venerdì 20 marzo 2026

I borghi rurali: il gusto dell’esperienza

 Sindaci protagonisti, paesaggi quotidiani e una nuova idea di Italia

1. Un’Italia che si riconosce nei suoi borghi

C’è un’Italia che non si misura in chilometri di autostrade, in skyline urbani o in indici di borsa.
È un’Italia fatta di campanili che si intravedono tra i filari, di piazze che al tramonto diventano salotti collettivi, di forni che accendono ogni mattina la memoria del paese. È l’Italia dei borghi rurali.


Per molto tempo, questa Italia è stata raccontata come un “resto”: ciò che rimaneva ai margini dei grandi processi di modernizzazione, un paesaggio da cartolina, buono per la nostalgia ma poco rilevante per il futuro.
Oggi, invece, qualcosa è cambiato. I borghi rurali non sono più solo luoghi da visitare, ma luoghi da interpretare: chiavi di lettura di un nuovo modello di sviluppo, in cui l’identità territoriale, i prodotti tipici, i paesaggi del quotidiano e le comunità locali diventano i veri protagonisti.

In questo scenario si colloca la Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo, che assume una posizione chiara: i borghi non sono periferia, ma centri di senso; i prodotti tipici non sono souvenir, ma codici genetici del territorio; l’esperienza enogastronomica non è consumo, ma relazione.


2. Dall’enogastronomia al territorio: il senso di un itinerario

Se si parte dall’enogastronomia, si potrebbe pensare a un catalogo: una lista di prodotti, denominazioni, ricette, tecniche. Ma questo approccio, per quanto utile, è insufficiente.
La vera svolta avviene quando si smette di guardare ai prodotti come oggetti isolati e si comincia a considerarli come porte d’accesso a un territorio.

È qui che il termine itinerario assume un significato decisivo.
Un itinerario non è solo una sequenza di tappe: è un cammino narrativo, un percorso che mette in relazione luoghi, persone, storie, sapori, paesaggi.
Ogni tappa non è un punto sulla mappa, ma un frammento di un racconto più grande.

L’itinerario enogastronomico, in questa prospettiva, diventa:

  • un dispositivo di conoscenza: permette di leggere il territorio attraverso ciò che produce e ciò che cucina;
  • un’esperienza multisensoriale: vista, gusto, olfatto, tatto e udito concorrono a costruire una memoria emotiva del luogo;
  • una forma di educazione: insegna a riconoscere la differenza tra consumo e appartenenza, tra prodotto e identità.

La Rete GeniusLoci DeCo fa propria questa idea: non si limita a mappare prodotti, ma costruisce trame di senso tra prodotti, luoghi e comunità.
Ogni prodotto identitario è un nodo di una rete più ampia, che tiene insieme paesaggi, storie, saperi e relazioni.


3. Il prodotto identitario

Che cos’è, davvero, un prodotto identitario?
Non basta dire che è “tradizionale” o “locale”. Queste parole, da sole, rischiano di diventare etichette vuote, buone per il marketing ma povere di contenuto.

Un prodotto identitario, se lo si osserva con attenzione, è una stratificazione di elementi:

  • geografici: le condizioni pedoclimatiche, la qualità dei suoli, l’esposizione, il microclima;
  • storici: le tecniche di coltivazione o trasformazione, le innovazioni introdotte e sedimentate nel tempo, le crisi e le rinascite;
  • culturali: i rituali legati alla produzione e al consumo, le feste, le narrazioni, i proverbi, le ricette di famiglia;
  • sociali: le reti di cooperazione, le famiglie produttrici, le comunità che riconoscono in quel prodotto un segno di appartenenza
  • appartenenza: appartiene al genius loci del luogo, con le radici e il DNA di quel luogo

In questo senso, il prodotto   identitario è  un oggetto materiale che porta con sé un carico immateriale di significati.
Non è solo qualcosa che si mangia o si beve, ma qualcosa che si racconta.

La Rete GeniusLoci DeCo insiste proprio su questo punto:
un prodotto identitario non è definito solo dalla sua qualità organolettica, ma dal suo radicamento territoriale.
È identitario non perché è buono, ma perché è di qualcuno, da qualche parte, e perché quella comunità lo riconosce come proprio.


4. Identità territoriale: quando un luogo diventa “nostro”

L’identità territoriale non è un dato naturale: non nasce con il paesaggio, ma con lo sguardo che una comunità rivolge al proprio paesaggio.
Un luogo diventa “nostro” quando lo abitiamo non solo fisicamente, ma simbolicamente: quando lo carichiamo di significati, ricordi, rituali, aspettative.

In questo senso, l’identità territoriale è:



  • appropriazione culturale: il modo in cui una comunità si riconosce in uno spazio;
  • autonarrazione: il racconto che una comunità fa di sé attraverso i propri luoghi;
  • progetto: la capacità di immaginare un futuro a partire da ciò che si è.

I borghi rurali sono, da questo punto di vista, luoghi privilegiati.
Qui, la scala ridotta, la densità di relazioni, la persistenza di pratiche quotidiane rendono più evidente il legame tra spazio e comunità.
Una piazza, un forno, una fontana, un campo coltivato non sono solo elementi funzionali, ma segni di una storia condivisa.

La Rete GeniusLoci DeCo lavora esattamente su questa soglia:
trasformare l’identità territoriale da sentimento diffuso a risorsa consapevole, da nostalgia a politica di sviluppo.


5. Dalla ruralità marginale alla ruralità strategica

Per decenni, la ruralità è stata letta quasi esclusivamente in termini quantitativi: bassa densità abitativa, scarsa dotazione infrastrutturale, distanza dai centri urbani.
Questi indicatori hanno alimentato una narrazione della ruralità come margine, come luogo del “meno”: meno servizi, meno opportunità, meno futuro.

Eppure, se si cambia prospettiva, la ruralità rivela un’altra faccia.
È nei territori rurali che si conservano:

  • biodiversità agricola e paesaggistica;
  • saperi produttivi specifici;
  • forme di vita comunitaria ancora riconoscibili;
  • paesaggi del quotidiano che definiscono la qualità della vita.

Circa i due terzi dei Comuni italiani insistono su territori a vocazione rurale: non si tratta di una nicchia, ma di una struttura portante del Paese.
La Rete GeniusLoci DeCo assume questa evidenza come punto di partenza: la ruralità non è un problema da risolvere, ma una risorsa da attivare.

I borghi rurali, in questo quadro, diventano laboratori di un nuovo modello di sviluppo:

  • meno basato sulla crescita illimitata, più sulla qualità;
  • meno centrato sulla standardizzazione, più sull’unicità;
  • meno orientato alla competizione tra territori, più alla cooperazione tra reti.


6. Paesaggi del quotidiano: la rivoluzione silenziosa della Convenzione Europea

Un passaggio fondamentale, spesso sottovalutato, è quello introdotto dalla Convenzione Europea del Paesaggio (2000).
Per la prima volta, il paesaggio non viene inteso solo come scenario eccezionale da proteggere, ma come insieme dei luoghi in cui si svolge la vita quotidiana.

Questo significa che:

  • il paesaggio non è solo quello “bello”, ma anche quello “normale”;
  • non riguarda solo i parchi naturali, ma anche i campi coltivati, i margini delle strade, i cortili, le periferie;
  • non è solo oggetto di tutela, ma anche di progetto.

I borghi rurali, in questa prospettiva, non sono musei a cielo aperto, ma paesaggi vissuti.
La loro bellezza non è solo estetica, ma relazionale: nasce dall’intreccio tra forme fisiche e pratiche sociali.

La Rete GeniusLoci DeCo si inserisce in questa rivoluzione silenziosa:
non si limita a “conservare” i borghi, ma li considera luoghi in movimento, dove il passato e il futuro si incontrano nella vita quotidiana delle comunità.


7. Le reti dei borghi: dal locale al nazionale

Negli ultimi anni, diverse esperienze hanno mostrato come i borghi possano diventare soggetti collettivi attraverso la forma della rete:
I Borghi più Belli d’Italia, Borghi Autentici d’Italia e altre iniziative hanno dimostrato che mettere in relazione piccoli Comuni, spesso isolati, permette di:

  • aumentare la visibilità;
  • condividere buone pratiche;
  • costruire progetti comuni;
  • dialogare con i livelli regionali, nazionali ed europei.

La Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo si colloca in questo panorama, ma introduce un elemento distintivo:
al centro non ci sono solo i borghi in quanto tali, ma il Genius Loci e i prodotti identitari come strumenti di lettura, di racconto e di sviluppo.

La sua visione può essere sintetizzata così:

  • ogni borgo custodisce un Genius Loci, uno “spirito del luogo” fatto di storie, paesaggi, saperi, relazioni;
  • questo Genius Loci si manifesta anche attraverso prodotti specifici, riconosciuti dalla comunità;
  • questi prodotti, se valorizzati in modo coerente, possono diventare motori di sviluppo locale e tessere di un mosaico nazionale.


8. Un ecosistema produttivo e comunitario

Immaginare i borghi come ecosistemi produttivi e comunitari significa superare la separazione tra economia e cultura, tra sviluppo e identità.
In un borgo rurale, infatti, queste dimensioni sono intrecciate:

  • la produzione agricola non è solo attività economica, ma anche cura del paesaggio;
  • la trasformazione dei prodotti non è solo industria, ma anche artigianato di saperi;
  • l’ospitalità non è solo servizio turistico, ma anche pratica di accoglienza comunitaria.

La Rete GeniusLoci DeCo promuove un modello in cui:

  • l’eccellenza dei prodotti non è fine a sé stessa, ma espressione di un territorio;
  • la qualità della vita diventa criterio di valutazione delle politiche;
  • la coesione sociale è considerata una risorsa, non un effetto collaterale;
  • la cultura non è un settore, ma una dimensione trasversale.

L’innovazione, in questo contesto, non è rottura con il passato, ma continuità creativa:
nuove tecnologie, nuovi canali di comunicazione, nuove forme di impresa si innestano su radici profonde, senza reciderle.


9. Itinerari enogastronomici come narrazioni di Paese

Se si guarda all’Italia attraverso la lente degli itinerari enogastronomici, si scopre una geografia diversa da quella amministrativa.
Non più solo regioni, province, aree metropolitane, ma costellazioni di territori identitari:
la valle di un certo vino, la collina di un certo formaggio, la costa di un certo pesce, l’altopiano di un certo grano.

Ogni itinerario è una narrazione di Paese:

  • racconta come un territorio ha imparato a convivere con il proprio clima, i propri suoli, le proprie risorse;
  • mostra come le comunità hanno trasformato la necessità in arte, la sopravvivenza in cucina, il lavoro in cultura;
  • rende visibile il legame tra ciò che si produce e ciò che si è.

La Rete GeniusLoci DeCo, in questo senso, non costruisce solo percorsi turistici, ma trame narrative:
invita a leggere l’Italia non come un insieme di destinazioni, ma come un mosaico di storie territoriali.



10. Verso una politica nazionale dei territori identitari

Tutto questo non riguarda solo il turismo o l’agroalimentare: riguarda il modo in cui un Paese decide di pensare a sé stesso.
Una politica nazionale dei territori identitari significa:

  • riconoscere che i borghi rurali non sono un residuo, ma una risorsa strategica;
  • considerare i prodotti tipici non come nicchie di mercato, ma come infrastrutture culturali;
  • promuovere modelli di sviluppo che mettano al centro qualità, sostenibilità, comunità;
  • costruire strumenti normativi, finanziari e progettuali che sostengano queste traiettorie.

La Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo si propone come interfaccia tra questi livelli:
da un lato, ascolta i territori, le comunità, i produttori;
dall’altro, dialoga con istituzioni, programmi europei, politiche nazionali.

In questo ruolo, la Rete non è solo un soggetto operativo, ma un laboratorio di visione:
immagina un’Italia in cui lo sviluppo non coincide con l’omologazione, ma con la valorizzazione delle differenze.



11. Un’Italia che si racconta attraverso i suoi luoghi

Alla fine, tutto si riduce a una domanda:
come vogliamo che l’Italia si racconti al mondo e a sé stessa?

C’è un modo di raccontarla fatto di grandi numeri, grandi opere, grandi eventi.
E ce n’è un altro, più sottile ma forse più duraturo: quello che passa per i borghi, per i prodotti identitari, per i paesaggi del quotidiano.

La Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo sceglie questa seconda via.
Scommette su un’Italia che:

  • non ha paura di essere minuta, purché sia autentica;
  • non teme di essere plurale, purché sia riconoscibile;
  • non rinuncia alla modernità, ma la declina a partire dalle proprie radici.

I borghi rurali, in questa visione, non sono il passato che resiste, ma il futuro che prende forma.
Un futuro in cui il gusto dell’esperienza non è solo una moda, ma un modo di stare al mondo:
più lento, più consapevole, più radicato.

sabato 28 febbraio 2026

la Mbracciata può essere definita un prodotto identitario?

DanielaTorcia 

La Demarcazione tra prodotti tipici, tradizionali e identitari 

 
I laboratori di pasticceria  per definizione, sperimentano sempre prodotti commerciali nuovi, per  incuriosire la propria clientela con l’effetto novità, ma la novità è identità?

                       Nel lessico corrente i termini tipico, tradizionale e identitario vengono spesso utilizzati come sinonimi. In realtà, sul piano storico-culturale e istituzionale, essi indicano categorie profondamente diverse. La distinzione si fonda su tre criteri essenziali: temporalità, territorialità e funzione simbolica. Chiarirli non è un esercizio teorico, ma una necessità per evitare sovrapposizioni improprie e costruire politiche di tutela e valorizzazione coerenti, afferma Nino Sutera Coordinatore dei Borghi DeCo

Un prodotto è tradizionale quando dimostra una continuità nel tempo. La tradizionalità riguarda la permanenza di una pratica produttiva o gastronomica trasmessa di generazione in generazione. È una categoria legata soprattutto alla dimensione storica: ciò che si ripete nel tempo diventa tradizione. Tuttavia, un prodotto tradizionale non è necessariamente esclusivo di un territorio, né rappresenta automaticamente un simbolo identitario. Può essere diffuso in più aree e conservare valore culturale senza assumere centralità simbolica.

Diversa è la nozione di prodotto tipico. Qui entra in gioco la territorialità in senso giuridico ed economico. Il prodotto tipico è legato a un’area delimitata ed è regolamentato da disciplinari che ne codificano modalità produttive, materie prime e standard qualitativi. La tipicità consente l’accesso a strumenti di tutela come DOP o IGP, SGT, IGP, ect e risponde a una funzione prevalentemente economica: proteggere il prodotto da imitazioni, rafforzare le filiere locali, posizionarlo nel mercato globale. Tuttavia, anche la tipicità non coincide automaticamente con l’identità. Un prodotto può essere perfettamente tipico e certificato, ma non costituire l’emblema profondo di una comunità.

La categoria più complessa è quella dei prodotti identitari, continua NinoSutera Qui la dimensione centrale non è né il disciplinare né la semplice continuità storica, ma il riconoscimento di una comunità ben precisa. Un prodotto identitario incarna il genius loci, lo spirito del luogo. È parte della memoria collettiva, evoca appartenenza, si intreccia con riti, feste, narrazioni, leggende. Non basta che sia antico: occorre che sia percepito come segno distintivo della comunità, elemento attraverso cui il territorio si racconta e si riconosce.

In questa prospettiva si inserisce la Denominazione Comunale (De.Co.), proposta negli anni Novanta da Luigi Veronelli, che non certifica una qualità merceologica ma riconosce un valore civico e culturale. La De.Co. è uno strumento di patrimonializzazione, non un marchio commerciale: attribuisce al prodotto un significato narrativo e identitario, se tale significato è realmente radicato nella comunità.

Alla luce di questa distinzione, la Mbracciata   può essere definita un prodotto identitario?   mancano gli elementi che configurano la piena identità culturale condivisa e diffusa nel luogo di origine, e non a vantaggio di una singola azienda.

In primo luogo,  non si riscontra un radicamento narrativo consolidato nel lungo periodo, con ritualità, leggende o centralità simbolica tali da farne l’emblema prioritario della comunità infine, non appare patrimonializzata come segno distintivo condiviso, capace di rappresentare il territorio nella sua autorappresentazione pubblica, manca di una ricetta storica sedimentata e condivisa con chi dimora da generazioni in quel luogo.

Definire identitario un prodotto richiede prudenza e rigore. L’identità non nasce da una strategia di marketing né da una dichiarazione formale approssimata: è il risultato di una sedimentazione storica, di un riconoscimento collettivo diffuso e di una funzione simbolica stabile nel tempo. Quando questi elementi non sono pienamente presenti, è più corretto parlare di prodotto di pasticceria buono, ma privo di genius loci, evitando forzature indebite, conclude NinoSutera   

 

 I laboratori di pasticceria poi per definizione, sperimentano sempre prodotti commerciali nuovi, per  incuriosire la propria clientela con l’effetto novità, ma la novità è identità?

La distinzione tra tradizionale, tipico e identitario non stabilisce gerarchie, ma chiarisce funzioni diverse. Il tradizionale riguarda la continuità nel tempo; il tipico la tutela territoriale e normativa; l’identitario l’appartenenza e il simbolo, chiaramente ognuno ha la propria cassetta degli attrezzi. 

In un’epoca dominata dalla globalizzazione, in cui le diversità rischiano di essere appiattite da modelli uniformi, i Borghi Genius Loci DeCo si configurano come presìdi di localismo consapevole, laboratori culturali capaci di proteggere la memoria storica, trasmettere saperi tradizionali e generare innovazione sociale sostenibile. Diffidate che parla di DeCo senza citare mai chi le ha ideate, e diffidate anche chi ha adottato gli strumenti dei marchi, nella DeCo   al solo scopo di alimentare confusione, conclude il coordinatore della Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo

 


 

Tra storia e leggenda ecco il bacio pantesco

NinoSutera

 

   L’identità é valore incommensurabile, il prodotto può essere copiato, l’identità di un territorio no 

 



C’è un confine invisibile che separa ciò che è semplicemente buono da ciò che diventa identitario. Non basta un prodotto ben fatto, eseguito da mani esperte, per diventare simbolo di un territorio. Il valore autentico di un prodotto identitario – ed è il caso delle De.Co. – risiede nella storia che lo accompagna, nella leggenda che lo custodisce, nella memoria collettiva che lo ha reso parte viva di una comunità. Diversamente, resterebbe un buon prodotto commerciale, ma privo di anima, senza radici, senza Genius Loci.

Un prodotto identitario nasce solo quando la sua essenza è nutrita da ingredienti autoctoni, scelti e rispettati secondo la tradizione. È così che ogni sapore si intreccia con la terra da cui proviene: il grano di una vallata, l’olio di un uliveto secolare, l’uva di un vigneto affacciato sul mare. Se invece quel prodotto viene realizzato con materie prime provenienti dalla globalizzazione, anche se perfetto nella sua esecuzione, non potrà mai appartenere a un luogo: sarà buono a Trapani come a Trieste, ma non parlerà la lingua dell’identità.

Le produzioni locali hanno un compito speciale: diventano custodi della memoria, fili sottili che legano passato, presente e futuro. Esse rappresentano il sapere antico tramandato di generazione in generazione, un’eredità viva che si rinnova a ogni gesto, a ogni ricetta, a ogni festa di paese.

Il Genius Loci – quello spirito invisibile che abita ogni luogo – non è facile da riconoscere. Bisogna saper ascoltare, osservare, riconoscere. È l’anima di una comunità, il respiro delle sue architetture, delle sue tradizioni, delle sue storie. È ciò che rende unico un borgo, al punto da catturare lo sguardo del viaggiatore e farlo innamorare della sua atmosfera irripetibile.

   L’identità é valore incommensurabile, il prodotto può essere copiato, l’identità di un territorio no,  per   fare questo le De.Co sono uno strumento unico.

I Custodi dell’identità territoriale  e gli ambasciatori dell’identità territoriale  sono   destinati ad assolvere a un ruolo fondamentale, comunicare e far conoscere il territorio, il quale assume un importanza crescente anche nei confronti del visitatore, e del viaggiante, che ritrova nel prodotto, un insieme di valori, ivi compresi quelli identitari.

I baci panteschi: un dolce che racconta Pantelleria

Tra i muretti a secco e le onde che si infrangono sulle rocce nere, sull’isola di Pantelleria nasce un dolce che sa di vento, di festa e di memoria: i baci panteschi. Un nome romantico, una forma elegante, un sapore che racconta storie e identità.

Pantelleria non è soltanto un lembo di terra sospeso tra la Sicilia e l’Africa: è un laboratorio culturale a cielo aperto, un luogo dove la natura impervia e la mano dell’uomo hanno creato un paesaggio unico, oggi riconosciuto anche dall’Unesco per la pratica agricola della vite ad alberello, simbolo di resilienza e ingegno. Su quest’isola il cibo non è mai soltanto nutrimento, ma rito, appartenenza, e resistenza culturale.

I baci panteschi nascono proprio in questo crocevia di civiltà, dove il Mediterraneo è stato da sempre ponte di scambi. Semplici eppure scenografici, uniscono la sapienza delle nonne al desiderio di celebrare la bellezza del quotidiano. Un tempo erano riservati alle grandi occasioni matrimoni, battesimi, feste patronali – oggi sono diventati il dolce identitario per eccellenza dell’isola.

Le origini: tra leggende e contaminazioni

Le origini dei baci panteschi sono avvolte nel mistero, proprio come molte preparazioni popolari tramandate oralmente. Non esistono fonti certe che ne attestino la nascita, ma due ipotesi principali animano la memoria collettiva.

Da una parte, l’idea che si tratti di una rielaborazione di dolci nordafricani, come le zlebia o altri fritti decorativi leggeri e mielati. Pantelleria, protesa verso la Tunisia, ha assorbito nel tempo influssi arabi e berberi che hanno lasciato tracce indelebili nel linguaggio, nell’architettura, nelle colture e nelle tavole. Lo stesso ferro a forma di fiore usato per creare le cialde ricorda strumenti simili diffusi in Nord Africa e Medio Oriente.

Dall’altra, una teoria più autoctona sostiene che i baci siano frutto dell’inventiva isolana, nati nelle famiglie contadine o forse nei monasteri, come variazione pantesca delle ferratelle abruzzesi o come cugini dei cannoli siciliani. Un dolce che, pur riecheggiando influenze esterne, si radica nei prodotti del territorio: la ricotta di pecora, lo zucchero, la scorza d’agrumi.

Il nome stesso, “bacio”, sembra evocare la fusione di due metà croccanti unite da un cuore morbido: un’immagine di amore, di unione, di comunità.

La magia del ferro e la ricetta

Preparare un bacio pantesco non significa solo seguire una ricetta, ma compiere un rito. Servono farina, uova, latte, olio e soprattutto il ferro a fiore, che scaldato nell’olio bollente e immerso nella pastella crea la tipica cialda dorata e sottile. Una volta pronta, viene accoppiata con un’altra e farcita di ricotta dolce aromatizzata con scorza di limone o arancia, talvolta arricchita con gocce di cioccolato. Una spolverata di zucchero a velo completa l’opera: due metà che combaciano perfettamente, proprio come un bacio.

Ogni famiglia custodisce la propria variante: chi aggiunge cannella, chi sostituisce il latte con vino bianco o latte di mandorla, chi osa persino una versione salata. Questa pluralità di varianti è la prova che i baci panteschi non sono solo un dolce, ma un linguaggio identitario che ogni casa interpreta secondo il proprio vissuto.

Simbolo di un patrimonio

I baci panteschi resistono al tempo. Oggi si trovano nelle pasticcerie e nei ristoranti, ma il loro sapore autentico resta quello delle cucine domestiche, delle mani infarinate, delle ricette raccontate più che scritte.

 In questo senso, si inseriscono pienamente nella filosofia dei Borghi Genius Loci De.Co.,   come parte integrante di un patrimonio immateriale fatto di memoria, paesaggio e comunità.

I baci panteschi diventano così un simbolo di identità territoriale: un dolce che, come i capperi o lo zibibbo dell’isola, non è soltanto eccellenza gastronomica, ma racconto vivente di un popolo. In questa prospettiva, chi custodisce la ricetta, chi la tramanda e chi la reinventa oggi si fa Custode dell’identità territoriale, testimone di un’eredità che unisce generazioni e che dialoga con il mondo senza smarrire le radici.

Un gesto d’amore mediterraneo

Assaporare un bacio pantesco significa compiere un viaggio: tra i dammusi bianchi che punteggiano il paesaggio lavico, i vigneti terrazzati di zibibbo, e la luce intensa del tramonto sul mare. È croccante come le rocce vulcaniche, morbido come la brezza che porta profumi di mare e di origano.

Più che un dolce, è un gesto d’amore. Un amore che nasce in una piccola isola ma che parla al Mediterraneo intero: di scambi, di contaminazioni, di resistenza culturale. Un amore che, come il nome stesso suggerisce, si dona con un bacio.

Ecco allora che nasce il percorso dei Borghi Genius Loci De.Co.: non un obbligo, né una formalità, ma una scelta consapevole di chi ama il proprio territorio e decide di custodirlo. È un atto culturale e insieme politico: attraverso la Denominazione Comunale (De.Co.), il Sindaco riconosce e valorizza un prodotto, un piatto, un sapere, un evento che definisce l’identità di quella comunità. È un gesto che guarda al passato con gratitudine, al presente con orgoglio, al futuro con speranza.

Luigi Veronelli, che per primo intuì la forza di questo strumento, diceva: “Attraverso la De.Co. il prodotto del territorio acquista una sua identità.” Non si tratta solo di marketing territoriale, ma di un atto d’amore verso le proprie radici. Una De.Co. non è mai soltanto cibo: è racconto, esperienza, attrazione culturale e turistica. È un invito rivolto a quei viaggiatori curiosi – i cosiddetti foodies – che cercano emozioni autentiche attraverso il gusto e la tradizione.

Perché il percorso sia autentico, servono regole chiare: storicità, unicità, interesse collettivo e, soprattutto, burocrazia zero. La vera forza non sta nei disciplinari complessi o nei regolamenti tecnocratici, ma nella capacità di difendere la propria unicità. Ogni borgo ha il suo mito, la sua favola, la sua eccezionalità: ed è lì che il Genius Loci si manifesta.

Oggi, in un mondo globalizzato dove le merci corrono ovunque e i campi abbandonati cedono il passo a produzioni lontane, difendere i prodotti identitari diventa un atto di resistenza culturale. Non è solo agricoltura, è memoria; non è solo commercio, è bellezza.

E forse aveva ragione Renzo Piano quando ricordava: “La bellezza è il nostro più grande asset.” L’Italia, culla di civiltà, porta sulle spalle il dovere di riconoscere e custodire la sua eredità, perché il nostro paesaggio, i nostri borghi, i nostri sapori non sono semplici beni da consumare, ma un consommé di cultura che ci lega indissolubilmente al Mediterraneo e alla nostra storia.

Ed è qui che entrano in scena i Custodi dell’identità territoriale, coloro che difendono con passione e dedizione le tradizioni, i prodotti e i saperi locali, affinché non si disperdano nel mare della globalizzazione. Accanto a loro, gli Ambasciatori dell’identità territoriale portano questo patrimonio oltre i confini del borgo, facendone dono al mondo. Insieme, Custodi e Ambasciatori sono le voci di un coro che racconta l’Italia più autentica: quella dei borghi, delle storie, dei sapori che resistono al tempo e che continuano a emozionare chi sa ascoltare.

 

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lunedì 23 febbraio 2026

Raviola e totomè nell'atlante del cibo italiano

 NinoSutera

  Il cibo come mappa dell’identità territoriale.

 


raviola e totomè di Ravanusa

atlante del cibo 

  OnFood Atlas, un progetto che ambisce a costruire un modello replicabile di Atlanti del Cibo locali, strumenti dinamici di conoscenza e valorizzazione del patrimonio alimentare e territoriale italiano. L’idea nasce dall’esigenza di leggere e rappresentare il sistema alimentare non solo nei suoi aspetti produttivi ed economici, ma soprattutto nei suoi valori culturali, identitari e sociali, là dove il cibo diventa racconto, memoria e appartenenza.








L’Atlante non è un semplice repertorio di prodotti, ma una mappa narrativa e interpretativa che rende visibili i percorsi attraverso i quali il cibo viene prodotto, distribuito e consumato, restituendo voce ai territori e ai loro protagonisti: agricoltori, artigiani, comunità, donne e uomini che custodiscono la conoscenza del luogo e la trasmettono come un’eredità viva. 

In questa prospettiva, OnFood Atlas si intreccia naturalmente con il percorso dei Borghi GeniusLoci De.Co., promosso come laboratorio permanente di ricerca e valorizzazione delle identità territoriali. Entrambi i progetti condividono una visione: quella di un’Italia che riconosce nel cibo il proprio linguaggio originario, una forma di cultura diffusa che definisce il rapporto tra uomo, ambiente e comunità.

I Borghi GeniusLoci De.Co. rappresentano, infatti, un modello di governance culturale e territoriale che mette al centro il concetto di Genius Loci, l’anima dei luoghi, e la Denominazione Comunale (De.Co.) come strumento di riconoscimento civico delle eccellenze locali. Ogni borgo racconta una storia, ogni prodotto custodisce un sapere, ogni gesto ripete un rito che ha attraversato i secoli.


Attraverso il progetto OnFood Atlas, questa visione trova una dimensione più ampia e sistemica: la narrazione identitaria del cibo diventa un atlante condiviso, una rete di saperi che connette territori e comunità, costruendo un archivio diffuso della memoria alimentare italiana. I Borghi De.Co. si pongono così come nodi narrativi di un grande mosaico, in cui le esperienze locali dialogano tra loro, generando nuove forme di economia della conoscenza, turismo consapevole e sviluppo sostenibile.

L’Atlante, dunque, diventa anche uno strumento di educazione al territorio, capace di orientare le politiche alimentari, sostenere le filiere corte, e promuovere la responsabilità collettiva verso l’ambiente e la cultura del cibo. Ogni voce, ogni mappa, ogni racconto contribuisce a disegnare la geografia dell’identità italiana, dove l’eccellenza non è mai solo qualità, ma coscienza di luogo.

In questo incontro tra OnFood Atlas e Borghi GeniusLoci De.Co. si riconosce la nascita di un nuovo umanesimo del cibo, in cui il gusto diventa linguaggio della memoria e il territorio, con i suoi custodi e ambasciatori dell’identità, si fa protagonista di un racconto collettivo che unisce tradizione e futuro.














 





 





























venerdì 20 febbraio 2026

Pantelleria,verso l’istituzione del Borgo Genius Loci De.Co. (Denominazione Comunale)

   BORGHI GENIUS LOCI

La Giunta Comunale di Pantelleria, guidata dal Sindaco  Fabrizio D'Ancona ha deliberato l’avvio della procedura per l’istituzione del Borgo Genius Loci De.Co. (Denominazione Comunale), segnando un passaggio strategico nel percorso di riconoscimento, tutela e valorizzazione dell’identità territoriale dell’isola.

La decisione rappresenta un atto politico-amministrativo di forte rilevanza culturale, finalizzato a riconoscere formalmente il patrimonio materiale e immateriale che caratterizza Pantelleria: saperi tradizionali, produzioni agroalimentari, paesaggi agrari storici, pratiche comunitarie e memoria collettiva. Con l’avvio della procedura De.Co., il Comune intende rafforzare strumenti di governance locale capaci di sostenere lo sviluppo territoriale attraverso la valorizzazione delle specificità identitarie.



Il progetto Borgo Genius Loci De.Co. si inserisce in una visione contemporanea delle politiche locali, che considera la Denominazione Comunale non solo come elemento di riconoscimento, ma come dispositivo culturale e strategico. La De.Co. diventa così uno strumento di salvaguardia del patrimonio locale, di promozione delle filiere corte, di sostegno alle economie di prossimità e di rafforzamento del senso di appartenenza della comunità.

Pantelleria, con il suo paesaggio agricolo unico, l’architettura rurale dei dammusi, le pratiche agricole tradizionali e le eccellenze enogastronomiche, rappresenta un contesto emblematico per l’attuazione del modello Borgo Genius Loci. La delibera avvia quindi un percorso partecipativo che coinvolgerà istituzioni, produttori, associazioni, operatori culturali e comunità locale  

L’iniziativa si pone inoltre in continuità con le strategie nazionali di valorizzazione dei territori e con le esperienze già avviate nella Rete Nazionale dei Borghi Genius Loci DeCo rafforzando il ruolo di Pantelleria come laboratorio di innovazione territoriale fondata sulla cultura del luogo, passaggio fondamentale per il riconoscimento formale è l'organizzazione dell'Audizione pubblica di presentazione

La delibera della Giunta Comunale segna dunque l’inizio di un percorso che riconosce nel Genius Loci il principale fattore di sviluppo sostenibile, orientato alla tutela del patrimonio e alla valorizzazione delle unicità



Abitata fin dalla preistoria  Pantelleria è stata crocevia di civiltà mediterranee. Fenici, Cartaginesi, Romani, Arabi e Normanni hanno lasciato tracce profonde nella lingua, nell’agricoltura e nell’organizzazione del territorio.

La dominazione araba rappresenta una fase decisiva: introduce tecniche agricole adattive, sistemi di raccolta dell’acqua, colture specializzate e modelli insediativi ancora riconoscibili. Da questa matrice deriva gran parte dell’identità pantesca: la vite ad alberello, il giardino pantesco, l’architettura del dammuso.

Tra Otto e Novecento l’isola vive una fase di forte emigrazione ma anche di consolidamento agricolo. La viticoltura, il cappero e l’economia rurale diffusa diventano elementi strutturali. Il secondo conflitto mondiale segna profondamente Pantelleria per la sua funzione militare strategica, con distruzioni e successive ricostruzioni che incidono sulla morfologia urbana.

Nel secondo dopoguerra emerge progressivamente la dimensione turistica, inizialmente elitario-residenziale e poi sempre più integrata con l’identità paesaggistica e agricola.