mercoledì 23 luglio 2025

La Tavola del Gattopardo "Ambasciatrice dell'Identità Territoriale"

  Il Festival del Gattopardo si terrà a Santa Margherita di Belìce dall’1 al 3 agosto 2025, e sarà un’occasione speciale per celebrare la cultura, la storia e le tradizioni di questo meraviglioso territorio. Oltre alla serata dedicata al Premio Letterario Internazionale “Giuseppe Tomasi di Lampedusa”, ci saranno tanti momenti di grande valore culturale, che rafforzeranno il legame tra identità, cultura e territorio.

 




Uno di questi  sarà la consegna del prestigioso riconoscimento alla “Tavola del Gattopardo”, che sarà premiata come “Ambasciatrice dell’Identità Territoriale”. Questo riconoscimento, assegnato nell’ambito del percorso dei Borghi GeniusLoci De.Co., celebra la bellezza storica, culturale e paesaggistica di Santa Margherita di Belìce, oltre al suo ricco patrimonio enogastronomico.



Il sindaco Gaspare Viola sottolinea come “il cibo rappresenti identità e responsabilità, un nuovo modo di pensare alla sostenibilità e alla valorizzazione dei territori”. La Sicilia, infatti, è stata scelta come “Regione Europea della Gastronomia 2025”, un titolo internazionale assegnato dall’International Institute of Gastronomy, Culture, Arts and Tourism, e Santa Margherita di Belìce ha contribuito a questa conquista con il suo percorso di candidatura, iniziato già nella scorsa edizione del Premio dedicato a Tomasi di Lampedusa.

 

L’Assessore al Turismo, Deborah Ciaccio, esprime grande entusiasmo: “Siamo molto orgogliosi di questo risultato, che vogliamo condividere con tutta la città e con i tanti visitatori che verranno a scoprire il nostro territorio. Durante la prossima edizione del Premio Internazionale Giuseppe Tomasi di Lampedusa, ci sarà anche un’audizione pubblica dedicata a questo riconoscimento”.

 

 

Debhora Ciaccio

    La   Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci De.Co. presieduta da Nino Sutera ha motivato così il riconoscimento: 

"Il Comune belicino si distingue per la sua ricca eredità storica, la capacità di valorizzare la propria identità attraverso eventi culturali a tradizione identitaria.
    Tra i suoi punti di forza spicca il celebre Palazzo Filangeri di Cutò, residenza estiva di Tomasi di Lampedusa. Ma non solo: Santa Margherita Belice è anche sinonimo di un immenso giacimento di elaioenogastronomia autentica ed identitaria, mirabilmente descritta nel romanzo "Il Gattopardo". E' tra i suoi prodotti identitari spiccano di certo "le siringate", quei gustosi dolcetti che piacevano tanto alla principessa Filangeri, che a Santa Margherita di Belice era trattata da tutti come una regina"

  Un evento per celebrare l’identità territoriale

 


La filosofia deI Borghi  GeniusLoci De.Co.

Come spiega Nino Sutera  il percorso “Borghi GeniusLoci De.Co.” nasce dalla necessità di salvaguardare il “locale” di fronte al fenomeno della globalizzazione, che tende a omogeneizzare prodotti e sapori. Il Genius Loci rappresenta l’essenza stessa di un territorio, comprendendo le immagini, i colori, i sapori e i profumi che caratterizzano i paesaggi locali.

Il progetto punta a incrementare il turismo enogastronomico valorizzando la tipicità delle pietanze ereditate dalle antiche tradizioni locali. Non si tratta semplicemente di soddisfare l’appetito, ma di “raccontare” attraverso il cibo la cultura, i valori e le tradizioni di un territorio.

La Denominazione Comunale come strumento di valorizzazione

La Denominazione Comunale (De.Co.) “Borghi Genius Loci” rappresenta un atto politico strategico che presuppone una conoscenza approfondita del passato, un’analisi del presente e una progettualità orientata al futuro. L’obiettivo è quello di sviluppare un turismo enogastronomico consapevole che possa costituire una vera opportunità per lo sviluppo dell’economia locale, specialmente per le piccole comunità rurali.

Il Comune di Santa Margherita ha già formalmente adottato questo percorso attraverso una delibera di giunta, dimostrando l’impegno dell’amministrazione locale nella valorizzazione dell’identità territoriale.

Un modello innovativo in 12 passaggi

Il format GeniusLoci De.Co., ideato dalla Libera Università Rurale Saper&Sapor Onlus, si articola in un percorso culturale composto da 12 steps, di cui l’audizione pubblica rappresenta uno dei momenti fondamentali. Il modello si basa su cinque elementi essenziali: Territorio, Tradizioni, Tipicità, Tracciabilità e Trasparenza.

Come sottolineava il compianto Luigi Veronelli, grande enologo e gastronomo, il genius loci rappresenta “l’intimo ed imprescindibile legame fra uomo, ambiente, clima e cultura produttiva”. Un concetto che si traduce nella pratica: “il Genius Loci si visita nel territorio e si assapora nel piatto”.

Verso un turismo del gusto consapevole

L’iniziativa si rivolge ai cosiddetti “viaggiatori del gusto”, turisti intelligenti e colti che ricercano non solo la qualità gastronomica, ma anche il profondo legame tra cibo e territorio. La bellezza del paesaggio, gli insediamenti storici e la ricchezza naturale, offrono elementi attrattivi unici, capaci di affascinare chi è alla ricerca di esperienze autentiche.

Il progetto “Borghi GeniusLoci De.Co.” rappresenta così una strategia culturale innovativa per la difesa delle peculiarità territoriali, dove l’unicità dell’identità locale diventa l’arma vincente contro l’omologazione globale. Un percorso che non solo preserva le tradizioni, ma le trasforma in opportunità concrete di sviluppo economico e culturale per il territorio.                         

Dopo questi momenti di alto spessore culinario e di vera arte pasticcera, in uno spazio dedicato, una brigata di professionisti del comparto pasticceria artigianale tutti appartenenti all’Umat, realizzeranno una maestosa cassata siciliana di circa 200 kg che verrà servita gratuitamente alle persone presenti, oltre a tale preparazione dolciaria, verranno serviti anche dei mini trionfi di gola preparati dalle Lady Chef Pastry e dalle pasticcerie del territorio di Santa Margherita di Belice, coinvolti altresì come attori esperti dell’antica arte pasticcera. In abbinamento alle preparazioni dolciarie verranno serviti dei vini tipici del territorio Belicino.





 


A Concetta Marino il prestigioso riconoscimento di "Custode dell'Identità Territoriale"

 

 La storia di Concetta Marino è una storia di talento ed eccellenza. La leggiamo sulle pagine del quotidiano La Sicilia, attraverso cui racconta la sua arte pasticciera, che ha conosciuto nella sua Palma di Montechiaro, la “città del Gattopardo“, in cui ha scelto di rimanere. Qui, in via Pietro Nenni, c’è la sua pasticceria. A Santa Margherita Belice in occasione del Festival del Gattopardo,  riceverà il riconoscimento di "Custode dell'Identità Territoriale"

 


 

Il dolce segreto di Concetta, unica depositaria dei ricci del convento nel paese del “Gattopardo”

A 8 anni e mezzo nel monastero di Palma di Montechiaro ha raccolto dalle suore l’eredità dei dolci conventuali

Di Carmen Greco |03 Febbraio 2025 La Sicilia

Concetta da grande voleva fare l’artista, le piaceva disegnare e sognava un futuro da pittrice. Oggi la sua arte è la pasticceria, un destino “scelto” per lei da altri, ma poi costruito con grande passione in quel di Palma di Montechiaro – la “città del Gattopardo” – in cui ha deciso di rimanere guardando andar via, per cercare futuro altrove, la maggior parte dei suoi fratelli.Sesta di dodici figli (4 femmine e 8 maschi) il momento cruciale nella vita di Concetta Marino arriva prestissimo – a 8 anni e mezzo – quando finisce, da un giorno all’altro nel convento delle Benedettine con due delle sue sorelle più piccole.

«In realtà mio padre voleva mandarci quattro dei miei fratelli maschi che non avevano molta voglia di studiare – racconta nella sua pasticceria di via Pietro Nenni – ma allora il Comune pagava le rette solo per tre bambine e toccò a me e alle mie sorelle, Enza e Patrizia, di 7 e 5 anni e mezzo. Mio padre era bidello, mia mamma casalinga, non c’erano tanti soldi in casa».Che ricordo ha di quell’arrivo in convento?«Bruttissimo. Mi sono sentita “strappata”, fino a quel momento ero una bambina che giocava nel giardino di casa. Mi sono ritrovata “chiusa”, ho pianto per sei mesi, le suore però non ci facevano caso “Ti passerà”».Com’era la vostra giornata?«Non potevamo fare niente, né uscire, nè circolare per il convento, nemmeno affacciarci alla finestra. Non c’erano televisione o macchine fotografiche. Se anche ci davano la possibilità di guardare la tv eravamo sempre sorvegliate da una ragazza più grande messa lì a controllare se sullo schermo ci fosse qualche bacio, ma noi al massimo guardavamo Candy Candy».Questo negli Anni Settanta…«Un’altra era… Però a un certo punto ci siamo abituate. Di mattina andavamo a scuola, nel pomeriggio facevamo i compiti e c’era da rispettare il turno di silenzio perché le suore riposavano. Poi preghiera, cena, e alle 19:30 a letto. Le suore Maria Giannina e Maria Candida, le chiamavamo “mamma maestra” ma solo in quel contesto. Per me sono state loro le mie vere mamme».Fino a che età è rimasta lì?«Fino alla terza media, qualche anno in più, a casa che ci tornavo a fare? Alla scuola superiore non mi volevano mandare, alla fine per me e le mie sorelle la vera “casa” era il convento».


Com’è entrata la pasticceria nella sua vita?«Si può dire per necessità. A un certo punto il Comune comunicò che non avrebbe continuato a pagare le rette per tutt’e tre, ma solo per due di noi. Io rischiavo di dover tornare a casa, così suor Maria Giannina ebbe l’iniziativa di portarmi nel laboratorio di pasticceria all’interno del convento. Sapeva che ero brava a disegnare e cominciai ad andare lì due ore al giorno. Le altre compagne mi chiedevano “Ma dove te ne vai?”», io però non potevo dire loro che il Comune non pagava più la retta per me, mi vergognavo».Cosa la colpì entrando lì?«Il profumo fantastico di mandorla, le suore sedute attorno a dei lunghi tavoli, i loro sorrisi accoglienti, in particolare suor Maria Clementina e suor Maria Giuseppina».La prima cosa che le hanno fatto fare?«Togliere la “pelle” alle mandorle, si tuffavano nell’acqua calda, dovevamo sbucciarle, raccoglierle tutte in un sacchetto e metterle ad asciugare in giardino. Quante me ne sono mangiate…».E quando ha realizzato che poteva diventare il suo lavoro?«Uscita dal convento, a 16-17 anni. Mia mamma non mi faceva studiare, pensava al matrimonio, io mi opposi assolutamente con l’aiuto di mio padre. Non sapevo nulla di quello che c’era nel mondo, non capivo malvagità, bugie, non volevo conoscere nessuno, volevo studiare. Mi sono iscritta di nascosto dai miei in una scuola privata che pagavo facendo le pulizie e la baby sitter in paese, ho lavorato in una farmacia. Tutto questo fino al quarto anno. Poi il giorno della maturità ebbi un incidente in auto e non arrivai mai a fare l’esame; fu allora che i miei lo scoprirono. A quel punto mio padre mi disse “Fai quello che vuoi”. Nel frattempo avevo conosciuto mio marito Lillo che aveva un’officina da gommista (il locale trasformato oggi nella pasticceria ndr). Gli dissi che avrei voluto frequentare dei corsi di pasticceria professionale e lui mi incoraggiò tantissimo per andare a studiare a Palermo».

Chi è rimasto nel convento?«Oggi c’è una sola suora ma non è di Palma, il laboratorio ancora esiste ma non sono palmesi a fare i dolci conventuali».Quindi lei è rimasta l’unica palmese doc erede di questa tradizione…«Sì, la lavorazione dei ricci è stata iscritta nel Registro delle eredità immateriali della Sicilia. Li fanno in molti, ma la ricetta originale ce l’ho solo io».E come si sente ad essere l’ultima depositaria di questo segreto?«In colpa. Prima di aprire qui ci ho pensato bene. So tutto, conosco le ricette e le tecniche delle suore. Mi sarebbe piaciuto prendere in mano il laboratorio del convento, ma una volta morte le mie “maestre” la nuova suora mi ha detto assolutamente di no. Se ci fosse stata suor Maria Rosaria, quella che mi portava la mela di nascosto il pomeriggio, quella che mi faceva mangiare un po’ di più, forse mi avrebbe aiutato. Chissà, avrei dovuto pensarci prima, mi è rimasto questo rammarico».Però lei s’impegna in un’opera di divulgazione…«Sì, giro molto per eventi grazie all’Associazione provinciale cuochi e pasticceri di Agrigento “Salvatore Schifano” e poi con il maestro pasticciere Lillo De Fraia, che ha sempre creduto in me, facciamo conoscere la tradizione dei dolci conventuali di Palma di Montechiaro».

A chi tramanderà le sue ricette segrete?«Non lo so. Ho tre figli, Federica di 16, Giosuè di 13 e Salvatore di 7 anni. Federica vedendo quanto il lavoro m’impegni non ne vuole sapere, pensa di studiare architettura».Questa pasticceria cosa rappresenta per lei?«La mia vita, l’abbiamo aperta da due anni, con grandi sacrifici».Perché non porta il suo nome?«Si chiama Barone, come il mio socio, Salvatore, morto a pochi mesi dall’apertura. Il nome ufficiale è “Pasticceria Barone di Marino Concetta”, lui se lo merita».

 

martedì 22 luglio 2025

L’Àgave – la pianta che aspetta la morte per fiorire


In Sicilia spesso il tempo sembra scorrere a scatti , ci sono piante che non crescono: meditano.
L’Àgave è una di queste. Non chiede acqua, non pretende attenzioni. Si radica dove può, tra le pietre, negli scarti, ai bordi della strada o su costoni dove anche il rosmarino ha timore a nascere. Vive di silenzio e di sole.
Per venti, trent’anni si carica come una molla. Cresce piano, come se ogni giorno fosse il primo. Ma non dimentica. E quando tutto è pronto — all’improvviso — fiorisce.
Non un fiore qualunque. Ma un colpo di teatro: un getto verticale che sembra un albero, alto cinque o sei metri, che si slancia verso il cielo come un grido trattenuto troppo a lungo.

È l’ultimo gesto. Dopo il fiore, la pianta muore. Non cede il passo, si consuma fino all’ultima goccia di linfa. Tutta la sua esistenza è tesa a quell’unico momento. Non sopravvive alla propria fioritura.
In questo, l’àgave non è una pianta. È un destino.
E come ogni creatura con un’anima tragica, il suo nome affonda in un mito.
La leggenda narra di una donna, Agave, figlia di Cadmo e madre del giovane principe Penteo, re di Tebe.
Penteo, razionale e diffidente, aveva proibito il culto di Dioniso — il dio del vino, dell’ebbrezza, della follia creativa — considerandolo un pericolo per l’ordine e la disciplina.
Ma Dioniso non era un dio con cui scherzare non tollerava il rifiuto. Per punirlo, scatena sulle donne di Tebe una follia collettiva: le rende baccanti, invasate, prese da una forza selvaggia. Tra esse, anche Agave la madre di Panteo.
Una notte, Penteo, curioso e spavaldo, si traveste da donna per osservare di nascosto i riti dionisiaci sul monte Citerone. Ma viene scoperto.
In preda al delirio, le baccanti lo scambiano per una belva, lo circondano, lo assalgono. E Agave — sua madre — accecata dalla furia divina, lo afferra, lo smembra con le proprie mani e ne stacca la testa, gridando vittoria, come se avesse ucciso un leone. Solo dopo, tornando in sé, riconoscerà tra le dita il volto del figlio.
Questa è Agave: colei che uccide nella trance del sacro, colei che non sa di farlo finché non è troppo tardi. Il suo nome resta inciso nella memoria dei popoli antichi come simbolo di forza, di accecamento, di visione amara.
E non a caso, alla pianta che vive per morire, che esplode in bellezza prima di scomparire, è stato dato proprio quel nome.
La pianta ha poi generato altri significati, superstizioni, usi.
In Sicilia, si crede che protegga dal malocchio. Spesso la si tiene nei vasi, piccola e spigolosa, sull’uscio delle case, come sentinella silenziosa.
Dalle sue fibre si ricavavano corde così robuste da trattenere persino le navi. In tempi antichi, quando il nylon era ancora un sogno chimico, l’àgave offriva la sua pelle per panieri, sedie e strumenti del lavoro quotidiano.
Ancora oggi è studiata per le sue proprietà medicinali, e i suoi decotti sono usati per lenire e purificare. E, non ultimo, dal suo succo fermentato si ottiene la tequila, liquore degli dei, memoria liquida della sua terra d’origine, il Messico.
L’àgave non è solo una pianta: è un’epopea vegetale.
Una parabola sulla pazienza e sul sacrificio. Un inno alla bellezza che si paga con la vita.
Chi la guarda, quando la vede fiorire, dovrebbe inchinarsi: sta assistendo a un addio.
Il fiore dell’àgave — che non è fiore, ma una cattedrale di linfa e dolore — si alza verso il cielo come una domanda senza risposta, come il gesto ultimo di chi non chiede di essere ricordato, ma solo di essere compreso.
Eppure, in quell’atto finale, c’è anche un segreto più profondo: la morte dell’àgave non è una fine assoluta.
Se si osserva bene, attorno alla pianta madre — esausta, piegata, sconfitta dalla sua stessa bellezza — spuntano piccoli germogli, chiamati polloni. Sono figli silenziosi, copie imperfette, ma vitali. Sono la resurrezione vegetale.
Non è la pianta a rinascere, ma il suo gesto, il suo coraggio, il suo sacrificio che continuano.
Ogni àgave che cresce porta dentro di sé la memoria muta delle sue madri: è un’eredità fatta di attesa e splendore.
In questo, forse, l’àgave ci insegna più di quanto sappiamo cogliere.
Che si può vivere per un unico gesto. Che non tutto ciò che dura è eterno, e non tutto ciò che muore è perduto.
Che a volte, la cosa più sensata da fare è aspettare.
E che il mondo non sempre premia chi parla per primo, ma talvolta chi tace per una vita intera per poi dire una sola, enorme verità.
Nel paesaggio siciliano, così intriso di miti dimenticati e di eroi stanchi, l’àgave è un monumento vivente alla discrezione, alla forza contenuta, alla bellezza che non ha bisogno di spettatori.
È la pianta degli dèi e dei contadini, delle streghe e degli artigiani.
È una creatura che non si può addomesticare, ma solo onorare.
E allora, quando vedrete una di quelle punte aguzze e verdi, ferme tra la polvere e il mare, saprete che lì non cresce solo una pianta:
lì abita un racconto.
Un racconto fatto di attese lunghe come una vita, di fioriture che somigliano a miracoli, e di morti che profumano di eternità.
E allora sì, potete dirlo, con voce bassa ma ferma:
Evviva l’Agave.

martedì 15 luglio 2025

“Health Food 4.0”

 La Fondazione ITS Academy Albatros di Messina in collaborazione con Gambero Rosso Academy e con dell’I.I.S. Ugo Mursia di Carini ha presentato il corso “Health Food 4.0”

  Presso la sede della Gambero Rosso Academy al Molo Trapezoidale di Palermo, è stato presentato il nuovo corso "Health Food" promosso dall’ITS Albatros Academy di Messina. Numerosi i partecipanti all’evento, che hanno potuto conoscere le peculiarità del percorso direttamente dalla voce di esperti e referenti del settore:Vincenzo Vassallo, vicepreside dell’Istituto Superiore "Mursia" di Carini, sede ospitante del corso,Chiara Pulizzotto, referente della Città del Gusto di Palermo, ha sottolineato il valore di un’educazione gastronomica che unisce salute e sapore, Mario Puccio, presidente dell’Associazione Cuochi e Pasticceri di Palermo e docente Gambero Rosso, ha evidenziato l’importanza dei moduli dedicati alle filiere produttive, alle allergie e intolleranze alimentari,Salvatore Gallina, esperto del mercato del lavoro, ha spiegato come queste competenze facilitino l’inserimento occupazionale, Adele Traina, specialista in alimentazione preventiva, ha approfondito il ruolo del cibo nella promozione della salute pubblica.


 

Ha moderato i lavori Francesca Cerami, docente esperta dell’ITS Albatros e presidente dell’Istituto della Dieta Mediterranea.

Il corso "Health Food" rappresenta una proposta formativa innovativa e unica nel panorama regionale: un percorso incentrato sulla cucina salutistica, pensato per rispondere alle esigenze della ristorazione individuale e collettiva, e per valorizzare le nuove frontiere del turismo enogastronomico e dell’olioturismo.

Il percorso prenderà il via a ottobre presso l'Istituto "Mursia" di Carini e si svolgerà in collaborazione con la Gambero Rosso Academy, dove gli studenti parteciperanno a laboratori pratici di cucina e degustazione.

Saranno disponibili 25 posti totalmente gratuiti e 10 borse di studio.

Al termine del percorso sarà rilasciato un diploma di alta specializzazione non professionalizzante, riconosciuto dal Ministero dell'Istruzione, che attesta competenze avanzate in ambito gastronomico-salutistico.

 Per maggiori informazioni e per effettuare la preiscrizione:

 www.itsalbatros.it

La riflessione della Presidente Prof.ssa Antonina Sidoti raggiunta al telefono

“Questo corso rappresenta per noi una sfida e una missione: reinterpretare in chiave salutistica le straordinarie ricette della tradizione siciliana, in particolare quella palermitana. Parliamo di una cucina che nasce povera ma sapiente, capace di esaltare i sapori con ingredienti semplici e genuini. L’ITS Albatros crede profondamente nella formazione di figure nuove, capaci di innovare senza tradire le radici culturali e gastronomiche del territorio. Il corso Health Food è molto più di un’opportunità formativa: è un investimento nella salute, nella cultura e nel futuro.”

domenica 13 luglio 2025

Alla “Tavola del Gattopardo” il prestigioso riconoscimento di “Ambasciatrice dell’Identità Territoriale” del percorso dei Borghi GeniusLoci De.Co. (Denominazione Comunale)

 Festival del Gattopardo -

XX Premio Letterario Internazionale Giuseppe Tomasi di Lampedusa

che si terrà a Santa Margherita di Belìce - Città del Gattopardo dal 16 al 18 luglio e dal 1 al 3 agosto 2025

3 Agosto 2025

Durante la serata una brigata di pasticcerie del territorio, formata da lady chef realizzeranno una mega “cassata siciliana” insieme a mini “trionfi di gola” da far degustare al pubblico. La tavola del Gattopardo è stata insignita del riconoscimento di "Ambasciatrice dell’Identità Territoriale". Un riconoscimento legato al percorso culturale “Borghi Genius Loci De.Co.”, che valorizza i luoghi e le tradizioni di specifici territori.
Il Festival del Gattopardo è interamente organizzato dal Comune di Santa Margherita di Belìce, con la collaborazione scientifica e culturale dell’Istituzione “Giuseppe Tomasi di Lampedusa” coordinata dall’Arch. Margo Margherita Cacioppo. La città è stata luogo di ispirazione dell’opera letteraria italiana più tradotta del ‘900: “Il Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa. Santa Margherita è stata per Tomasi luogo di residenza estiva per gran parte della sua infanzia; nella formazione umana e culturale dell’autore la città è stata una realtà fondante a cui attingerà non solo tutta la sua letteratura ma anche la trasposizione cinematografica di Luchino Visconti, che renderà il romanzo, e quindi i luoghi ad esso legati, famosi in tutto il mondo. La manifestazione oggi è riconosciuta tra i “Grandi Eventi” della Regione Siciliana, inserita nella Rete dei Festival Letterari 2025.

LaTavola del Gattopardo 

 Ambasciatrice dell'Identità Territoriale

 Cerimonia di svelamento della targa e consegna della bandiera della 

Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo 

 condotto da Nino Graziano Luca

parteciperanno:

-Gaspare Viola Sindaco di Santa Margherita Belice  -Debora Ciaccio Assessore al turismo  

-Nino Sutera Coordinatore Rete Nazionale Borghi GeniusLoci DeCo 

-Cavaliere Nicola Fiasconaro Patron Chef Pastry 

-Chef Rosario Seidita Presidente Regionale Federazione Italiana Cuochi 

-Chef Austero Paolo Segretario Generale Ass. Culturale “U.M.A.T - Unione Maestranze Arte a Tavola” 

-Chef Giovanni Chianetta Presidente Ass. Provinciale Cuochi e Pasticceri Agrigento “Salvatore Schifano”

 -Chef Giovanni Montemaggiore Presidente Regionale Discisples D'Auguste Escoffier 

-Lady Chef Concetta Angela Marino propone una performance gastronomica sul Trionfo di gola in chiave classica con la ricetta originale con filo conduttore del Romanzo del Gattopardo 

-Chef Lillo De Fraia Ambasciatore della Pasticceria Siciliana, Cavaliere del lavoro e Custode dell’Identità Territoriale De.Co.


         Si tratta di un riconoscimento che premia la bellezza storica, culturale e paesaggistica del territorio del Comune di Santa Margherita Belice. Il cibo è identità e responsabilità, un nuovo approccio alla sostenibilità e alla valorizzazione dei territori, afferma il Sindaco Gaspare Viola, un riconoscimento importante che si inserisce perfettamente nell’ambito della Sicilia, quale “Regione Europea della Gastronomia 2025”, prima in Italia a ottenere questo vessillo internazionale assegnato dall’International Institute of Gastronomy, Culture, Arts and Tourism (Igcat).
Nella scorsa edizione del Premio dedicato a Tomasi di Lampedusa, si è svolto il Proloquio per la candidatura, propedeutico alla presentazione del dossier di candidatura.
A guidare l’iniziativa istituzionale è l’Assessore al Turismo e alla Promozione Territoriale Deborah Ciaccio, che ha commentato con entusiasmo la notizia: “Siamo contenti e orgogliosi, un risultato da condividere con la città e con i tanti ospiti che vorranno visitare il nostro territorio, nella prossima edizione del Premio Internazionale Giuseppe Tomasi di Lampedusa, si svolgerà l’audizione pubblica dedicata al riconoscimento.”

La commissione della Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci De.Co. presieduta da Nino Sutera ha così motivato il riconoscimento “Il Comune belicino si distingue per la sua ricca eredità storica, la capacità di valorizzare la propria identità attraverso eventi culturali a tradizione identitaria. Tra i suoi punti di forza spicca il celebre Palazzo Filangeri di Cutò, residenza estiva di Tomasi di Lampedusa. Ma non solo: Santa Margherita Belice è anche sinonimo di un immenso giacimento di enogastronomia autentica ed identitaria, mirabilmente descritta nel romanzo “Il Gattopardo”.

  E tra i suoi prodotti identitari spiccano di certo “le siringate”, quei gustosi dolcetti che piacevano tanto alla principessa Filangeri, che a Santa Margherita di Belice era trattata da tutti come una regina.” Al Comune va anche il merito, che se pur nell’ottica dell’alternanza delle amministrazioni, rimangono immutati gli obiettivi da perseguire, fatto questo che raramente si riscontra in altre realtà, conclude Nino Sutera

martedì 8 luglio 2025

A Milanisa, "Custode dell'Identità Territoriale"

 “   Milanisa”   

                  Opera cinematografica di Vincenzo La Cognata e Mirko Grasso          

                             

  “Una piccola storia che racconta una grande emozione” 

Il lavoro nasce e trae linfa dalle più profonde tradizioni culturali e culinarie della terra di Sicilia.   Nel 2023 scrive la sua prima sceneggiatura, coadiuvato da Mirko Grasso, emergente videomaker e artista poliedrico, già suo allievo, e con il quale realizza il cortometraggio “Â Milanisa ”, un viaggio fantastico, a tratti poetico, nelle radici e dentro la storia della cultura popolare siciliana.

Il racconto di un piatto dalle chiare origini licatesi e declinato, dalla forma del tempo, nelle sue svariate e immaginifiche interpretazioni. 

             Per aver saputo coniugare al dramma dell’emigrazione, la difesa delle radici e delle tradizioni enogastronomiche della Sicilia,   è stato insignito del   prestigioso riconoscimento di “Custode dell’Identità Territoriale” della Rete Nazionale Borghi GeniusLoci DeCo 






Durante la serata  il  Regista Pino Pulella ha omaggiato il suo ciak personale a Vincenzo La Cognata


Mentre l'Avv Carlo Mastroeni
   ha invitato l'autore   a portare la mostra al parco Letterario S . Quasimodo di Roccolumera


Una serata destinata a sedimentarsi nella memoria dei presenti, ma anche tra coloro i quali hanno seguito l'evento  sui social. Il talk condotto da Angelo Augusto  ha visto la partecipazione di:

  Francesco Pira  è Professore Associato di Sociologia dei processi culturali e comunicativi e insegna comunicazione e giornalismo  presso l’Università degli Studi di Messina.  E’ stato nominato nel 2025 componente del Comitato Scientifico dell’Intergruppo Parlamentare sul Digitale presieduto dall’on. Naike Gruppioni. Sempre nel 2025 è entrato a far parte di un gruppo per un importante progetto di ricerca sulla Famiglia Digitale del Centro de Investigation Social Applicada dell’Università di Malaga (Spagna). A marzo 2024 è stato nominato Presidente della branch Comunicazione Media e Informazione dii Confassociazioni dove è Presidente anche dell’Osservatorio Nazionale sulle Fake News.  E’ Visiting professor presso l’Università Re Juan Carlos di Madrid in Spagna e Docente Erasmus presso l’Università Marie Curie di Lublino in Polonia e l'Università Statale di Tbilisi in Georgia. Membro del Comitato Accademico del Observatorio Euromediterráneo de Democracia y Espacio Público de la Universidad Rey Juan Carlos (Madrid).

  Serafino Buono  Psicologo e psicoterapeuta, Professore di Psicologia Clinica alla Università Kore di Enna e Direttore dell’UOC di Psicologia dell’IRCCS Oasi di Troina. Autore di numerosi contributi scientifici inerenti i disturbi del neurosviluppo. Fondatore e Direttore della rivista Life Span and Disability. 

  Carlo Mastroeni,avvocato cassazionista del Foro di Messina Cofondatore del Parco Letterario Salvatore Quasimodo di Roccalumera

  Armando Sorce  scrittore e cantautore,studiosio nasce ad Agrigento il 17/09/1957, ma vive e risiede a Licata. Nel 1983 si laurea in Scienze Politiche presso l’Università degli Studi di Palermo. Esperto in “Gestione dei processi di apprendimento”, ha operato e lavorato nel campo della formazione professionale regionale, insegnando materie ad indirizzo giuridico, economico e sociale.

 Studioso ed esperto di cultura e tradizioni popolari siciliane, ha coltivato, fin dalla giovane età, l’amore e la passione per la musica, la scrittura e la poesia. Pubblica, nel 2019, con il gruppo musicale “ Iricanti”, l’album dal titolo “ Strati persi”, del quale è anche autore dei testi e delle musiche. Nel settembre 2022 esce, per i tipi di Algra Editori, con prefazione curata dal sociologo Francesco Pira, il suo primo libro dal titolo “I treni del Sud".

Direttore post produzione del docufilm  Milanisa

  Nino Sutera,   Ideologo e Coordinatore della Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo.     Coordinatore per l'Italia del Parlamento Rurale Europeo,  ha coordinato il Percorso informativo di sviluppo locale “Un Villaggio di idee”    autore di diverse pubblicazioni e relatore a tanti eventi divulgativi, infine  blogger

 Pino Pullella, regista, e scrittore siciliano  unisce impegno civile e identità culturale nelle sue opere. Nel 2011 vince il Taormina Film Festival con il videoclip “Cosa Tinta”, primo in lingua siciliana dopo 57 anni. Nel 2014 è premiato a Torino con “Con gli occhi di Mario”, terzo classificato al Festival “Per corti di vita”. Nel 2019 vince l’International Madrid Film Festival con “Artificio di Coscienza”, cortometraggio sulla violenza di genere, selezionato anche al Tribeca di New York. Scrittore di romanzi e poesie, promuove una cultura di rispetto, memoria e consapevolezza. La sua regia e i suoi scritti fondono sensibilità umana ed identità territoriale.

 

  Vincenzo La Cognata, unanimemente riconosciuto come talentuoso chef di cucina naturale, è il terzo di cinque figli di Domenico e Raffaela, entrambi ristoratori di professione. Due le passioni che La Cognata coltiva sin da piccolo: la cucina e il cinema.


Nato a Licata (AG) nel 1970, muove i primi passi nell’affascinante mondo della gastronomia presso la rinomata Pasticceria “Cafè Italia”, sotto la guida del Maestro Angelo Lauria.

Appassionato, come abbiamo detto, anche di arti cinematografiche era solito, spesso, ancorchè fanciullo, recarsi al cinematografo accompagnato amorevolmente da papà Domenico.

All’età di soli dodici anni, durante una visita agli Studios di Cinecittà di Roma, ha l’opportunità di conoscere il celebre regista Federico Fellini: sarà l’incontro che determinerà la sua sconfinata passione per il cinema e che alimenterà la fiamma di quella fiaccola creativa destinata a diventare parte integrante della sua vita.

 

Dopo aver completato gli studi presso l’Istituto Alberghiero di Favara ed espletato il servizio di leva tra Napoli e Firenze, nel 1990 si trasferisce a Milano, dove lavora nei più prestigiosi hotel e ristoranti, affinando la sua arte culinaria. In quegli anni ha l’onore di cucinare per celebrità della musica e del teatro, tra cui Domenico Modugno, Giorgio Albertazzi, Leo Gullotta, Gloria Gaynor, Massimo Ranieri, Don Lurio, il Maestro Maazel e numerosi artisti internazionali.

Dopo una lunga esperienza all’estero, nel 1997 intraprende la carriera di docente di Ristorazione presso l’Istituto Alberghiero “B. Buontalenti” di Firenze. È qui che si avvicina al mondo letterario e stringe importanti amicizie con intellettuali come il Prof. Edro Mescoli, il Prof. Francesco Di Pace e lo scrittore Gianni Franciolini, coautore de La Grascia, vincitore del premio Italo Calvino.

Nel 2005 fa ritorno a Licata, continuando l’attività didattica nella vicina Gela. Nel 2014 recita nel film Con gli occhi di Mario di Pino Pullella, vincitore del Torino Film Festival nella sezione cortometraggi di vita, suggellando l’unione fra le sue due grandi passioni: cucina e cinema.

Ha collaborato con giornalisti enogastronomici come Pino Stimolo, Angelo Augusto e Gianna Bozzali. A Licata coopera con diversi artisti locali, tra cui il musicista e poeta Armando Sorce, il pittore Alfonso Siracusa e la ballerina e videomaker Alessia Calderaro.

Proprio in seguito alla collaborazione con il pittore Alfonso Siracusa, ha iniziato a dedicarsi alla pittura, realizzando quadri astratti di grande impatto emotivo e forza espressiva. Le sue opere, cariche di energia e movimento, rivelano uno stile personale che si ispira al filone dell’espressionismo astratto, con evidenti richiami alla tecnica di Jackson Pollock.

Nel 2023 scrive la sua prima sceneggiatura,  ed insieme a Mirko Grasso, giovane videomaker e suo ex allievo, realizza il cortometraggio ’ Â Milanisa: un viaggio fantastico e poetico nella cultura popolare siciliana, una storia di emigrazione e riscatto sociale raccontata attraverso la cucina e la poesia, il titolo del film è nome di un  di un piatto identitario licatese.

Dal 2024 collabora con la testata giornalistica QuiLicata in qualità di videomaker e reporter.

I suoi contenuti raccontano in modo diretto e partecipato aspetti del territorio, esperienze artistiche, iniziative culturali e storie di vita quotidiana, contribuendo a valorizzare il tessuto umano e sociale della città.

I video pubblicati hanno ottenuto ampio riscontro tra il pubblico, testimoniando l’interesse per uno sguardo autentico e profondamente radicato nella comunità.

 

  



 


 

lunedì 7 luglio 2025

canna da zucchero Born in Sicily.

 Si lavora alla  strada della canna da zucchero  Born in Sicily.

 La presentazione il prossimo 9 Agosto ad Acquedolci

“D’oro, alla piantagione di canna da zucchero, fiorita, al naturale, terrazzata di verde; alla campagna di argento mareggiata di azzurro. Ornamenti esteriori da comune”

Recita così il Decreto del Presidente della Repubblica datato 15 dicembre 1981, con il quale si ufficializza ma soprattutto si lega in maniera indissolubile la canna da zucchero al comune di Acquedolci in quel di Messina. Probabilmente unico in Europa e forse oltreoceano a rappresentare l’amata saccharum officinarum, anche chiamata cannamedda, cannamiele o più semplicemente canna da zucchero nel proprio stemma civico e ovviamente anche nel gonfalone municipale del piccolo comune in provincia di Messina.




RETE REGIONALE SISTEMA DELLA CONOSCENZA

La canna da zucchero in Sicilia merita di essere riscoperta e valorizzata, non solo per il suo valore storico e culturale, ma anche per le sue potenzialità economiche e ambientali. E la produzione del primo rum made in Sicily, interamente prodotto in terra siciliana, è un segno di come sia possibile essere protagonisti nel mercato dei distillati, offrendo un prodotto di qualità e di origine controllata. Ma andiamo con ordine.  

 La Sicilia è una terra di antiche e nobili tradizioni agricole, che ha saputo conservare e valorizzare i suoi prodotti tipici e le sue eccellenze enogastronomiche. Tra le colture che hanno segnato la storia e la cultura dell’Isola, una delle più affascinanti e dimenticate è quella della canna da zucchero, una pianta tropicale che ha trovato in Sicilia un clima ideale per la sua crescita e trasformazione.

E a proposito di trasformazione, oltre all'”oro bianco” (come veniva definito lo zucchero), risale al 1600, ed esattamente ad Avola (Siracusa) la prima produzione di rum ottenuto dalla fermentazione e distillazione del succo o della melassa di canna da zucchero. La tradizione del rum ad Avola si perse nel tempo, tuttavia, fino a quando, nel 2020, un imprenditore locale, Corrado Bellia, decise di riprendere la coltivazione della canna da zucchero e di realizzare il primo rum 100% siciliano, con il marchio “Avola Rum”. A questo, nei giorni scorsi è stato affiancato anche il primo Rum interamente distillato in Sicilia, a Modica, grazie al sapiente lavoro della distilleria Alma, che lavora al progetto dal 2021. Il rum è prodotto con il metodo “agricolo”, che utilizza solo il succo fresco di canna da zucchero coltivata in Sicilia, senza aggiunta di altri ingredienti. Il succo viene fermentato con lieviti selezionati e distillato in alambicchi discontinui a vapore. Il rum viene poi lasciato maturare in botti di rovere per almeno 12 mesi.



La storia delle origini del rum ha ancora dei lati da far emergere. Di certo, la canna da zucchero in Sicilia fa riecheggiare i segni di un fiorente passato, ancora poco visibile ma tangibile. Un’impronta storica è data dall’inserimento iconografico di quattro culmi di canna da zucchero nel Gonfalone di Acquedolci, un piccolo centro in provincia di Messina, autonomo dal 1969 e che negli anni ’80 ha inserito come simbolo identitario la pianta della canna da zucchero, a memoria della coltivazione e trasformazione in zucchero. Proprio ad Acquedolci esisteva uno dei maggiori Trappeti dell’isola secondo solo a quello di Avola. La testimonianza storica della canna da zucchero in Sicilia è concreta anche a Trappeto 

RETE

sabato 5 luglio 2025

La Vastedda del Belice un formaggio identitario

 C’è una Sicilia che si racconta attraverso i sapori, i colori e i gesti lenti della cucina. Una terra che affida ai suoi prodotti il compito di tramandare storie, evocare paesaggi e riscattare territori. In questa narrazione gastronomica, la Vastedda del Belice DOP emerge come un simbolo. Michele Ciaccio, chef, docente e componente dell’Unione Regionale Cuochi Siciliani, "Custode dell'Identità Territoriale" del percorso Borghi GeniusLoci De.Co. è uno dei suoi più appassionati narratori. “Vorrei raccontare un po’ la storia della Vastedda del Belice DOP”, dice con voce ferma. “È un formaggio identitario del territorio, prodotto principalmente nelle province di Agrigento, Trapani e Palermo. Oggi, però, il suo utilizzo si è esteso a tutta la Sicilia e oltre”.

Le radici storiche di un tesoro agroalimentare

Michele Ciaccio

Ciaccio non è solo un cuoco, ma un artigiano della memoria. Nelle sue parole risuona la consapevolezza storica: “La Vastedda è un formaggio a pasta filata, e lavorare il latte di pecora in questo modo è un’arte. Documenti storici attestano la sua esistenza già nel 1470, quando veniva chiamato ‘formaggio guasto’, o Guastella”. Conoscere le radici di un prodotto, spiega lo chef, è fondamentale per comprendere il suo valore attuale. La Vastedda del Belice DOP, riconosciuta dal Ministero delle Politiche Agricole, è profondamente legata alla tradizione culinaria siciliana e si rivela versatile in ogni portata, dagli antipasti ai dessert.

La cucina d’autore: la Vastedda protagonista

Nelle mani di Ciaccio, la Vastedda si trasforma da alimento contadino a protagonista della cucina d’autore. Tra i suoi piatti iconici c’è l’insalatina di carciofi di Menfi con gambero rosa di Sciacca, scaglie di Vastedda DOP, citronette e rucola: un antipasto fresco e gustoso. Oppure il risotto dedicato alla sagra del fico d’India, arricchito con crema di piselli, misto mare e tocchetti di Vastedda. Ma è nell’arancina gourmet al nero di seppia che l’identità siciliana si fa narrazione creativa. Il cuore di questa arancina custodisce un concentrato di sapori locali, mentre la spirale di fonduta di Vastedda completa il piatto, omaggiando la terra, il mare e la tradizione.

Lo chef non si limita al salato, ma esplora anche il mondo dei dessert. Tra le sue creazioni spicca una panna cotta glassata al fondente su crema di mostarda di Pantelleria. Altrettanto originale è la millefoglie di pesce spada con erbette di campo, verdure scottate, cuore di Vastedda DOP e croccante di pane nero su salsa agli agrumi di Sicilia. Questi accostamenti, pur essendo inediti, restituiscono armonia e freschezza, radicando ogni piatto nella tradizione isolana.

Un paesaggio fatto di sapori

L’area di produzione della Vastedda DOP racconta una Sicilia autentica: entroterra con filari di vite, uliveti, campi di grano e colline dorate, ma anche coste incantevoli come Porto Palo e Sciacca. Un territorio magico, ricco di cultura, tradizioni e sapori. La Vastedda del Belice è la custode di una civiltà che resiste, innova e si racconta. Come ricorda Giuseppe Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo , persino la letteratura celebra l’enogastronomia di questa terra. Ciaccio conclude con convinzione: “Questo formaggio ha un ruolo principe nella cucina siciliana perché è incredibilmente versatile: dall’antipasto al dessert”.

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