martedì 25 agosto 2026

Le DeCo e i disseminatori d' approssimazione

            NinoSutera

Coordinatore Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo


 

" Poco ci vuole è spuntano come i funghi, i cappellini con la scritta DECO', oppure i  portachiavi, le borse per la spesa,ect"  



"Diffidate di chi "rubando" "la cassetta degli attrezzi" dei marchi di tutela,(disciplinare,regolamento e commissione)  li applica alla De.Co giusto per alimentare confusione, più volte sanzionati dall'EU e dal MIPAF L'esempio più calzante per rendere bene l'idea è come colui il quale si reca dall'ortopedico è questi lo visita con gli strumenti del ginecologo
" Così pure diffidate che fa finta di non sapere che le DeCo sono nate per opera di Luigi Veronelli e non è un prodotto tecnocrate elaborato da qualche   "sapientone". 
Sono queste alcune  delle discriminanti per comprendere la bontà e la buona fede del percorso DeCo.

 


La differenza la fà la conoscenza, non l'arte "del taglia e incolla" dei neofiti della materia. Contro costoro, chi conosce la storia delle DeCo è obbligato a non girarsi dall'altra parte. E' una battaglia contro il qualunquismo e l'approssimazione, oltre a rende merito a chi ha immaginato una vision e una mission totalmente opposta.  
 

In un tempo in cui la comunicazione corre veloce, non mancano i “disseminatori di approssimazione”: figure che, più o meno consapevolmente, alimentano confusione su temi complessi come quello delle De.Co. Più che inutili, potremmo definirli “diversamente utili”, se non altro perché vengono puntualmente smentiti da atti ufficiali e da chi conosce la sostanziale differenza tra tutela e promozione, tra prodotto tipico, tradizionale e identitario.

L’approssimazione, intesa come improvvisazione, rappresenta oggi un modello operativo superato, relegato semmai ai neofiti. Per questo è necessario diffidare di chi continua a utilizzare impropriamente la “cassetta degli attrezzi” dei marchi di tutela – disciplinari, regolamenti e commissioni – strumenti più volte oggetto di rilievi da parte dell’Unione Europea e del MIPAAF, quando applicati fuori dal loro corretto ambito.

  

È proprio su questo punto che si genera l’equivoco più frequente: assimilare la De.Co. a marchi di qualità come DOP o IGP. Una lettura errata, più volte chiarita già a partire dal 2004 dal Ministero delle Politiche Agricole, che ha evidenziato come solo i sistemi comunitari possano certificare il legame tra prodotto e origine geografica attraverso disciplinari formali.

 

 In giro, ci sono tanti modelli di DECO  alcuni che sconfinano nei marchi di tutela, altri che vorrebbero occupare lo spazio dei PAT, altri ancora puramente inventate, tutti insieme  si sono meritate l'appellativo di "farlocche" 

 

 

 Contro le DeCo così dette "farlocche" già  da tempo 

si sono 

espressi l'UE  il MIPAF  

 Già nel lontano 2004, ma anche in seguito il MIPAF ha abbondantemente esternato la sua posizione in merito, di conseguenza molti comuni hanno adottato provvedimenti conseguenziali. Incomprensibile è il fatto che   ancora qualcuno li ignora

Altre amministrazioni, poche, puntano sulle così dette "deco farlocche", certi che nel comune nessuno sa cosa sono le DECO, nessuno conosce la storia, gli obiettivi, la mission e vision a tal punto di omettendo di citare perfino chi le ha ideate.  

valorizzazione e la salvaguardia delle caratteristiche di qualità dei prodotti DOP e IGP

 È stato pubblicato il Decreto Ministeriale 1° luglio 2026, n. 319404, recante “Criteri e modalità per la concessione di contributi concernenti la valorizzazione e la salvaguardia delle caratteristiche di qualità dei prodotti DOP e IGP”.

 

Il DM, c.d. “Istituzionale”, disciplina la concessione di contributi per la realizzazione di iniziative di valorizzazione, sia in ambito nazionale sia internazionale, dei prodotti agricoli e alimentari contraddistinti da DOP e IGP, nonché delle bevande spiritose contraddistinte da indicazioni geografiche, e per la loro salvaguardia attraverso la realizzazione di una serie di attività. Sono ammessi a presentare domanda di contributo i Consorzi di tutela, gli organismi a carattere associativo dei Consorzi di tutela, le associazioni temporanee costituite tra tali soggetti, nonché gli enti e gli organismi senza scopo di lucro che abbiano tra i propri soci Consorzi di tutela riconosciuti dal MASAF e/o associazioni dei Consorzi di tutela riconosciute dal MASAF, il cui statuto preveda esplicitamente, tra le proprie finalità, la valorizzazione delle Indicazioni Geografiche. Le domande di contributo, ai sensi del decreto, devono pervenire, a pena di esclusione, all’Ufficio PQA I, esclusivamente a mezzo PEC, entro e non oltre le ore 23:59 del 23 settembre 2026.

venerdì 21 agosto 2026

la 6ª edizione del Masterchef Margheritese – Saperi e Sapori della Cucina Italiana

 

Questa sera il concorso di cucina dell’Estate Margheritese: show, degustazioni e talk sui prodotti identitari




La comunità di Santa Margherita di Belice si prepara per una delle serate più attese dell’Estate Margheritesi 2026: la 6ª edizione del Masterchef Margheritese – Saperi e Sapori della Cucina Italiana, in programma oggi alle 20.30 nel piazzale del Museo della Memoria. L’evento, promosso dal Comune e dalla Regione Siciliana, riunisce chef, esperti del settore agroalimentare e realtà associative del territorio per una serata dedicata alla cucina e ai prodotti identitari. Il programma prevede accoglienza degli ospiti, saluti istituzionali e presentazione dei team in gara, seguiti dall’insediamento della giuria tecnica e di degustazione. Alle 22.00 prenderà il via il concorso culinario, mentre alle 22.15 è previsto un talk show sui prodotti del territorio. A seguire, la valutazione degli elaborati enogastronomici e, a mezzanotte, la premiazione dei partecipanti. La serata sarà moderata da Onorio Abruzzo e vedrà la presenza del sindaco Gaspare Viola, del coordinatore della Rete Nazionale dei Borghi DeCo  Nino Sutera, dell’assessore Francesco Santoro, dei chef Francesco Bonomo e Giovanni Montemaggiore, oltre a rappresentanti di AVIS, Pro Loco, Visit Belice e del mondo accademico. Un appuntamento che unisce gastronomia, promozione territoriale e partecipazione comunitaria.


SANTA MARGHERITA DI BELÌCE – Nel cuore della Sicilia belicina, dove la memoria narrativa di Giuseppe Tomasi di Lampedusa vive in ogni scorcio, la letteratura e l'enogastronomia continuano a fondersi in un connubio indissolubile. Negli ultimi quattro anni, infatti, il prestigioso Premio Letterario Internazionale dedicato all'autore del Gattopardo ha vissuto una profonda evoluzione strategica: non più soltanto un celebre simposio accademico e d'élite di risonanza mondiale, ma un motore virtuoso di valorizzazione identitaria in cui la cultura della tavola si è affermata come coprotagonista d'eccellenza.

Un percorso innovativo e strutturato, nato dalla visione lungimirante dell’Amministrazione guidata dal Sindaco Gaspare Viola e dall’impegno costante e passionale dell’Assessore alla Cultura e Promozione del Territorio, Deborha Ciaccio. Un'intuizione politica e culturale che ha saputo radicare il patrimonio culinario gattopardiano nel tessuto sociale ed economico locale, culminata nella consacrazione della “Tavola del Gattopardo” ad “Ambasciatrice dell'Identità Territoriale” per la Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo.

In attesa della 6ª edizione del Masterchef Margheritese – Saperi e Sapori della Cucina Italiana,  e nel solco del dibattito che vede la cucina italiana  patrimonio immateriale dell’UNESCO, abbiamo incontrato Nino Sutera, ideologo e animatore della Rete Nazionale Borghi GeniusLoci DeCo  


 

L'Intervista

Dottor Sutera,  la Tavola del Gattopardo è stata insignita del titolo di “Ambasciatrice dell'Identità Territoriale”. Che valore racchiude questa investitura per Santa Margherita di Belìce?

«Non si tratta di una semplice medaglia celebrativa. È un’investitura di responsabilità culturale. Proclamare la Tavola del Gattopardo “Ambasciatrice” significa riconoscere al patrimonio enogastronomico la stessa dignità storica che attribuiamo a un monumento o a un palazzo nobiliare. Attraverso lo strumento della DeCo (Denominazione Comunale), abbiamo fornito alla comunità una vera carta d'identità. Il cibo diventa così il veicolo primario per raccontare il territorio fuori dai propri confini, promuovendo un modello di sviluppo ecologicamente e culturalmente sostenibile.»

Questo percorso si colloca all'interno del dibattito che vede la cucina italiana patrimonio immateriale dell’UNESCO. Qual è il filo rosso che lega la dimensione del borgo a quella globale?

«Il filo rosso è la comunità parlante. L'UNESCO non tutela i piatti pronti, ma i processi sociali, i saperi tramandati e il legame tra l'uomo e il paesaggio. La forza distintiva della cucina italiana nel mondo risiede nella sua straordinaria biodiversità culturale borghigiana. Santa Margherita di Belìce ne è un paradigma limpido: la narrazione letteraria si intreccia con i prodotti della terra, creando un'esperienza identitaria irripetibile. Senza la vitalità dei nostri borghi, ogni candidatura globale perde la sua linfa autentica. Noi difendiamo il diritto del territorio a fare cultura partendo dal proprio piatto.»

In un'epoca di profonda crisi per le aree interne, in che modo il modello GeniusLoci DeCo può trasformare la tradizione culinaria in una leva economica reale?

«Il cibo è oggi il principale catalizzatore del turismo contemporaneo. Il viaggiatore non cerca più il semplice consumo di un luogo, ma desidera "abitarlo" attraverso i suoi sapori. Tuttavia, senza narrazione identitaria, il prodotto tipico resta merce inerte. La DeCo certifica l'origine e l'anima di un prodotto. Quando un giovane   investe sui grani antichi, sui dolci della tradizione identitaria o sul vini e sull'olio locale, compie un atto di presidio culturale del territorio. L'enogastronomia d'identità è la risposta più efficace e concreta contro lo spopolamento dei borghi.»

Per concludere: qual è la visione futura che la Rete dei Borghi GeniusLoci intende consegnare alle prossime generazioni?

«Restituire orgoglio consapevole alle nostre comunità. Vogliamo che i cittadini dei borghi si riscoprano custodi di un patrimonio universale. Citando il romanzo, si dice che "tutto cambia perché nulla cambi". Per noi la lezione è diversa: dobbiamo far evolvere i linguaggi della promozione affinché l'essenza dell'identità rimanga intatta. La Tavola del Gattopardo non è un reperto sotto vetro, ma un cantiere aperto di futuro, bellezza e riscatto per la Sicilia.»

martedì 18 agosto 2026

Dalla ganzega al buon rendere, all'insegna della reciprocità

 Caterina Carla Setti

“Noi siamo il ponte tra il tempo che fu e il tempo che sarà. Custodiamo il fuoco, non le ceneri.”      nsutera

Verso una prassi nazionale per la tutela dell'identità nelle comunità rurali.

Entra in fase pienamente operativa il riconoscimento formale per due pilastri della
cultura contadina locale: la celebre “ganzega” — la consuetudine di celebrare la fine dei
lavori con un momento conviviale — e il lavoro solidale tra agricoltori
Si lavora per estendere questa pratica a carattere nazionale
E' nella tua zona come si dice?

Intervista a Nino Sutera, ideologo e coordinatore della

 Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo

 


 


Nino Sutera, l'esperienza della Ganzega riconosciuta dalla Camera di Commercio di Trento sembra andare oltre la dimensione locale. Perché ritiene che possa diventare una proposta nazionale?

Intanto complimenti a quanti si sono adoperati per il recupero di un valore storico delle comunità rurali, dietro la parola Ganzega non c'è semplicemente un'usanza agricola trentina. C'è un principio molto più ampio: quello del buon rendere, della reciprocità, dell'aiuto tra persone che condividono un territorio e che, nei momenti di bisogno o di maggiore intensità del lavoro, decidono di sostenersi senza trasformare necessariamente quel gesto in una prestazione economica.

La Camera di Commercio di Trento ha avuto il merito di compiere un'operazione importante: non ha inventato una nuova pratica, ma ha riconosciuto e documentato una consuetudine storicamente radicata. È proprio questo, a mio avviso, il punto di partenza di una riflessione nazionale.

La domanda non dovrebbe essere soltanto: come si chiama la Ganzega? La domanda vera è: quante forme di aiuto reciproco, con nomi differenti, esistono nelle campagne italiane?

In Piemonte, in Veneto, in Emilia-Romagna, in Toscana, nelle Marche, nel Mezzogiorno e in Sicilia esistono pratiche analoghe, che rischiano di scomparire, perchè quasi in disuso. Cambiano i nomi, i rituali, i contesti, ma il principio resta molto simile: oggi do una mano a te, domani tu la darai a me. È il buon rendere che diventa infrastruttura sociale della comunità.



Quindi la Ganzega non sarebbe soltanto una tradizione agricola, ma una forma di capitale sociale?

Esattamente. E questa è la ragione per cui considero l'esperienza trentina particolarmente interessante.

Una comunità rurale non si regge soltanto sulle infrastrutture materiali. Si regge anche sulla fiducia, sulla reciprocità, sulla solidarietà e sulla capacità delle persone di mobilitarsi insieme.

Quando familiari, amici e vicini aiutano durante la vendemmia, la raccolta o un momento di particolare necessità, non stanno semplicemente mettendo a disposizione qualche ora di lavoro. Stanno rinnovando un patto comunitario.

E ancora più significativo è il cosiddetto aiuto di soccorso, cioè quella forma di solidarietà che si manifesta quando un agricoltore si ammala, subisce un infortunio o attraversa una situazione di emergenza.

In quel momento la comunità dice, concretamente: non sei solo.

Credo che questa frase racchiuda tutta la forza culturale della Ganzega.


A livello nazionale, come si potrebbe trasformare questa esperienza in una prassi condivisa?

Io partirei da un principio molto semplice: non creare una nuova norma nazionale che imponga una tradizione, ma costruire un metodo nazionale per riconoscere le tradizioni già esistenti.

Il modello trentino dimostra che un'istituzione può ascoltare il territorio, raccogliere testimonianze, fotografie, documenti, memorie orali, verificare la storicità di una pratica e inserirla, quando ne ricorrono i presupposti, nella Raccolta degli usi.

Questa metodologia potrebbe essere diffusa su scala nazionale attraverso una collaborazione tra Unioncamere, Camere di Commercio, istituzioni agricole, ANCI, Regioni, organizzazioni professionali, mondo accademico e rappresentanze delle comunità rurali.

L'obiettivo non sarebbe creare "la Ganzega italiana", perché sarebbe un errore uniformare ciò che per sua natura è diverso.

L'obiettivo sarebbe riconoscere le tante Ganzeghe d'Italia.


Lei insiste molto sulla parola “buon rendere”. Perché?

Perché buon rendere contiene una filosofia.

La Ganzega appartiene a una cultura della reciprocità nella quale l'aiuto non viene misurato immediatamente in denaro. Il valore sta nel rapporto che si crea.

Il termine può cambiare da borgo a borgo. Può chiamarsi Ganzega, regalia, aiuto, soccorso, scambio di manodopera o assumere denominazioni dialettali che conosciamo soltanto localmente.

Ma la sostanza è la stessa.

Il patrimonio non è soltanto ciò che produciamo, ma anche il modo in cui una comunità ha imparato a produrre, a vivere e ad aiutarsi.

Ecco perché il buon rendere può diventare una categoria culturale utile per leggere molte delle nostre campagne.


Dove si colloca, in questa prospettiva, la Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo?

Si colloca esattamente nel punto d'incontro tra identità e comunità.

La mission dei Borghi GeniusLoci DeCo parte dalla consapevolezza che un territorio non può essere raccontato soltanto attraverso il prodotto finale.

Dietro un formaggio, un vino, un pane, un dolce, una coltura o una lavorazione tradizionale esiste una comunità.

Esistono conoscenze.

Esistono persone.

Esistono rituali.

Esistono relazioni.

Esiste una memoria collettiva.

Il Genius Loci, quindi, non è soltanto il paesaggio. È lo spirito del luogo che vive nelle relazioni tra le persone e nelle pratiche attraverso cui quelle persone hanno costruito la propria identità.

La Ganzega è un perfetto esempio di tutto questo.


Possiamo dunque considerare la Ganzega un bene del Genius Loci?

Assolutamente sì.

La considero una forma di patrimonio immateriale comunitario.

Ed è proprio qui che la filosofia dei Borghi GeniusLoci DeCo può offrire un contributo originale: allargare il concetto di valorizzazione territoriale.

Siamo abituati a parlare di prodotti tipici, prodotti tradizionali e prodotti identitari. Ma spesso dimentichiamo che quei prodotti nascono da un ecosistema umano.

Se vogliamo proteggere davvero l'identità di un territorio, dobbiamo proteggere anche le pratiche che hanno reso possibile quell'identità.

Per questo dobbiamo passare dalla valorizzazione del prodotto alla valorizzazione della comunità che lo produce.

È un cambiamento culturale importante.


Questo significa che anche le DeCo potrebbero assumere una dimensione più ampia?

Sì, ma con una precisazione.

La DeCo, correttamente intesa, non deve diventare un'etichetta commerciale e neppure uno strumento improprio di certificazione.

È, prima di tutto, un atto politico-amministrativo attraverso il quale una comunità riconosce un elemento della propria identità.

Quindi la riflessione può ampliarsi: non solo il prodotto (rigorosamente autoctono)  ma anche il sapere, la pratica, il rito, la consuetudine, la tecnica, la festa, la forma di solidarietà che caratterizzano un territorio.

In questa prospettiva la Banca del GeniusLoci DeCo potrebbe svolgere un ruolo importante.

  Un' archivio vivo della comunità: raccogliere storie, testimonianze, fotografie, documenti, denominazioni locali, conoscenze e pratiche che rischiano di scomparire.

La Ganzega, o qualunque sia il nome che assume in un determinato borgo, potrebbe essere documentata come parte del patrimonio identitario della comunità.


Ma come si evita che un riconoscimento di questo tipo venga interpretato come una scorciatoia per aggirare la normativa sul lavoro?

Questo è un punto decisivo.

Il riconoscimento di una consuetudine non può e non deve significare una deroga generalizzata alla legislazione sul lavoro, alla sicurezza o agli obblighi assicurativi.

Bisogna distinguere nettamente l'aiuto spontaneo, gratuito, occasionale e storicamente radicato dal rapporto di lavoro continuativo.

Questa distinzione deve essere il cuore della proposta nazionale.

Non si tratta di dire: "in agricoltura tutto è permesso".

Si tratta di dire: esiste una realtà sociale storica che deve essere riconosciuta nella sua specificità, senza confonderla con il lavoro subordinato o con forme di lavoro irregolare.

È proprio la chiarezza del perimetro a rendere credibile la proposta.


In questo senso, che cosa può insegnare l'esperienza del Trentino?

Ci insegna soprattutto il metodo.

Prima di riconoscere una consuetudine, bisogna dimostrarne la storicità.

Occorre raccogliere testimonianze.

Occorre confrontare documenti.

Occorre ascoltare associazioni, organizzazioni professionali, amministrazioni e comunità.

Occorre ricostruire la pratica nel tempo.

Il fatto che il percorso trentino abbia richiesto un lavoro articolato di ricerca e documentazione è un elemento importante. Significa che l'identità non si certifica con un'autodichiarazione: si ricostruisce attraverso le fonti e la memoria del territorio.

Questo è esattamente lo stesso approccio che la Rete Borghi GeniusLoci DeCo propone quando parla di storicità, tracciabilità e trasparenza.



Quale potrebbe essere, concretamente, il primo passo nazionale?

Io partirei dalla costruzione di una Carta nazionale delle consuetudini agricole e della reciprocità rurale.

Una Carta non legislativa, almeno in una prima fase, ma metodologica e culturale.

Dovrebbe stabilire alcuni principi condivisi: storicità, territorialità, gratuità, occasionalità, interesse collettivo, documentabilità, distinzione dal lavoro continuativo e pieno rispetto delle norme di sicurezza.

Poi si potrebbe avviare un censimento nazionale.

Chiedere a ogni territorio: quali sono le vostre forme tradizionali di aiuto? Come si chiamano? Quando si praticano? Chi vi partecipa? Da quanto tempo esistono? Quali testimonianze abbiamo?

Potremmo scoprire un patrimonio straordinario.


Sarebbe una sorta di atlante nazionale?

Esattamente.

Un Atlante delle consuetudini rurali d'Italia.

E sarebbe un'opera molto più importante di quanto possa sembrare.

Perché oggi rischiamo di perdere non soltanto alcune varietà agricole o alcune ricette, ma anche i comportamenti sociali che hanno permesso a quelle culture rurali di sopravvivere.

L'ultima persona che conosce una parola dialettale o un'usanza può essere l'ultimo archivio vivente di un territorio.

Quando quella persona scompare, senza documentazione scompare anche una parte del Genius Loci.

Per questo la raccolta delle memorie deve diventare una politica pubblica di comunità.


Qual è, allora, la visione dei Borghi GeniusLoci DeCo su questo tema?

La nostra visione è molto semplice: trasformare l'identità territoriale da memoria del passato a valore collettivo del presente e del futuro.

Il territorio deve tornare a essere protagonista.

Non solo come luogo geografico, ma come comunità di senso.

Per questo insistiamo su una sequenza che considero fondamentale: Territorio, Tradizioni, Tipicità, Tracciabilità, Trasparenza.

A questa sequenza oggi aggiungerei una sesta parola: Reciprocità.

Perché senza reciprocità molte comunità rurali non avrebbero avuto la forza di attraversare i secoli.


Possiamo quindi dire che dalla Ganzega nasce una proposta che riguarda il futuro dei borghi?

Sì. E forse questo è l'aspetto più interessante.

La Ganzega non deve diventare un ricordo folkloristico.

Può diventare una chiave di lettura del futuro.

In una fase storica nella quale molte aree rurali devono confrontarsi con spopolamento, invecchiamento, difficoltà nel reperimento della manodopera e progressiva perdita dei saperi tradizionali, recuperare la cultura della reciprocità significa rafforzare la resilienza delle comunità.

Non possiamo chiedere ai giovani di restare nei borghi soltanto dicendo loro che lì ci sono monumenti e paesaggi bellissimi.

Dobbiamo restituire loro una comunità viva, capace di produrre, cooperare, accogliere e riconoscere il proprio patrimonio.


 

Dal Trentino può partire un messaggio per tutta l'Italia: non tutto ciò che non è scritto in un contratto è privo di valore sociale; esistono patrimoni comunitari che meritano di essere conosciuti, verificati, riconosciuti e trasmessi.

Le Ganzeghe d'Italia possono diventare così parte di un grande racconto nazionale.

Un racconto fatto di lavoro, memoria, solidarietà e identità.

Un racconto che, in fondo, dice una cosa antica e straordinariamente moderna:

oggi io aiuto te, domani tu aiuti me. Questo è il buon rendere. Questo è il Genius Loci di una comunità viva.




martedì 11 agosto 2026

DeCo Percorso Certificato

 Lina Anna Briti

Introduzione

La De.Co. non è un logo da appendere al frigorifero del marketing territoriale: è la firma collettiva di una comunità, il segno che una storia, un sapere e un paesaggio sono stati riconosciuti e messi sotto tutela civica. In un racconto che parte dalla lezione di Luigi Veronelli e si aggiorna alle esigenze di governance contemporanea, la certificazione del percorso De.Co. diventa la garanzia che quel riconoscimento non sia un gesto simbolico vuoto, ma il frutto di un processo democratico, scientifico e partecipato.

L’intera architettura teorica e operativa del format è stata tracciata in una densa conversazione con   Nino Sutera, che ha illustrato la genesi e gli obiettivi strategici di un modello metodologico di successo, già inserito tra gli esempi virtuosi del Forum Italiano dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio (“Salviamo il paesaggio, difendiamo i territori”) e capillarmente presentato in autorevoli contesti scientifici e istituzionali nazionali, tra cui la Poster Session del Forum P.A. di Roma, l’iniziativa Valore Paese – Economia delle soluzioni organizzata da ItaliaCamp a Reggio Emilia, il Premio Nazionale Filippo Basile dell'AIF a Palermo ed EXPO 2015 a Milano, solo per citarne alcuni



Il valore originario della DeCo

La Denominazione Comunale nasce come atto politico-culturale: è il Sindaco insieme alla Comunità che censisce, tutela e restituisce valore al patrimonio materiale e immateriale locale. Non è una DOP né un’etichetta commerciale; è invece il biglietto d’identità antropologico di un luogo — una ricetta, un saper fare, una festa, un mestiere — che racconta chi siamo e da dove veniamo. Quando la De.Co. è autentica, trasforma la memoria collettiva in attrazione culturale e turistica, capace di parlare a viaggiatori sensibili che cercano storie e sapori veri. La vera componente d’innovazione del modello si articola su cinque pilastri relazionali: Territorio, Tradizione, Tipicità (intesa come specificità assoluta), Tracciabilità e Trasparenza. Questi elementi mirano a destrutturare la retorica dell’omologazione per restituire centralità al saper fare umano. L’effetto Genius Loci si sostanzia proprio nella capacità di una comunità di produrre valore permanente attraverso la consapevolezza della propria singolarità. I contenuti cardine del format richiamano concetti precisi: l’originalità, intesa nell’accezione etimologica latina di derivazione culturale che non distorce la voce della terra d’origine; la naturalità, intesa come produzione priva di interventi estranei all'azione del territorio; l’identità, come permanenza nel tempo di un senso del luogo riconoscibile; e la specificità, mutuata dalla lezione sociologica di Max Weber del 1919, come unicità chiaramente individuabile per le sue caratteristiche originarie.



I rischi dell’uso improprio

Negli anni la De.Co. ha corso il rischio di svuotarsi: usata come semplice stampiglia pubblicitaria, confusa con marchi di tutela o inventata ad hoc, oppure sconfinando in altri strumenti istituzionali (PAT) ha perso valore e credibilità. Questo fenomeno di inflazione mercatistica ha reso molte De.Co. banali, controproducenti e talvolta in conflitto con norme e buone pratiche. Anche le prese di posizione istituzionali — come quelle espresse dal MIPAF già nel 2004 — hanno dimostrato che procedure errate vanno confinate e possono e devono essere corrette 

Il Percorso Operativo Certificato

Per restituire dignità e rigore alla De.Co. abbiamo codificato il primo Percorso Operativo Certificato in Italia. Questo percorso, promosso dalla Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci De.Co., verifica la legittimità del riconoscimento confrontando i provvedimenti comunali con norme europee, giurisprudenza, sentenze e buone pratiche. È un percorso in 12 tappe che coinvolge la comunità, mette al centro trasparenza e tracciabilità, e consente di correggere eventuali anomalie con accorgimenti semplici ma efficaci. In questo modo la De.Co. torna a essere un atto politico serio, non un’etichetta inpropia .


Perché la certificazione è necessaria?

La certificazione non è un formalismo: è lo strumento che tutela la De.Co. dall’omologazione e dalla mercificazione. Garantisce che il riconoscimento sia democratico, scientificamente fondato e socialmente partecipato. Protegge la storicità, l’unicità e l’interesse collettivo, evitando che il valore culturale venga sacrificato sull’altare del profitto privato.   «La denominazione comunale (De.Co.) “Borghi Genius Loci” è un atto politico, nelle prerogative del Sindaco, che afferma il suo primato sul territorio», e la certificazione è la bussola che orienta questa scelta verso pratiche sostenibili e non conflittuali.

Conclusione

In un’epoca in cui la globalizzazione tende a livellare differenze e sapori, la vera strategia di sopravvivenza per i piccoli comuni è la cura della propria identità. La certificazione del percorso De.Co. non è un vincolo, ma una protezione: assicura che l’identità locale resti autentica, riconoscibile e capace di generare valore duraturo. Non tutte le comunità saranno pronte — e questo è un merito del modello: seleziona chi possiede memoria, unicità e governance illuminata — ma per quelle che intraprendono il cammino, la certificazione è la garanzia che la loro storia non venga dispersa, ma valorizzata con rigore e responsabilità. Per garantire l’efficacia e la sostenibilità del circuito, l’adesione è ancorata a requisiti rigorosi e non negoziabili: storicità comprovata, unicità dell’elemento, interesse collettivo diffuso, e mai a vantaggio di un singolo,   soprattutto, una filosofia d’azione incentrata sulla “burocrazia zero”. In questo senso, il percorso si pone in netta controtendenza rispetto ai marchi di tutela di matrice europea (come DOP, IGP o DOC): all’interno del processo culturale dei Borghi GeniusLoci DeCo  non vengono mai adottati o“rubati”   la cassetta degli attrezzi  di altri strumenti, come     disciplinari   commissioni   e regolamenti    considerati non solo inutile, ma persino controproducente per la salvaguardia dell’autenticità rurale, che somiglia piuttosto a una favola vera fatta di eccezionalità e di storie umane vere.Il format si sviluppa operativamente attraverso un percorso guidato in 12 tappe codificate, che coinvolgono attivamente l’intera comunità:

Un percorso culturale inclusivo  d’eccellenza che, come conclude fermamente Nino Sutera, non è programmaticamente aperto a tutti: non tutte le comunità   sono  dotati di una reale memoria storica, di elementi unici e di una governance locale illuminata, e non tutti quindi possiedono i requisiti culturali per fare ingresso nel circuito dei Borghi GeniusLoci De.Co.


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