GBivona
In un tempo in cui la comunicazione corre veloce, non mancano i “disseminatori di approssimazione”: figure che, più o meno consapevolmente, alimentano confusione su temi complessi come quello delle De.Co. Più che inutili, potremmo definirli “diversamente utili”, se non altro perché vengono puntualmente smentiti da atti ufficiali e da chi conosce la sostanziale differenza tra tutela e promozione, tra prodotto tipico, tradizionale e identitario.
L’approssimazione, intesa come improvvisazione, rappresenta oggi un modello operativo superato, relegato semmai ai neofiti. Per questo è necessario diffidare di chi continua a utilizzare impropriamente la “cassetta degli attrezzi” dei marchi di tutela – disciplinari, regolamenti e commissioni – strumenti più volte oggetto di rilievi da parte dell’Unione Europea e del MIPAAF, quando applicati fuori dal loro corretto ambito.
I prodotti tipici, infatti, sono regolati da disciplinari e orientati alla riproducibilità e al mercato. Diversamente, i prodotti identitari incarnano il genius loci: sono espressione viva di una comunità e trovano nella De.Co. uno strumento di riconoscimento e narrazione territoriale, non di certificazione qualitativa.
È proprio su questo punto che si genera l’equivoco più frequente: assimilare la De.Co. a marchi di qualità come DOP o IGP. Una lettura errata, più volte chiarita già a partire dal 2004 dal Ministero delle Politiche Agricole, che ha evidenziato come solo i sistemi comunitari possano certificare il legame tra prodotto e origine geografica attraverso disciplinari formali.
La svolta arriva nel 2005, con il Convegno di Alessandria, dove si afferma con chiarezza la natura delle De.Co.: non marchi di qualità, ma attestazioni anagrafiche, censimenti identitari deliberati dai Comuni per riconoscere e valorizzare produzioni legate alla storia e alla cultura locale.
In questa visione, le De.Co. non certificano standard produttivi, ma raccontano appartenenza. Sono strumenti flessibili, capaci di tutelare la biodiversità culturale e di rafforzare l’identità dei territori, contribuendo – indirettamente – anche allo sviluppo turistico ed economico.
Ogni Comune custodisce un patrimonio unico: tradizioni, saperi, produzioni che rischiano di scomparire senza un’adeguata azione di riconoscimento. È proprio in questo contesto che si inserisce l’intuizione di Luigi Veronelli, che ha concepito le De.Co. come strumenti di consapevolezza e valorizzazione delle comunità locali.
La De.Co., dunque, non è un marchio di qualità né uno strumento economico diretto, ma può diventare un potente mezzo di marketing territoriale, di attrattività turistica e, soprattutto, di identità condivisa. Un passaggio fondamentale dal generico “prodotto tipico” al vero “prodotto del territorio”.
"Diffidate di chi utilizza "la cassetta degli attrezzi" dei marchi di tutela,(disciplinare,regolamento e commissione, ect) più volte sanzionati dall'EU e dal MIPAF giusto per alimentare confusione."
Contro le DeCo farlocche già da tempo
si sono
espresse l'UE il MIPAF
Già nel lontano 2007, ma anche in seguito il MIPAF ha abbondantemente esternato la sua posizione in merito, starnizza il fatto che nel 2015 ancora qualcuno non l'abbia capito

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