De.Co. assume la sentenza n. 75/2023 come mandato istituzionale. Le De.Co. devono restare dispositivi di identità: non “stelline” né sostituti dei marchi di tutela. La Rete condivide le preoccupazioni espresse da autorevoli voci del settore — tra cui Paolo De Castro e Mauro Rosati — che hanno denunciato il rischio di confusione e di sovrapposizione normativa. Allo stesso tempo, la Rete riafferma la posizione del MIPAF fin dal 2007: esistono criteri e confini che distinguono la De.Co. dalle altre forme di tutela e che devono essere rispettati. Ricordo benissimo, come  all'epoca, circa 20 anni addietro, nessuno dopo la posizione del MIPAF, parlava di DeCo, anche perchè non avevano nulla da dire. Ciclicamente qualcuno vorrebbe riscrivere la storia al contrario!! 

  Ogni Comune è libero di scegliere il proprio percorso: la democrazia locale è fatta anche di scelte diverse. Ma la libertà di scelta non esime dall’obbligo di chiarezza: quando una De.Co. viene istituita, il Comune deve esplicitare la natura dell’atto, i criteri adottati, la durata e le finalità culturali e amministrative, ma sopratutto deve rispettare le regole.

Il fenomeno delle “De.Co. farlocche” è reale e plurale: alcune varianti sconfinano in marchi di tutela; altre si appropriano di sigle e linguaggi dei PAT; altre ancora sono invenzioni prive di radicamento storico e identitario L’insieme di queste pratiche ha meritato l’appellativo di “farlocche” perché tradisce la funzione originaria della De.Co. e genera incertezza. È incomprensibile che, dopo la chiarezza della sentenza e dopo le indicazioni ministeriali, permangano resistenze a comprendere la differenza fondamentale 

 

Ebbene ricordare che Veronelli concepì le De.Co. come una forma di resistenza concreta contro l'omologazione dell'agroindustria e la globalizzazione del cibo. Lo scopo principale era ridare centralità e dignità economica ai piccoli coltivatori, ai vignaioli e agli artigiani locali, consentendo loro di vendere e valorizzare ciò che producevano senza essere stritolati dalle logiche della grande distribuzione. La De.Co. veronelliana non è  un "bollino", ma un'affermazione di orgoglio comunitario che trasforma il patrimonio gastronomico e agricolo locale in un bene culturale inalienabile. Ogni altra variante è un'appropriazione indebita


 sono centinaia nel tempo, comuni  che hanno abbandonato il percorso farlocco, altri mentre sono impegnati a far finta che tutto è lecito .....




debbo dire anche che  il percorso di certificazione del percorso della rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo, esiste grazie anche alle procedure farlocche di taluni....

 

 

giovedì 1 ottobre 2026

El Niño incombe sull’inverno italiano: cosa aspettarsi?

 

El Niño, fenomeno climatico del Pacifico tropicale è tornato in azione e sembra promettere un inverno mite e piovoso in Italia e in gran parte dell’Europa. Ma è davvero così? Certamente El Niño ha effetti indiretti anche a migliaia di chilometri di distanza, ma prevederli con precisione, ad oggi, non è possibile. Quello che invece si può affermare con ragionevole sicurezza scientifica è che El Niño e il riscaldamento globale sono fenomeni i cui effetti si sommano, aumentando la probabilità che si verifichino eventi climatici estremi. 



Correva l’anno 1997 e, per la prima volta, i media italiani si occupavano in modo massiccio e generalizzato de El Niño, fenomeno climatico del Pacifico tropicale in grado di riversare i suoi effetti in gran parte del globo, direttamente o indirettamente. In quell’anno, infatti, l’Oceano Pacifico nella fascia tropicale si riscaldò a livelli eccezionali, dando vita a quello che fu ribattezzato “El Niño del secolo”. Condizioni analoghe (sotto alcuni aspetti anche peggiori) si sono poi verificate nuovamente circa 20 anni dopo, nel 2015, con il cosiddetto Super El Niño. Oggi, che di anni ne sono passati altri 10, siamo in una situazione analoga: El Niño è tornato ad attirare l’attenzione e a presidiare il flusso delle news. Cosa sta succedendo? Ancora una volta, un riscaldamento record, che polverizza i precedenti. Dei possibili effetti sul clima europeo di questo innalzamento si sta dicendo e scrivendo molto, spesso facendo confusione. C’è, ad esempio, chi dice che El Nino eccezionalmente caldo si tradurrà in un inverno molto freddo per il vecchio continente, e chi scommette, invece, all’opposto, su un dicembre e gennaio particolarmente miti. La verità, stavolta, non sta nel mezzo ma nella chiarezza. E soprattutto sta nel non lasciarsi prendere la mano dalla voglia di fare vaticini, limitandosi invece a stare sui dati scientifici. Proviamoci, partendo dalla base. O anche da un po’ prima.

Cos’è El Niño, di preciso?

Perché per capire bene che cos’è El Niño è opportuno partire dalla cornice di cui fa parte, cioè l’ENSO (El Niño–Southern Oscillation), il fenomeno climatico che descrive l’interazione tra acqua (oceano) e aria (atmosfera) nel Pacifico tropicale. 

L’ENSO si compone di tre condizioni principali: 

  • El Niño, che rappresenta la fase di riscaldamento delle acque; 
  • La Niña, che rappresenta la fase di raffreddamento delle acque;
  • una fase neutrale, durante la quale non prevalgono le caratteristiche di nessuna delle altre due. 

Non si tratta quindi di tre fenomeni distinti, ma di diverse fasi dello stesso ciclo climatico, l’ENSO appunto.

Ma scendiamo ancora un po’ nel dettaglio.

  • Durante la fase neutrale dell’ENSO, i venti alisei (venti planetari regolari e costanti) soffiano da est verso ovest e spingono le acque superficiali più calde verso l’Indonesia e l’Australia. Lungo le coste del Sudamerica, invece, risalgono dalle profondità acque più fredde e ricche di nutrienti, attraverso un processo chiamato upwelling ( o risalita dalle acque profonde)
  • Durante El Niño, invece, gli alisei si indeboliscono e, in alcuni casi, cambiano direzione. Le acque calde possono così spostarsi verso est e accumularsi nel Pacifico centrale e orientale, provocando un riscaldamento anomalo e persistente della superficie dell’oceano. Il livello raggiunto dalla temperatura superficiale definisce l’intensità del fenomeno, monitorata attraverso l’indice Niño 3.4, 
  • Infine, durante La Niña avviene, in generale, il contrario: gli alisei tendono a rafforzarsi, le acque calde vengono spinte maggiormente verso ovest e nel Pacifico centrale e orientale aumenta la presenza di acque superficiali più fredde.

Il ciclo ENSO non segue un calendario fisso. Le sue diverse fasi si alternano generalmente nell’arco di alcuni anni, ma con durata e intensità variabili. Un episodio di El Niño o La Niña può durare diversi mesi e, in alcuni casi, protrarsi per circa un anno o più. Tra un episodio e l’altro può esserci una fase neutrale.

Quali sono gli effetti de El Nino e dove si verificano

Veniamo ora alle conseguenze di questo fenomeno. Gli effetti di El Niño si manifestano innanzitutto nelle aree tropicali, dove il riscaldamento del Pacifico centrale e orientale modifica la distribuzione delle piogge e delle aree soggette a siccità. In Sudamerica, per esempio, gli studi basati sulle osservazioni della portata dei fiumi mostrano che durante gli episodi di El Niño aumenta sensibilmente il rischio di inondazioni nel bacino del Río de la Plata e il rischio di siccità nel bacino amazzonico. A livello globale, gli anni caratterizzati da El Niño sono inoltre associati a un aumento  di eventi climatici estremi, anche se gli effetti variano molto da una regione all’altra. Inoltre, El Niño influenza anche l’attività dei cicloni tropicali, tendendo a ridurre la formazione degli uragani nell’Atlantico e ad aumentarne l’attività nel Pacifico, oltre che modificando le condizioni atmosferiche che favoriscono lo sviluppo e il percorso di questi fenomeni. Il forte riscaldamento del Pacifico contribuisce infine ad aumentare la temperatura media globale, rendendo più probabile che gli anni caratterizzati da El Niño raggiungano valori termici particolarmente elevati.

Ci sono poi gli effetti a distanza, che possono arrivare anche in Europa, propagandosi attraverso onde atmosferiche. In questo caso, però, il legame è più debole e complesso e non si può parlare in termini di certezze ma di aumento delle probabilità. El Niño, infatti, non determina direttamente il tempo atmosferico di una singola giornata o di una singola stagione ma può modificare la probabilità che si verifichino determinate condizioni di venti e pressione atmosferica. Per questo motivo, alcuni episodi di El Niño, soprattutto quelli più intensi, sono stati associati a una maggiore probabilità di inverni europei più miti e a una riduzione delle occasioni di neve alle basse quote. Il rapporto, però, non è automatico, perché la risposta dell’atmosfera europea cambia da un episodio all’altro e dipende anche dalle condizioni presenti contemporaneamente negli altri oceani e nell’atmosfera.

Per chiarire ancora meglio la questione degli effetti di El Nino, può essere utile analizzare più da vicino cosa accadde a livello globale nei due precedenti storici già citati in apertura.

  • El Niño 1997. Tra la fine del 1997 e i primi mesi del 1998 l’indice Niño 3.4 superò i +2,3 °C, un valore che all’epoca non era mai stato registrato. Le conseguenze furono drammatiche in molte parti del mondo: inondazioni devastanti in Perù ed Ecuador, siccità estrema e giganteschi incendi in Indonesia e nel Sud‑Est asiatico, piogge torrenziali in Africa orientale e un inverno particolarmente piovoso e tempestoso in California. Si stimano circa 23.000 morti e danni per decine di miliardi di dollari. In Europa e in Italia il segnale fu più debole, ma l’inverno 1997‑1998 risultò complessivamente mite, con poca neve alle quote basse.
  • El Niño 2015. Tra la fine del 2015 e l’inizio del 2016 l’indice Niño 3.4 raggiunse circa +2,6 °C. Gli impatti globali furono simili a quelli del 1997, ma con alcune differenze: siccità molto forte e incendi in Indonesia e Australia, piogge intense e inondazioni in parti del Sudamerica e della California, e un contributo decisivo a rendere il 2015 e il 2016 gli anni più caldi mai registrati fino ad allora. In Europa e in Italia il segnale rimase indiretto, ma l’inverno 2015‑2016 fu nel complesso mite, con temperature sopra la media e poca neve alle quote basse.


El Niño e i cambiamenti climatici

Quanto detto finora rende evidente come El Niño sia un fenomeno naturale e non una conseguenza del cambiamento climatico di origine antropica. Il suo ciclo fa parte della variabilità naturale del sistema climatico e si verifica da migliaia di anni. Il riscaldamento globale, però, si sovrappone a questa variabilità e può modificarne gli effetti. Durante un episodio di El Niño, infatti, il calore accumulato nell’oceano viene in parte trasferito all’atmosfera, contribuendo temporaneamente ad aumentare la temperatura media globale. Questo può rendere un determinato anno eccezionalmente caldo, ma non significa che El Niño sia responsabile della tendenza al riscaldamento osservata sul lungo periodo.

Il rapporto tra questo fenomeno e i cambiamenti climatici funziona soprattutto in un’altra direzione: un pianeta più caldo può amplificare alcuni effetti di El Niño. Un’atmosfera e un oceano più caldi, infatti, contengono più energia e più umidità, condizioni che possono rendere più intensi alcuni eventi estremi associati proprio a El Niño, come ondate di calore e precipitazioni intense. Non ci sono invece ancora sufficienti dati scientifici per affermare che il riscaldamento globale stia rendendo El Niño più frequente o più intenso.

In altre parole, El Niño non è una causa del cambiamento climatico, ma una naturale oscillazione climatica che oggi si manifesta all’interno di un sistema già più caldo. È questa sovrapposizione tra variabilità naturale e riscaldamento antropico che può contribuire a produrre alcuni degli anni e degli eventi climatici più estremi.

Cosa sta succedendo oggi e cosa succederà domani: da El Nino all’inverno europeo

Veniamo all’oggi, di cui tutti stanno parlando. A partire dalla primavera 2026, il Pacifico è entrato in una nuova fase di El Niño. Secondo il Climate Prediction Center della NOAA, a settembre 2026 l'indice Niño 3.4 ha raggiunto +1,8 °C nella media di agosto, mentre le anomalie delle acque superficiali superavano +3 °C nel Pacifico equatoriale orientale. Le condizioni atmosferiche osservate confermano che si tratta di un episodio ENSO pienamente sviluppato, destinato a rafforzarsi nei prossimi mesi. La NOAA, infatti, stima:

  • una probabilità superiore al 90% che El Niño raggiunga una intensità molto forte nell'autunno e nell'inverno dell'emisfero settentrionale 2026-2027;
  • una probabilità al 75% che entro dicembre si configuri un evento classificabile come storico (cioè con una media trimestrale del Niño superiore a +2,5 °C). 

La WMO, invece, prevede a sua volta:

  • un'intensificazione verso un episodio molto forte, con il picco atteso tra la fine del 2026 e l'inizio del 2027;
  • una probabilità prossima al 100% che El Niño persista almeno fino a febbraio 2027.

C'è poi un elemento che rende il 2026-2027 particolarmente interessante ed è il contesto climatico nel quale El Niño si sta verificando, molto diverso da quello degli eventi del 1997-1998 e del 2015-2016. Infatti, la temperatura media globale è più alta e gli oceani sono più caldi. Questo, come detto, non significa che il cambiamento climatico abbia necessariamente reso El Niño più intenso o più frequente. Significa però che gli effetti di un El Niño molto forte si sommano oggi a un livello di temperatura di fondo più elevato. Il risultato può essere un aumento del rischio di eventi climatici estremi, soprattutto quando El Niño si sovrappone a condizioni locali già favorevoli a caldo, siccità o precipitazioni intense. Le prime osservazioni del 2026 mostrano proprio questa sovrapposizione. Copernicus, il programma di osservazione della Terra dell'Unione Europea, ha rilevato che agosto 2026 è stato, insieme a luglio 2023, il mese più caldo mai registrato a livello globale, mentre la temperatura superficiale degli oceani extratropicali ha raggiunto un nuovo record (sempre ad agosto). Secondo il Copernicus Climate Change Service, questo risultato riflette sia il riscaldamento globale di fondo sia il forte El Niño in sviluppo nel Pacifico.

E l'Europa? Le prime previsioni stagionali, sempre firmate Copernicus, indicano, per l'inverno 2026-2027, una probabilità superiore alla media di temperature miti su gran parte del continente e di precipitazioni sopra la media in molte aree. È però importante non attribuire automaticamente questo scenario a El Niño. Le previsioni stagionali tengono infatti conto di molti fattori atmosferici e oceanici e la relazione tra ENSO ed Europa è meno stabile di quella osservata in altre regioni del mondo. La stessa analisi ECMWF 8 European Centre for Medium-Range Weather Forecasts) mostra che la risposta europea agli episodi di El Niño varia sensibilmente da un evento all'altro.

Scopri il nostro impegno contro i cambiamenti climatici

 

Fonti

 

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