venerdì 4 settembre 2026

Quanto suolo consuma il tuo comune?

NinoSutera

 Progetto Civico · Indipendente

Quanto suolo
consuma il tuo comune?

Inserisci un territorio e scopri se il cemento cresce per bisogno reale o per spreco: popolazione, copertura artificiale, confronto con comuni simili e impatto ecosistemico . Ma sopratutto condividi i dati con i tuoi amici, i tuoi conoscenti, con la governance politica, economica e sociale del tuo territorio

link

 

Fonti

ISPRA, SNPA e ISTAT

Dati ufficiali sul consumo di suolo prodotti da ISPRA e SNPA, integrati con dati demografici ISTAT per leggere le trasformazioni rispetto alla popolazione.


Cosa misuriamo

Non solo quanto cemento c'è, ma come cambia il territorio.

SuoloData separa due letture complementari: la copertura artificiale già presente e la variazione netta osservata nel periodo più recente disponibile.

I dossier affiancano questi dati alla popolazione, ai confronti territoriali e alla serie storica, evitando di ridurre il fenomeno a un solo numero.

Rendere leggibili le trasformazioni invisibili.

Spesso il consumo di suolo viene percepito solo come 'nuove case'. L'Osservatorio SuoloData nasce per documentare il consumo di suolo logistico, energetico e infrastrutturale, mettendo in luce i paradossi dei territori che si cementificano mentre perdono residenti.





Anteprima report

Una diagnosi chiara del territorio

ISPRA + ISTAT
Cosa potrai verificare

Se il consumo di suolo cresce insieme alla popolazione oppure se il territorio continua a cementificare nonostante il calo demografico.

Consumo di suoloTrend annuale

Variazione della copertura artificiale nel tempo

PopolazioneAndamento residenti

Confronto tra crescita urbana e dinamica demografica

Efficienza territorialeSuolo per abitante

Quanto cemento pesa su ogni residente

Confronto localeProvincia e regione

Il comune viene confrontato con territori simili

 

mercoledì 2 settembre 2026

Da “sagra paesana” a strumento reale di promozione dell’identità territoriale

 

 
"Il primo elemento della promozione, più della propaganda è costituito dalla scelta della data, se si vuole fare promozione territoriale  si individua una data dove oltre a concittadini che ritornano in paese, ci sono tanti ospiti, tantissimi, per una maggiore visibilità del territorio verso l'esterno. Se mentre si sceglie la propaganda qualsiasi periodo va bene, perche' assolve alla propaganda, che è diversa della promozione, chiaramente." Nei comuni rurali di una volta, la festa principale del paese coincideva con la festa del Santo patrono, solo negli ultimi anni i comuni riescono a intercettare risorse a volte a go-go,  ed ecco che la sagra paesana, spodesta la festa del Santo patrono
                    C’è una scena che conosciamo tutti: piazza illuminata, tavoli e sedie, coppie che passeggiano, le bancarelle della globalizzazione, i prodotti del fast food e lo spettacolo musicale. La sagra, quella tradizionale è festa popolare, momento comunitario e rito collettivo  è un patrimonio vivente,  una leva strategica per la promozione dell’identità territoriale, se i sindaci la guidano dentro un percorso culturale strutturato e riconoscibile e permanente soprattutto.



 

Le sagre sono il modo in cui i paesi si riconoscono, si ritrovano, si misurano con la propria memoria. Ma oggi, in un’Italia che cambia velocemente, queste feste rischiano di diventare semplici format inflazionati della globalizzazione che li rendi  copie di copie, eventi che intrattengono ma non rappresentano, non esprimono l’unicità del luogo.

Le sagre sono nate per celebrare ciò che un territorio produce, custodisce, tramanda. Nel tempo, però, molte si sono appiattite su modelli standardizzati: stand, musica, panini, qualche prodotto locale, un po’ di folklore. Funzionano, certo. Ma non raccontano più davvero il borgo.

Ed è qui che nasce una grande opportunità per i Sindaci: trasformare le sagre in strumenti di promozione identitaria, capaci di generare valore culturale, sociale ed economico. Non più eventi isolati, ma tasselli di un percorso culturale strutturato. 

Un Sindaco che decide di far evolvere la propria sagra compie un gesto politico e culturale: sceglie di dare dignità alla propria identità, di renderla leggibile, riconoscibile, protetta. E soprattutto, sceglie di far sì che la comunità non sia spettatrice, ma protagonista. 

 

Il percorso dei Borghi GeniusLoci DeCo: la cornice che mancava

 

 Non si tratta di cambiare la festa, ma di darle un senso più profondo, una struttura, una narrazione.

Attraverso il percorso:

  • si individua l’elemento identitario che la sagra rappresenta (un prodotto, un rito, un mestiere, una tecnica, una storia);
  • si costruisce una Denominazione Comunale   che lo tutela e lo definisce;
  • si coinvolgono produttori, scuole, associazioni, anziani, artigiani, in un processo partecipativo;
  • si crea una narrazione ufficiale del borgo, che diventa patrimonio condiviso;
  • si dota il Comune di strumenti amministrativi, comunicativi e progettuali spendibili in bandi, avvisi, strategie turistiche;
  • si inserisce la sagra dentro una visione di sviluppo, non più come evento isolato ma come espressione di un’identità riconosciuta.

 

La festa rimane festa. Ma diventa anche un atto di consapevolezza.

Il ruolo dei Sindaci: custodi e registi dell’identità

Un Sindaco che aderisce alla Rete GeniusLoci DeCo non “organizza una sagra”: costruisce un’eredità. Diventa il garante di un processo che:

  • protegge ciò che è unico nel territorio;
  • restituisce dignità alle comunità locali;
  • crea valore economico attraverso la qualità e la riconoscibilità;
  • rafforza il senso di appartenenza;
  • genera progettualità e opportunità di finanziamento.

In un tempo in cui i Comuni sono chiamati a fare molto con poco, l’identità è una delle risorse più potenti e meno costose. È già lì, basta leggerla, ordinarla, narrarla.


 

 La sagra come “atto di governo” della memoria

Le sagre non devono essere nostalgie stereotipate né eventi usa-e-getta: possono diventare atti di governo della memoria, strumenti di sviluppo locale e cartine di tornasole della qualità democratica di una comunità. Il sindaco che avvia questo percorso non sopprime la festa: la rende più forte, più visibile, più utile per i cittadini e per chi verrà dopo.


 

Adottare una visione strategica — con la Denominazione Comunale al centro e un percorso organizzato dalla Rete — significa restituire alle sagre il potere che meritano: quello di raccontare il territorio, di valorizzare il lavoro locale e di trasformare una piazza in una potente piazza culturale.



martedì 25 agosto 2026

valorizzazione e la salvaguardia delle caratteristiche di qualità dei prodotti DOP e IGP

 È stato pubblicato il Decreto Ministeriale 1° luglio 2026, n. 319404, recante “Criteri e modalità per la concessione di contributi concernenti la valorizzazione e la salvaguardia delle caratteristiche di qualità dei prodotti DOP e IGP”.

 

Il DM, c.d. “Istituzionale”, disciplina la concessione di contributi per la realizzazione di iniziative di valorizzazione, sia in ambito nazionale sia internazionale, dei prodotti agricoli e alimentari contraddistinti da DOP e IGP, nonché delle bevande spiritose contraddistinte da indicazioni geografiche, e per la loro salvaguardia attraverso la realizzazione di una serie di attività. Sono ammessi a presentare domanda di contributo i Consorzi di tutela, gli organismi a carattere associativo dei Consorzi di tutela, le associazioni temporanee costituite tra tali soggetti, nonché gli enti e gli organismi senza scopo di lucro che abbiano tra i propri soci Consorzi di tutela riconosciuti dal MASAF e/o associazioni dei Consorzi di tutela riconosciute dal MASAF, il cui statuto preveda esplicitamente, tra le proprie finalità, la valorizzazione delle Indicazioni Geografiche. Le domande di contributo, ai sensi del decreto, devono pervenire, a pena di esclusione, all’Ufficio PQA I, esclusivamente a mezzo PEC, entro e non oltre le ore 23:59 del 23 settembre 2026.

venerdì 21 agosto 2026

la 6ª edizione del Masterchef Margheritese – Saperi e Sapori della Cucina Italiana

 

Questa sera il concorso di cucina dell’Estate Margheritese: show, degustazioni e talk sui prodotti identitari




La comunità di Santa Margherita di Belice si prepara per una delle serate più attese dell’Estate Margheritesi 2026: la 6ª edizione del Masterchef Margheritese – Saperi e Sapori della Cucina Italiana, in programma oggi alle 20.30 nel piazzale del Museo della Memoria. L’evento, promosso dal Comune e dalla Regione Siciliana, riunisce chef, esperti del settore agroalimentare e realtà associative del territorio per una serata dedicata alla cucina e ai prodotti identitari. Il programma prevede accoglienza degli ospiti, saluti istituzionali e presentazione dei team in gara, seguiti dall’insediamento della giuria tecnica e di degustazione. Alle 22.00 prenderà il via il concorso culinario, mentre alle 22.15 è previsto un talk show sui prodotti del territorio. A seguire, la valutazione degli elaborati enogastronomici e, a mezzanotte, la premiazione dei partecipanti. La serata sarà moderata da Onorio Abruzzo e vedrà la presenza del sindaco Gaspare Viola, del coordinatore della Rete Nazionale dei Borghi DeCo  Nino Sutera, dell’assessore Francesco Santoro, dei chef Francesco Bonomo e Giovanni Montemaggiore, oltre a rappresentanti di AVIS, Pro Loco, Visit Belice e del mondo accademico. Un appuntamento che unisce gastronomia, promozione territoriale e partecipazione comunitaria.


SANTA MARGHERITA DI BELÌCE – Nel cuore della Sicilia belicina, dove la memoria narrativa di Giuseppe Tomasi di Lampedusa vive in ogni scorcio, la letteratura e l'enogastronomia continuano a fondersi in un connubio indissolubile. Negli ultimi quattro anni, infatti, il prestigioso Premio Letterario Internazionale dedicato all'autore del Gattopardo ha vissuto una profonda evoluzione strategica: non più soltanto un celebre simposio accademico e d'élite di risonanza mondiale, ma un motore virtuoso di valorizzazione identitaria in cui la cultura della tavola si è affermata come coprotagonista d'eccellenza.

Un percorso innovativo e strutturato, nato dalla visione lungimirante dell’Amministrazione guidata dal Sindaco Gaspare Viola e dall’impegno costante e passionale dell’Assessore alla Cultura e Promozione del Territorio, Deborha Ciaccio. Un'intuizione politica e culturale che ha saputo radicare il patrimonio culinario gattopardiano nel tessuto sociale ed economico locale, culminata nella consacrazione della “Tavola del Gattopardo” ad “Ambasciatrice dell'Identità Territoriale” per la Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo.

In attesa della 6ª edizione del Masterchef Margheritese – Saperi e Sapori della Cucina Italiana,  e nel solco del dibattito che vede la cucina italiana  patrimonio immateriale dell’UNESCO, abbiamo incontrato Nino Sutera, ideologo e animatore della Rete Nazionale Borghi GeniusLoci DeCo  


 

L'Intervista

Dottor Sutera,  la Tavola del Gattopardo è stata insignita del titolo di “Ambasciatrice dell'Identità Territoriale”. Che valore racchiude questa investitura per Santa Margherita di Belìce?

«Non si tratta di una semplice medaglia celebrativa. È un’investitura di responsabilità culturale. Proclamare la Tavola del Gattopardo “Ambasciatrice” significa riconoscere al patrimonio enogastronomico la stessa dignità storica che attribuiamo a un monumento o a un palazzo nobiliare. Attraverso lo strumento della DeCo (Denominazione Comunale), abbiamo fornito alla comunità una vera carta d'identità. Il cibo diventa così il veicolo primario per raccontare il territorio fuori dai propri confini, promuovendo un modello di sviluppo ecologicamente e culturalmente sostenibile.»

Questo percorso si colloca all'interno del dibattito che vede la cucina italiana patrimonio immateriale dell’UNESCO. Qual è il filo rosso che lega la dimensione del borgo a quella globale?

«Il filo rosso è la comunità parlante. L'UNESCO non tutela i piatti pronti, ma i processi sociali, i saperi tramandati e il legame tra l'uomo e il paesaggio. La forza distintiva della cucina italiana nel mondo risiede nella sua straordinaria biodiversità culturale borghigiana. Santa Margherita di Belìce ne è un paradigma limpido: la narrazione letteraria si intreccia con i prodotti della terra, creando un'esperienza identitaria irripetibile. Senza la vitalità dei nostri borghi, ogni candidatura globale perde la sua linfa autentica. Noi difendiamo il diritto del territorio a fare cultura partendo dal proprio piatto.»

In un'epoca di profonda crisi per le aree interne, in che modo il modello GeniusLoci DeCo può trasformare la tradizione culinaria in una leva economica reale?

«Il cibo è oggi il principale catalizzatore del turismo contemporaneo. Il viaggiatore non cerca più il semplice consumo di un luogo, ma desidera "abitarlo" attraverso i suoi sapori. Tuttavia, senza narrazione identitaria, il prodotto tipico resta merce inerte. La DeCo certifica l'origine e l'anima di un prodotto. Quando un giovane   investe sui grani antichi, sui dolci della tradizione identitaria o sul vini e sull'olio locale, compie un atto di presidio culturale del territorio. L'enogastronomia d'identità è la risposta più efficace e concreta contro lo spopolamento dei borghi.»

Per concludere: qual è la visione futura che la Rete dei Borghi GeniusLoci intende consegnare alle prossime generazioni?

«Restituire orgoglio consapevole alle nostre comunità. Vogliamo che i cittadini dei borghi si riscoprano custodi di un patrimonio universale. Citando il romanzo, si dice che "tutto cambia perché nulla cambi". Per noi la lezione è diversa: dobbiamo far evolvere i linguaggi della promozione affinché l'essenza dell'identità rimanga intatta. La Tavola del Gattopardo non è un reperto sotto vetro, ma un cantiere aperto di futuro, bellezza e riscatto per la Sicilia.»

martedì 18 agosto 2026

Dalla ganzega al buon rendere, all'insegna della reciprocità

 Caterina Carla Setti

“Noi siamo il ponte tra il tempo che fu e il tempo che sarà. Custodiamo il fuoco, non le ceneri.”      nsutera

Verso una prassi nazionale per la tutela dell'identità nelle comunità rurali.

Entra in fase pienamente operativa il riconoscimento formale per due pilastri della
cultura contadina locale: la celebre “ganzega” — la consuetudine di celebrare la fine dei
lavori con un momento conviviale — e il lavoro solidale tra agricoltori. 
Si lavora per estendere questa pratica a carattere nazionale
E' nella tua zona come si dice?

Intervista a Nino Sutera, ideologo e coordinatore della

 Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo

 


 


Nino Sutera, l'esperienza della Ganzega riconosciuta dalla Camera di Commercio di Trento sembra andare oltre la dimensione locale. Perché ritiene che possa diventare una proposta nazionale?

Intanto complimenti a quanti si sono adoperati per il recupero di un valore storico delle comunità rurali, dietro la parola Ganzega non c'è semplicemente un'usanza agricola trentina. C'è un principio molto più ampio: quello del buon rendere, della reciprocità, dell'aiuto tra persone che condividono un territorio e che, nei momenti di bisogno o di maggiore intensità del lavoro, decidono di sostenersi senza trasformare necessariamente quel gesto in una prestazione economica.

La Camera di Commercio di Trento ha avuto il merito di compiere un'operazione importante: non ha inventato una nuova pratica, ma ha riconosciuto e documentato una consuetudine storicamente radicata. È proprio questo, a mio avviso, il punto di partenza di una riflessione nazionale.

La domanda non dovrebbe essere soltanto: come si chiama la Ganzega? La domanda vera è: quante forme di aiuto reciproco, con nomi differenti, esistono nelle campagne italiane?

In Piemonte, in Veneto, in Emilia-Romagna, in Toscana, nelle Marche, nel Mezzogiorno e in Sicilia esistono pratiche analoghe, che rischiano di scomparire, perchè quasi in disuso. Cambiano i nomi, i rituali, i contesti, ma il principio resta molto simile: oggi do una mano a te, domani tu la darai a me. È il buon rendere che diventa infrastruttura sociale della comunità.



Quindi la Ganzega non sarebbe soltanto una tradizione agricola, ma una forma di capitale sociale?

Esattamente. E questa è la ragione per cui considero l'esperienza trentina particolarmente interessante.

Una comunità rurale non si regge soltanto sulle infrastrutture materiali. Si regge anche sulla fiducia, sulla reciprocità, sulla solidarietà e sulla capacità delle persone di mobilitarsi insieme.

Quando familiari, amici e vicini aiutano durante la vendemmia, la raccolta o un momento di particolare necessità, non stanno semplicemente mettendo a disposizione qualche ora di lavoro. Stanno rinnovando un patto comunitario.

E ancora più significativo è il cosiddetto aiuto di soccorso, cioè quella forma di solidarietà che si manifesta quando un agricoltore si ammala, subisce un infortunio o attraversa una situazione di emergenza.

In quel momento la comunità dice, concretamente: non sei solo.

Credo che questa frase racchiuda tutta la forza culturale della Ganzega.


A livello nazionale, come si potrebbe trasformare questa esperienza in una prassi condivisa?

Io partirei da un principio molto semplice: non creare una nuova norma nazionale che imponga una tradizione, ma costruire un metodo nazionale per riconoscere le tradizioni già esistenti.

Il modello trentino dimostra che un'istituzione può ascoltare il territorio, raccogliere testimonianze, fotografie, documenti, memorie orali, verificare la storicità di una pratica e inserirla, quando ne ricorrono i presupposti, nella Raccolta degli usi.

Questa metodologia potrebbe essere diffusa su scala nazionale attraverso una collaborazione tra Unioncamere, Camere di Commercio, istituzioni agricole, ANCI, Regioni, organizzazioni professionali, mondo accademico e rappresentanze delle comunità rurali.

L'obiettivo non sarebbe creare "la Ganzega italiana", perché sarebbe un errore uniformare ciò che per sua natura è diverso.

L'obiettivo sarebbe riconoscere le tante Ganzeghe d'Italia.


Lei insiste molto sulla parola “buon rendere”. Perché?

Perché buon rendere contiene una filosofia.

La Ganzega appartiene a una cultura della reciprocità nella quale l'aiuto non viene misurato immediatamente in denaro. Il valore sta nel rapporto che si crea.

Il termine può cambiare da borgo a borgo. Può chiamarsi Ganzega, regalia, aiuto, soccorso, scambio di manodopera o assumere denominazioni dialettali che conosciamo soltanto localmente.

Ma la sostanza è la stessa.

Il patrimonio non è soltanto ciò che produciamo, ma anche il modo in cui una comunità ha imparato a produrre, a vivere e ad aiutarsi.

Ecco perché il buon rendere può diventare una categoria culturale utile per leggere molte delle nostre campagne.


Dove si colloca, in questa prospettiva, la Rete Nazionale dei Borghi GeniusLoci DeCo?

Si colloca esattamente nel punto d'incontro tra identità e comunità.

La mission dei Borghi GeniusLoci DeCo parte dalla consapevolezza che un territorio non può essere raccontato soltanto attraverso il prodotto finale.

Dietro un formaggio, un vino, un pane, un dolce, una coltura o una lavorazione tradizionale esiste una comunità.

Esistono conoscenze.

Esistono persone.

Esistono rituali.

Esistono relazioni.

Esiste una memoria collettiva.

Il Genius Loci, quindi, non è soltanto il paesaggio. È lo spirito del luogo che vive nelle relazioni tra le persone e nelle pratiche attraverso cui quelle persone hanno costruito la propria identità.

La Ganzega è un perfetto esempio di tutto questo.


Possiamo dunque considerare la Ganzega un bene del Genius Loci?

Assolutamente sì.

La considero una forma di patrimonio immateriale comunitario.

Ed è proprio qui che la filosofia dei Borghi GeniusLoci DeCo può offrire un contributo originale: allargare il concetto di valorizzazione territoriale.

Siamo abituati a parlare di prodotti tipici, prodotti tradizionali e prodotti identitari. Ma spesso dimentichiamo che quei prodotti nascono da un ecosistema umano.

Se vogliamo proteggere davvero l'identità di un territorio, dobbiamo proteggere anche le pratiche che hanno reso possibile quell'identità.

Per questo dobbiamo passare dalla valorizzazione del prodotto alla valorizzazione della comunità che lo produce.

È un cambiamento culturale importante.


Questo significa che anche le DeCo potrebbero assumere una dimensione più ampia?

Sì, ma con una precisazione.

La DeCo, correttamente intesa, non deve diventare un'etichetta commerciale e neppure uno strumento improprio di certificazione.

È, prima di tutto, un atto politico-amministrativo attraverso il quale una comunità riconosce un elemento della propria identità.

Quindi la riflessione può ampliarsi: non solo il prodotto (rigorosamente autoctono)  ma anche il sapere, la pratica, il rito, la consuetudine, la tecnica, la festa, la forma di solidarietà che caratterizzano un territorio.

In questa prospettiva la Banca del GeniusLoci DeCo potrebbe svolgere un ruolo importante.

  Un' archivio vivo della comunità: raccogliere storie, testimonianze, fotografie, documenti, denominazioni locali, conoscenze e pratiche che rischiano di scomparire.

La Ganzega, o qualunque sia il nome che assume in un determinato borgo, potrebbe essere documentata come parte del patrimonio identitario della comunità.


Ma come si evita che un riconoscimento di questo tipo venga interpretato come una scorciatoia per aggirare la normativa sul lavoro?

Questo è un punto decisivo.

Il riconoscimento di una consuetudine non può e non deve significare una deroga generalizzata alla legislazione sul lavoro, alla sicurezza o agli obblighi assicurativi.

Bisogna distinguere nettamente l'aiuto spontaneo, gratuito, occasionale e storicamente radicato dal rapporto di lavoro continuativo.

Questa distinzione deve essere il cuore della proposta nazionale.

Non si tratta di dire: "in agricoltura tutto è permesso".

Si tratta di dire: esiste una realtà sociale storica che deve essere riconosciuta nella sua specificità, senza confonderla con il lavoro subordinato o con forme di lavoro irregolare.

È proprio la chiarezza del perimetro a rendere credibile la proposta.


In questo senso, che cosa può insegnare l'esperienza del Trentino?

Ci insegna soprattutto il metodo.

Prima di riconoscere una consuetudine, bisogna dimostrarne la storicità.

Occorre raccogliere testimonianze.

Occorre confrontare documenti.

Occorre ascoltare associazioni, organizzazioni professionali, amministrazioni e comunità.

Occorre ricostruire la pratica nel tempo.

Il fatto che il percorso trentino abbia richiesto un lavoro articolato di ricerca e documentazione è un elemento importante. Significa che l'identità non si certifica con un'autodichiarazione: si ricostruisce attraverso le fonti e la memoria del territorio.

Questo è esattamente lo stesso approccio che la Rete Borghi GeniusLoci DeCo propone quando parla di storicità, tracciabilità e trasparenza.



Quale potrebbe essere, concretamente, il primo passo nazionale?

Io partirei dalla costruzione di una Carta nazionale delle consuetudini agricole e della reciprocità rurale.

Una Carta non legislativa, almeno in una prima fase, ma metodologica e culturale.

Dovrebbe stabilire alcuni principi condivisi: storicità, territorialità, gratuità, occasionalità, interesse collettivo, documentabilità, distinzione dal lavoro continuativo e pieno rispetto delle norme di sicurezza.

Poi si potrebbe avviare un censimento nazionale.

Chiedere a ogni territorio: quali sono le vostre forme tradizionali di aiuto? Come si chiamano? Quando si praticano? Chi vi partecipa? Da quanto tempo esistono? Quali testimonianze abbiamo?

Potremmo scoprire un patrimonio straordinario.


Sarebbe una sorta di atlante nazionale?

Esattamente.

Un Atlante delle consuetudini rurali d'Italia.

E sarebbe un'opera molto più importante di quanto possa sembrare.

Perché oggi rischiamo di perdere non soltanto alcune varietà agricole o alcune ricette, ma anche i comportamenti sociali che hanno permesso a quelle culture rurali di sopravvivere.

L'ultima persona che conosce una parola dialettale o un'usanza può essere l'ultimo archivio vivente di un territorio.

Quando quella persona scompare, senza documentazione scompare anche una parte del Genius Loci.

Per questo la raccolta delle memorie deve diventare una politica pubblica di comunità.


Qual è, allora, la visione dei Borghi GeniusLoci DeCo su questo tema?

La nostra visione è molto semplice: trasformare l'identità territoriale da memoria del passato a valore collettivo del presente e del futuro.

Il territorio deve tornare a essere protagonista.

Non solo come luogo geografico, ma come comunità di senso.

Per questo insistiamo su una sequenza che considero fondamentale: Territorio, Tradizioni, Tipicità, Tracciabilità, Trasparenza.

A questa sequenza oggi aggiungerei una sesta parola: Reciprocità.

Perché senza reciprocità molte comunità rurali non avrebbero avuto la forza di attraversare i secoli.


Possiamo quindi dire che dalla Ganzega nasce una proposta che riguarda il futuro dei borghi?

Sì. E forse questo è l'aspetto più interessante.

La Ganzega non deve diventare un ricordo folkloristico.

Può diventare una chiave di lettura del futuro.

In una fase storica nella quale molte aree rurali devono confrontarsi con spopolamento, invecchiamento, difficoltà nel reperimento della manodopera e progressiva perdita dei saperi tradizionali, recuperare la cultura della reciprocità significa rafforzare la resilienza delle comunità.

Non possiamo chiedere ai giovani di restare nei borghi soltanto dicendo loro che lì ci sono monumenti e paesaggi bellissimi.

Dobbiamo restituire loro una comunità viva, capace di produrre, cooperare, accogliere e riconoscere il proprio patrimonio.


 

Dal Trentino può partire un messaggio per tutta l'Italia: non tutto ciò che non è scritto in un contratto è privo di valore sociale; esistono patrimoni comunitari che meritano di essere conosciuti, verificati, riconosciuti e trasmessi.

Le Ganzeghe d'Italia possono diventare così parte di un grande racconto nazionale.

Un racconto fatto di lavoro, memoria, solidarietà e identità.

Un racconto che, in fondo, dice una cosa antica e straordinariamente moderna:

oggi io aiuto te, domani tu aiuti me. Questo è il buon rendere. Questo è il Genius Loci di una comunità viva.




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