venerdì 15 luglio 2022

Calamonaci: tra musica, canti e Genius Loci


                      I Canti della mietitura, testimonianze autentiche e preziose dell’identità di una comunità, esempio vivente di un dialogo mai sopito tra storia e natura.

  In programma il prossimo fine settimana la 2°edizione Sagra del Pane e dei Grani antichi a Calamonaci. La manifestazione –– intende valorizzare le antiche tradizioni tipiche del territorio   Durante i quattro giorni si alterneranno workshop, momenti musicali, seminari, laboratori, spettacoli 

                           Domenica 17 Luglio alle ore 18.30 presso l'Antico Olificio Sarullo, l’evento inedito “Cantare il lavoro dei campi. Converszioni e testimonianze sul filo della memoria”.

            Moderati da Vania Sarullo D’Amico, interverranno dopo i saluti del Sindaco di Calamonici,  Vincenzo Vacante, Giuseppe Veneziano, Mimmo Marino, Nino Sutera, concluderà i lavori Toni Scilla Assessore Regionale all’Agricoltura.   

              Almeno fino a quarant’anni fa, in Sicilia, il periodo della mietitura e della trebbiatura ha rappresentato una scadenza lavorativa di primaria importanza. Momento di forte socializzazione, occasione per riaffermare vincoli di solidarietà e di valori di vita comuni, questi frangenti, sebbene carichi di fatica, erano l’occasione per chi vi partecipava attivamente, di vivere modalità rituali, agire gesti  ed espressioni vocali, pieni di significato.

   La mia relazione verterà, afferma Vincenzo Vacante,   in parte, sull’ascolto ed il commento dei canti legati a queste attività lavorative, i cosiddetti canti di paglia. Seguendo ciò che ci insegna la ricerca musicologico-storiografica, si farà quindi attenzione nel rivalutare, assieme al testo musicale, tutto ciò che possa riguardare il suo contenuto storico di appartenenza e la sua ricezione,  

 Vincenzo Vacante insegna Educazione musicale presso la scuola paritaria Steiner-Waldorf,  Maria Garagnani di Bologna. Dopo gli studi classici, condotti a Ravenna, ha conseguito la Laurea in Lettere e Filosofia presso l’Università Di Bologna, con una tesi in Etnomusicologia.  

L’intervento del tenore  Giuseppe Veneziano  è introdotto dalla presentazione della figura di Alberto Favara (1863-1923) etnomusicologo e compositore siciliano che comprese l’importanza dello studio della musica popolare ed ad essa dedicò molti anni di ricerche sul campo, portando all’attenzione di studiosi e letterati il mondo della canzone popolare siciliana.

Il Favara raccolse un migliaio di canti popolari scrivendo la linea melodica, le parole, il ritmo, annotando altresì paese, nome, età e mestiere del cantore concludendo con delle note tecniche di straordinaria importanza.

Tra i libri pubblicati che contengono i risultati della sua ricerca i “Canti della terra e del mare di Sicilia” (tre volumi) e l’opera omnia con il titolo di “Corpus di musiche popolari siciliane” pubblicata postuma dal genero Ottavio Tiby nel 1957.

Seguirà l’esecuzione di alcuni brani tratti dal CD “Alberto Favara-Canti della terra e del mare di Sicilia”  che il Maestro Veneziano ha  inciso insieme ad altri musicisti nel 1996

Giuseppe Veneziano nato a Ribera si trasferisce a Milano per gli studi universitari di medicina. Si diploma poi in Canto al Conservatorio G.Verdi, da oltre trent'anni nel Coro del Teatro alla Scala di Milano

 A seguire l'intervento di  Pasquale Mimmo Marino, botanico e ricercatore in biodiversità agraria ci parlerà di grani antichi e biodiversità  

Degli obiettivi del percorso  Borghi GeniusLoci De.Co ne relazionerà Nino Sutera, fondatore per l’Italia dei European Rural Parliament  e ideologo del percorso Borghi Genius  Loci De.Co.

L’obiettivo  è recuperare l’identità di un luogo, attraverso anche le valorizzazione dell’identità territoriale e delle tradizioni storiche e culturali  al fine di ottimizzarne la competitività. 

È un percorso innovativo attraverso il quale si intende incrementare il turismo enogastronomico puntando sulla spiccata identità delle pietanze ereditate dalle antiche tradizioni locali, in grado di esprimere l’essenza più autentica e di “raccontare” la storia di un territorio finalizzato a rafforzare l’identità del territorio attraverso l’esaltazione delle rispettive peculiarità gastronomiche, sulla base dell’assunto che una pietanza non serve solo a soddisfare l’appetito ed a fornire all’organismo apporti calorici e nutrizionali, ma riesce anche a “raccontare” la cultura, i valori e le tradizioni dell’ambiente in cui la si cucina e, prima di tutto, la si “pensa”.

«E’ proprio a tavola che si esprime quel “Genius loci” che dà il nome all’iniziativa, e che preferiamo al corrispondente termine francese “terroir”: il menù non è solo una sequenza di ghiottonerie atte ad appagare i piaceri del palato, ma va anche e soprattutto inteso come narrazione di un “frammento di civiltà”. 

«Illuminante, al riguardo, la definizione che il compianto Luigi Veronelli ha dato del “genius loci”: per il grande enologo, gastronomo e scrittore lombardo, esso è da intendere come “l’intimo ed imprescindibile legame fra uomo, ambiente, clima e cultura produttiva”. Pertanto  il Genius Loci si visita nel territorio e si assapora nel piatto».

                    L’intervento si concluderà con la consegna ad Enzo Vacante e Giovanni Moroni del riconoscimento  di "Custode dell'identità territoriale" del percorso dei Borghi GeniusLoci  De.Co.
 

giovedì 14 luglio 2022

AGALÌA


Innovazione e tradizione

in un inedito distillato d'Agave e botaniche di Sicilia

 

 


Il viaggio iniziato oltre dieci anni fa, un percorso destinato ad evolversi grazie alla guida appassionata di Federico Vincenzi, Michele Di Carlo, Davide Fregonese e Augusto Prusso, anime e corpo del progetto, quattro amici legati dalla passione per l'originalità e l'esclusività in ogni ambito.

Per la grande ricerca che ha definito il percorso di lavoro, Agalìa è una società riconosciuta come "impresa start-up innovativa".

Inoltre l’Azienda sta partecipando  al Gruppo Tematico Agave istituito   dall’Assessorato Agricoltura,  all’interno della Rete Regionale Sistema della Conoscenza e dell’Innovazione in Agricoltura    per favorire lo scambio di esperienze e conoscenze, in un settore dalle grande potenzialità.

Agalìa è un distillato che parla di Sicilia in ogni suo dettaglio a partire dal brand, dalla sonorità tipicamente "sicula", un nome che nasce dall'unione tra "agave" e "Rosalia" (Santa Rosalia è Patrona di Palermo e Protettrice della Sicilia).

Agalìa è un prodotto che rappresenta l'eccellenza italiana e che nasce dalla volontà di valorizzare, con un approccio anticonvenzionale, la cultura, i profumi e la tradizione delle meravigliose terre di Sicilia.

L'idea era quella di dare vita ad un prodotto originale, totalmente inedito. Dopo attenti studi, prove e ricerche, è stato scelto come ingrediente principale l'agave, detta localmente zammara o zabbara, una pianta capace di conferire una forte impronta distintiva al gusto e che, in Agalìa, si arricchisce di note aromatiche grazie alle botaniche di Sicilia come il limone verdello e le pale di fico d'India.

Il distillato d'agave Agalìa evoca - a tutto tondo - piacevoli suggestioni. Da gustare liscio o miscelato, Agalìa presenta un colore giallo/verdolino trasparente, toni che ammaliano nella loro purezza. Il profumo ricorda la frutta candita, la freschezza degli agrumi, l'imponenza dell'ulivo oltre ad altre botaniche di Sicilia.

Senza zuccheri aggiunti, la nota alcolica (43,3 gradi) di Agalìa non è troppo presente, la morbidezza del sapore prevale lasciando a lungo una gradevole percezione che avvolge.

La bottiglia con la piastrella di Caltagirone

Prodotto esclusivamente in Sicilia, il "distillato" è custodito in una bottiglia atipica che ne rimarca la personalità unica. Vetro trasparente dai profili decisi, base quadrata e lati leggermente svasati verso il collo della bottiglia stessa.

Ogni bottiglia da 0,50 litri, è decorata con il logo Agalìa serigrafato ed una piastrella di ceramica di Caltagirone numerata ed applicata a mano su ogni singolo contenitore.

Su ogni piastrella compare - in blu - il profilo stilizzato della Sicilia avvolto da una raggiera di petali gialli e blu ispirati dalle foglie d'agave e dipinti nei colori del sole e del mare tipici di queste terre. Sul retro di ogni piastrella si trova scritto a mano il numero progressivo di ogni singola bottiglia. Questo spazio, inoltre, consente anche interventi di personalizzazione.


Scheda tecnica Agalìa

Distillato di agave e botaniche siciliane

Distillato artigianale di agave sisalana ed altre botaniche siciliane (agrumi, piante e foglie)

Gradazione Alcolica 43,3°

Colore: limpido e trasparente con un leggero accenno al giallo paglierino

Profumo: intenso, avvolgente, armonico, non invadente, all’inizio prevale l’agave che evolve poi in note agrumate delicate e fresche, per chiudere poi con note vegetali

Gusto: pieno, morbido e vellutato, si avvertono prima le note caratteristiche dell’agave poi arrivano le note agrumate ed erbacee, lascia la bocca pulita e soddisfatta, pronta ad accogliere un nuovo sorso

Un distillato di grande carattere e personalità che richiama il territorio a cui si è ispirato, da cui proviene e di cui evoca il grande e sensuale fascino.

Ideale per essere degustato liscio a 12/14° C di temperatura, è anche il perfetto protagonista per la creazione di intriganti cocktail e dissetanti long drink.

domenica 3 luglio 2022

Oleificio Sarullo, la tradizione dell'eccellenza

 

“DAL TORCHIO AL PROTOREATTORE”

 La più moderna tecnologia di estrazione dell’olio di oliva si coniuga con la tradizione della famiglia Sarullo per garantire un prodotto qualitativamente eccellente.

“Il Mediterraneo si estende dal primo olivo che si raggiunge arrivando dal nord ai primi palmeti che si levano in prossimità del deserto e si può parlare di una civiltà dell’olivo nel mare degli uliveti”

In questa frase dello storico francese Fernand Braudel l’olivo può essere considerato l’albero simbolico, per eccellenza, della civiltà e del paesaggio mediterraneo umanizzato.

Esso rappresenta la storia della famiglia e il paesaggio ereditato dai nostri avi: un dono che si trasmette di generazione in generazione.



Ed è la quarta generazione di una famiglia di olivicoltori e frantoiani che oggi si prende cura dell’azienda Sarullo, fondata dal nonno Giuseppe nei primi del ‘900 a Calamonaci (AG) con l’inaugurazione del primo “trappitu” a torchio.

L’azienda oggi è situata in una suggestiva zona collinare, da sempre vocata all’attività olivicola, a circa 300 metri sul livello del mare, costellata da ulivi secolari e giovani che vantano tra le altre, una cospicua presenza della cultivar autoctona Biancolilla. Prevalentemente da questa varietà si ottiene “l’olio Sarullo”, un olio EVO dal fruttato leggero molto apprezzato per la sua delicatezza; per queste caratteristiche ha ricevuto premi e riconoscimenti in concorsi e su guide di settore entrando nei circuiti della ristorazione  e della distribuzione in  Italia e all’estero.

Tutta la famiglia Sarullo è coinvolta nell’affascinante seppur faticosa avventura della gestione aziendale, ognuno in maniera diversa; una squadra di persone differenti per competenze ed esperienze ma tutte unite dallo stesso obiettivo: consolidare la cultura dell’extravergine e soddisfare al meglio tutti i clienti, realizzando un olio che combini tradizione familiare e know how con le più avanzate tecnologie del settore dell’elaiotecnica.

L’azienda cura tutte le fasi dell’intera filiera olivicolo-olearia: coltivazione, trasformazione, stoccaggio, imbottigliamento e commercializzazione del prodotto, dedicando particolare attenzione alla promozione dell’olio EVO nonché alla diffusione di progetti di educazione alimentare nelle scuole e all’organizzazione di laboratori di assaggio nei locali dell’antico frantoio di famiglia, trasformato in sala di degustazione.

Questo locale ospita anche eventi culturali, concerti, mostre d’arte, conferenze, poiché secondo i Sarullo per promuovere un prodotto agroalimentare occorre promuovere e raccontare anche l’identità culturale del territorio da cui esso proviene. Oltre alla visita in azienda, soprattutto durante nel periodo di produzione, si organizzano visite negli uliveti e nei siti archeologici e naturali della provincia.

Per quanto riguarda la produzione olearia, da sempre la famigia Sarullo  ha seguito le novità proposte dalle aziende del settore elaiotecnico. Oggi dispone di due moderni frantoi per l’estrazione a freddo, dedicati alla molitura delle olive delle proprie tenute coltivate secondo i disciplinari di agricoltura biologica e in assoluto rispetto dell’ambiente  e per conto terzi.

Oltre al rispetto della biodiversità l’azienda Sarullo è sensibile all’ecosostenibilità ed è sempre desiderosa di offrire ai propri clienti un olio di qualità superiore.

Dispone infatti di due “Decanter Multi Fase 8 Leopard Pieralisi”, impianti dotati del sistema di estrazione “a due fasi” senza aggiunta di acqua, che consentono non solo un notevole risparmio idrico ed energetico ma soprattutto contribuiscono alla salvaguardia dell’ambiente in quanto non producono acque di vegetazione.

Ai “Decanter” si affiancano due “protoreattori” targati Pieralisi. Il protoreattore è quella rivoluzionaria macchina per la gramolatura della pasta delle olive che permette di ottenere più qualità in minor tempo garantendo un maggior contenuto di polifenoli.

Ecco il segreto per ottenere un olio di altissima qualità, più ricco di polifenoli e più stabile nel tempo.

La qualità di un olio extravergine non dipende infatti soltanto dalla cura dell’olivicoltore nel campo ma anche e soprattutto dalla competenza del frantoiano e dalla qualità del frantoio. Un frantoiano deve infatti: saper utilizzare al meglio le potenzialità di un frantoio fornito di macchinari all’avanguardia, ed essere capace di valorizzare e mantenere le caratteristiche di una materia prima di qualità, conservando gli aromi e le proprietà organolettiche delle olive per raggiungere l’eccellenza nella bottiglia.

L’azienda si impegna ioltre a promuovere la cultura della qualità e la valorizzazione dei prodotti di eccellenza. Convinti che per valorizzare un prodotto agroalimentare occorra promuovere e raccontare l’identità del territorio da cui esso proviene, si sforza di comunicare e diffondere insieme alla conoscenza dell’olio EVO anche le tradizioni legate alla coltura/cultura olivicolo-olearia siciliana nonchè il patrimonio artistico e gastronomico caratterizzante le zone di produzione.

 

https://oliosarullo.it/

Feudo Disisa: l’identità dei vini

 

Feudo Disisa, grandi riconoscimenti dalla critica internazionale 

per l’identità dei vini

Alessia Maranzano

                           Feudo Disisa, l’azienda vitivinicola guidata dalla famiglia Di Lorenzo, ha ricevuto importanti riconoscimenti e medaglie nei concorsi internazionali. Spiccano il Decanter World Wine Awards con le medaglie d'oro e d'argento attribuite rispettivamente al Granmassenti e al Lu Bancu. Premiate le varietà internazionali al Concours Mondial de Bruxelles, Sessione Vini Rossi e Bianchi. Mario Di Lorenzo: "Premiato il nostro impegno nella produzione di vini identitari della nostra terra e con sempre maggiore qualità".

Il 2022 si conferma un anno importante per i vini prodotti da Feudo Disisa, l’azienda vitivinicola guidata dalla famiglia Di Lorenzo, che ricade nella DOC Monreale. I riconoscimenti assegnati da prestigiose guide e concorsi internazionali confermano, ancora una volta, il valore enologico dei vini dell'azienda siciliana. Un forte segnale di crescita per Feudo Disisa che unisce la ricerca della massima qualità in bottiglia all'identità della Doc di Monreale, tra le denominazioni più estese di tutto il territorio siciliano.

I riconoscimenti più importanti arrivano arrivati dal Decanter World Wine Awards, il più grande e influente concorso enologico vinicolo al mondo. 96 punti e medaglia d’oro per il Granmassenti Perricone Doc Monreale 2018, che si piazza sul gradino più alto del podio. Un risultato più che eloquente per un vino identitario, proveniente da uno dei vitigni storici della tradizione siciliana. Un rosso strutturato e di buona persistenza, dotato di una perfetta corrispondenza gusto-olfattiva. 

Medaglia d’argento per Lu Bancu Catarratto Doc Monreale 2020, un grande bianco di Sicilia che ha permesso all'azienda guidata da Mario Di Lorenzo di raccogliere l'eredità di un importante territorio del vino e accendere i riflettori su produzioni che oggi trovano spazio su palcoscenici internazionali. Un vino posto all'apice della piramide qualitativa di Feudo Disisa, caratterizzato da un patrimonio gusto-olfattivo di prim'ordine, con un respiro espressivo lungo e una corposità che si coniuga con una finezza olfattiva che esprime a pieno il valore enologico di un terroir come quello della DOC Monreale.

I due importanti riconoscimenti si aggiungono alle due medaglie d'argento ottenute al Concours Mondial de Bruxelles, Sessione vini Rossi e Bianchi, per due dei Cru ottenuti da varietà internazionali: Chardonnay Doc Sicilia 2020 e Tornamira IGP Terre Siciliane2018. I due vini, rispettivamente ottenuti da Chardonnay e Syrah, consolidano la scelta di Feudo Disisa di affiancare a vitigni autoctoni anche varietà internazionali. Il primo, nato dal più antico vigneto di Chardonnay in Sicilia, esprime un bouquet fine ed elegante, caratterizzato da una forte ricchezza minerale e calore gustativo; il secondo è un taglio bordolese, a prevalenza Syrah, che prende il nome da uno dei vigneti situati intorno allo storico feudo di proprietà della famiglia Di Lorenzo, le cui intense sensazioni trasmettono tutto il fascino e la magia della terra siciliana. 

"Siamo davvero orgogliosi per i riconoscimenti appena ottenuti - sottolinea Mario Di Lorenzo, alla guida di Feudo Disisa, insieme al padre Renato -. L'attenzione ed il costante impegno profuso dall'azienda sia in vigna che in cantina rappresentano la chiave del nostro successo. Le medaglie d'oro e d'argento di Decanter, in particolare, con l'attribuzione di punteggi oltre i 90 punti a due vini Doc Monreale, sostengono il lavoro di recupero e promozione delle varietà storiche siciliane. 
Le medaglie del Concours Mondial de Bruxelles, che riguardano vini provenienti da vitigni internazionali - conclude Mario Di Lorenzo – confermano, invece, l'alta vocazionalità vitivinicola del nostro territorio e la grande passione e dedizione della nostra famiglia nel raggiunge l'eccellenza in bottiglia".





Vinificata in purezza nel 1988 e affinata sotto il sole di Palermo, ha come filosofia di vita “Il bicchiere è sempre mezzo pieno”. La comunicazione e il marketing sono il suo lavoro, il vino la sua passione più grande. Dopo essersi laureata in Comunicazione d’impresa, ha conseguito il Master di II livello in ‘Manager delle aziende del settore vitivinicolo’ presso UniPa e un Master specialistico in ‘Hospitality & wine experience’. E’ anche sommelier presso l’Associazione Italiana Sommelier e ha ottenuto la certificazione WSET Level 2 Award in Wines. Infine, è socio delll’Associazione Giovani Imprenditori Vinicoli di Unione Italiana Vini.

sabato 25 giugno 2022

La pasta reale di Mistretta

 di Pietro Ficarra

                   La pasta reale, o pasta di mandorle, con cui si modellano varie e ammirate forme di dolci è diffusa ovunque sui Nebrodi così come in tutta la Sicilia, ed è ormai anch'essa ampiamente esportata come gli arancini e i cannoli. Il massimo della sua espressione creativa però si raggiunge a parer mio, in tutta la Sicilia, con la pasta reale di Mistretta, i più tipici dolci amastratini, che sembrano vere e proprie sculture di marmo in miniatura. Non me ne vogliano gli artigiani dalle cui mani escono mirabili forme come gli agnelli pasquali o la frutta martorana ma i dolci amastratini sembrano vere e proprie sculture di marmo in miniatura e per questo possono ergersi a simbolo dell'intera (e vasta) dolciaria nebroidea. Pasta di zucchero e mandorle (con l'aggiunta di uova, sugna e farina) che viene cotta dopo essere stata modellata con fantasia in forma di canestrelli di fiori e di frutti, rose, e quant'altro può prendere spunto dagli ornamenti che decorano le chiese e le case della città.

 

Non si stenta a comprendere come ovunque si ritrovino notizie del passato su questo che è il dolce più tipico di Mistretta e che, fin dall'Ottocento almeno, era considerato un must per palati raffinati, destinato ai momenti più importanti, come offerta, ad esempio, della famiglia della sposa nelle feste di fidanzamento. I dolci vengono presentati alla fine su una base di pasta frolla e il colore bianco è dovuto alla rapida cottura nel forno, spesso accentuato dallo zucchero a velo sparso sopra, anche se, innovando, oggi si possono trovare anche colorati.                Questi ultimi, variante più recente, non sono meno belli a vedersi di quelli tradizionali, ma è una gioia per gli occhi, prima ancora del risultato finale, soprattutto vederli modellare dal vivo prima di mangiarli: una pratica che insieme all'acquolina in bocca merita ogni possibile attenzione. Non a caso ho scelto come immagine di copertina del libro sulla cucina e la gastronomia dei Nebrodi le abili mani di un laboratorio della cittadina nebroidea mentre modellano la pasta reale per ricavarne una rosa.

            Le  foto cristallizano la  bravura di Angela Cristia della

Pasticceria Dolci Tentazioni di Mistretta creatrice delle belle forme.









sabato 18 giugno 2022

Granita siciliana, a Oliveri nasce una scuola dedicata

 

 Al via i primi corsi a cura di Maestri gelatieri

 

Marianna La Barbera

Una scuola dedicata alla granita siciliana, per apprendere da Maestri rinomati in tutto il mondo l’arte della preparazione di uno dei prodotti più rappresentativi della tradizione siciliana.
A Oliveri, in provincia di Messina, prendono il via i primi corsi rivolti a gelatieri professionisti, ma anche ad apprendisti desiderosi di intraprendere una professione affascinante, che mescola gusto, tradizione e cultura.

 


All’opera, dodici allievi sotto la guida di tre gelatieri, fra i più affermati d’Italia.
Ovvero, i fratelli Vincenzo e Alessandro Squatrito coadiuvati da Pietro Di Noto che, di fatto, apriranno la prima scuola di granita siciliana nel territorio isolano.
L’inaugurazione è fissata per le 18:00 di domenica 26 giugno, in via Gaspare Amodeo 31, negli spazi della gelateria “Ritrovo Orchidea” a Oliveri, nel territorio dei Nebrodi. 
Un’esperienza sensoriale che si preannuncia come un trionfo di sapori e colori, e che racconterà uno degli aspetti più interessanti della Sicilia dolciaria.
Protagonista assoluto, il genio dei tre imprenditori del gusto che, nel corso della loro vita professionale, hanno contribuito in modo determinante a promuovere l’eccellenza del made in Sicily in Italia e nello scenario gastronomico internazionale. 
 

Più di venti tra granite tradizionali , alla frutta e gourmet, saranno realizzate nella giornata del 26 giugno. 
I corsi, tra teoria e pratica, avranno una durata media di due giorni.

Tra le proposte più innovative, ci sono alcune particolarità: la granita alla sangria, al pomodoro e al basilico, la granita al melograno e, ancora, ai funghi, al fico d’India e al tartufo, allo champagne e al caviale nella categoria gourmet.
Senza dimenticare la granita all’acqua di mare, punta di diamante e cavallo di battaglia della produzione del gelatiere di Castel di Tusa, luogo in cui vive e lavora abitualmente.  

In programma, nel periodo autunnale, ci sono altri appuntamenti.
Il primo, ancora a Oliveri, nei giorni 14 e 15 ottobre.
Il secondo, a Roma, il 24 e 25 dello stesso mese, sotto la guida del Maestro Pietro Di Noto, titolare di una gelateria nella centralissima piazza Colonna della capitale.

Sono circa cinquanta, invece, le granite che è sempre possibile gustare a Oliveri, al “Ritrovo “Orchidea”, di proprietà dei fratelli Squatrito.
Alcune, ormai, sono veri e propri “must”: oltre al melograno, la pesca, la malvasia, i gelsi e i frutti di bosco. 
Piccoli capolavori artigianali preparati con ingredienti qualitativamente eccellenti, freschissimi e a chilometro zero, lavorati nel laboratorio locale.
Di particolare interesse, la preparazione delle granite alle mandorle, alle nocciole o al cioccolato.

La base si ottiene realizzando la pasta nel piccolo mulino a pietra, dove avviene la frantumazione e la trasformazione di nocciole e mandorle.
Anche il cacao viene lavorato, fino a ricavarne una pasta morbida che, in una fase successiva, viene pastorizzata.
L’obiettivo dichiarato dei corsi è divulgare la conoscenza della vera granita, portandola in giro per il mondo, offrendole una ribalta pari a quella di prodotti celeberrimi quali gli spaghetti, il parmigiano, la pizza e la mozzarella.
“Solamente così- spiega Alessandro Squatrito – sarà possibile salvaguardare la granita più antica, realizzata con un metodo di lavorazione tramandatoci dai nostri avi”.
“L’idea di creare una scuola per far conoscere l’autentica granita siciliana – prosegue – nasce dalla consapevolezza che il prodotto è stato più volte lavorato da mani poco esperte di gelatieri occasionali, facendone perdere così le caratteristiche iniziali”.
“Da quando abbiamo aperto la nostra gelateria a Oliveri – precisa il Maestro – abbiamo vinto più di cinquanta premi nazionali e internazionali”.
I due fratelli, infatti, sono i promotori per eccellenza del gelato nel mondo, con particolare attenzione rivolta alla “stracciatella di Bergamo”.
Tanti i primi premi ricevuti, inoltre, per i gusti al pistacchio, alla nocciola e al cioccolato.
“Abbiamo portato –racconta – la nostra cultura della granite in molte regioni d’Italia con grandi risultati, ma anche in Olanda e in Germania”.
“Questo è solo il primo passo – conclude -  non ci fermeremo perché la granita siciliana nel mondo rappresenta la nostra cultura e le nostra radici”.

La storia professionale di Alessandro e Vincenzo Squatrito è ricca di prestigiosi traguardi.
Tra riconoscimenti più significativi ricevuti dai due artigiani, figura il premio dell’Associazione Italiana Gelatieri a Rimini per il gelato al pistacchio.
Nel 2015, inoltre, i fratelli Squatrito sono stati insigniti dell’Oscar del Gelato a Marina di Carrara.

Nel 2022 è arrivata la consacrazione dell’autorevole “Gambero Rosso”, che li ha premiati con due coni.
Grandi successi e riconoscimenti anche per Pietro Di Noto, da anni ambasciatore del gelato italiano all’estero.
Proprio viaggiando per le multinazionali, trent’anni addietro si è appassionato alla produzione del gelato e ne ha fatto uno degli scopi più importanti della sua vita.
Frequente ospite di trasmissioni televisive della RAI, ha ricevuto innumerevoli attestazioni di stima, anche in ambito internazionale.
Nel 2019, la Confcommercio di Messina lo ha insignito di un premio, omaggiandone bravura e notorietà.
Senza dimenticare che il Maestro Pietro Di Noto è autore di ben cinque brevetti.
L’ultimo, “Ice Gelina 2”, è una vaschetta di cartone biodegradabile per il trasporto dei surgelati, riutilizzabile e con un’autonomia di sei ore.
“Ice Gelina” si è rivelato una vera e propria rivoluzione per il settore del trasporto dei surgelati, contribuendo alla vendita online e riducendo il rischio e l’impatto ambientale.
Proprio per i suoi brevetti, ha ricevuto a Catania il Premio “Genio di Sicilia”.
A Bruxelles, inoltre, si è classificato primo nell’ambito di una selezione di oltre duemilacinquecento partecipanti tra pasticceri, gelatieri e chefs, ottenendo il “Taste Award” con il gelato “Maciste Nutraceutico”, senza zucchero ai fiori d’arancio.  


Marianna La Barbera

Giornalista professionista, Marianna La Barbera, alla fine degli anni Novanta, inizia a collaborare con il Giornale di Sicilia e con alcune emittenti televisive quali TGS e TRM. Negli stessi anni, scrive per alcuni quotidiani e periodici come "Sicilia Tempo", "Centonove" e la rivista "Palermo", quest’ultima organo di informazione dell'allora Provincia Regionale. Attualmente, cura l'informazione per una sigla sindacale ed è responsabile di alcuni 'uffici stampa per enti pubblici e privati. Inoltre, ha diretto periodici, prevalentemente economici, quali "APMI News" organo ufficiale dell'Associazione Piccole e Medie Imprese.



giovedì 9 giugno 2022

Pa Social day

 

Conclusa la V edizione del Pa Social day  a Capo d’Orlando

 

Sara la Rosa

 

 

 “Il gusto di comunicare sui social media. Come diffondere messaggi sociali attraverso il cibo”, questo il tema individuato dalla delegazione siciliana di  Pa Social che, presso i locali del Porto di Capod’Orlando, ha realizzato un convegno sul cibo, nella tappa regionale dedicata alla divulgazione dei temi della comunicazione e informazione digitale, svoltasi in contemporanea in 19 città italiane.

L'evento si è avvalso del patrocinio della Regione Siciliana, dei Comuni di Capo D'Orlando, di Bagheria e del Marina di Capo D'Orlando ed è stato accreditato dall’Ordine dei Giornalisti quale evento formativo. 

Ad aprire il dibattito è stato l'intervento di Marcello Proietto Di Silvestro, presidente di Ristoworld Italia, che ha evidenziato come un'adeguata comunicazione relativa al cibo renda più semplice la diffusione di corretti stili di vita.  



Lucia Lauro, assistente sociale e Organization manager di “Cotti in fragranza”, ha raccontato l'esperienza del laboratorio di cucina dell'istituto penitenziario Malaspina di Palermo, che grazie al web e ai social media esporta biscotti e prodotti da forno fino in Belgio, insegnando ai ragazzi un mestiere e quindi assicurando loro una possibilità di riscatto e di reinserimento all'interno della società.  

Con Salvo Scaduto, direttore di Allfoodsicily.it, si è affrontato il legame che può innestarsi tra cibo e cultura, e di come la comunicazione possa incentivare il consumo d'arte. Un'idea già sperimentata all'estero e che è stata realizzata recentemente all'interno del museo Guttuso di Bagheria con l'inserimento di un ristorante gourmet. 

Il cibo racconta molto dell'identità di un luogo eppure, come ha spiegato Maria D'Amico, presidente di Amici della Terra club Nebrodi Onlus e responsabile del progetto Sicilia Tropicale,  la Sicilia seguendo la linea dei cambiamenti climatici ha introdotto negli ultimi anni nuove coltivazioni di frutti tropicali come mango e avocado, arricchendo - senza svilirla - la propria identità culinaria. 

Canzio Marcello Orlando, dell'agenzia di comunicazione Feedback di Palermo, e tra gli organizzatori del Cous Cous fest di San Vito Lo Capo, ha raccontato come il cibo possa diventare un attrattore turistico e uno strumento di marketing territoriale attirando ogni anno in Sicilia migliaia di visitatori da tutto il mondo. La comunicazione digitale in questo caso ha consentito di trasformare una manifestazione, inizialmente locale, in una storia di successo internazionale. 

Ma intorno al cibo è possibile anche creare una comunità eterogenea e porre le basi per una reale integrazione sociale tra popoli e religioni diverse. A dimostrarlo è l'esperienza di Moltivolti, il ristorante multietnico nato nel 2014 a Ballarò, quartiere popolare di Palermo in cui, come ha spiegato il co fondatore Claudio Arestivo, convivono 15 nazionalità e si parlano circa 25 lingue.

In chiusura con l'intervento di Caterina Lo Casto, food writer specializzata in storia e cultura dell’alimentazione, si è parlato  di come una corretta  comunicazione sul cibo e una produzione responsabile contribuisca al processo di sostenibilità ambientale, mentre Simona Bartolozzi, referente alla comunicazione e marketing di Digital Smart Academy, ha analizzato il ruolo della digitalizzazione nel processo di efficientamento e innovazione della filiera agroalimentare.

Al termine del convegno, dalla splendida terrazza del Marina di Capo D'Orlando il coordinamento regionale ha partecipato alla diretta nazionale sui canali di Pa Social. 

I lavori  sono stati coordinati da Sara La Rosa, giornalista e socia di Pa Social, che ha fortemente voluto l’evento a Capo d’Orlando consapevole delle potenzialità della cittadina, e dai coordinatori regionali Marina Mancini e Gianluca Caltanissetta.

La registrazione integrale del convegno è disponibile al seguente link.






Da oltre 20 anni nel settore della comunicazione istituzionale della P.A., con esperienze diversificate presso strutture pubblico/private. Ha inoltre collaborato con il Formez per progetti di sviluppo locale.

Presso il Parco fluviale dell’Alcantara, dove ha prestato servizio per circa 12 anni, ha provveduto a strutturare il settore della comunicazione e dell'educazione ambientale. Diventa giornalista riconoscendo esigenza di comunicazione e trasparenza delle P.A.

Dal 2015 è responsabile della Comunicazione Istituzionale del Parco dei Nebrodi.

Autrice del saggio “Verso una nuova comunicazione del territorio – da Geo & Geo a Facebook e Youtube”,edizioni La Zisa, anno 2015, ha partecipato a numerosi convegni e seminari nonchè docenze su comunicazione, marketing territoriale e organizzazione eventi.

Fa parte della delegazione Siciliana di PA Social, la prima Associazione dedicata alla comunicazione e informazione digitale in Italia.



 

lunedì 6 giugno 2022

Se fossi pane….

 

Se fossi pane….

Il rapporto di Leonardo Sciascia e il cibo principe della dieta mediterranea

 

“ Il pane per i siciliani è l’essenza della civiltà e dell’economia agricola e il simbolo dell’interazione tra la società e la storia: testimonianza continua dei contrasti e delle sofferenze di un popolo che da questa parte del mediterraneo ha saputo mantenere un rapporto di grande intimità con la terra”.

 

 

di Lillo Alaimo Di Loro

 

 «Il rapporto con il pane era normale, non ne andava particolarmente ghiotto e non ricordo si lamentasse della sua qualità. Gli piaceva il pane casereccio, con una crosta robusta. Amava le fuazze e le unchiatedde, condite con olio, pecorino e acciuga. La unchiatedda non sempre riesce

alla perfezione».

Leonardo Sciascia non si lamentava della qualità del pane, con cui aveva un rapporto semplice e naturale. Questa è forse l’espressione più rasserenante di tutta questa nostra riflessione sul cibo. Il pane siciliano è un pane molto dolce, saporito, profumato. È veramente difficile lamentarsene, come è altrettanto difficile riuscire a produrre un pane non all’altezza della sua fama. La qualità delle farine siciliane è stata da sempre eccezionale, forte delle proprietà eccellenti della materia prima. Il grano duro delle varietà antiche Russello, Perciasacchi, Tumminia, o il tenero Maiorca, tra i più noti. Ma la lista dei grani antichi siciliani è lunghissima, figli della “selezione massale” operata direttamente dai contadini, in una regione che è in effetti un piccolo continente per variabilità di clima e di terreno. Terra vocata al grano per eccellenza, tanto che lo stesso Diodoro Siculo, storico siceliota nato ad Agira in provincia di Enna, nel 90 a.C. autore della prima, monumentale enciclopedia della storia, la Bibliotheca historica, sosteneva che il grano in Sicilia fosse esistito da sempre, in contrasto con quanti, già allora, ritenevano che fosse stato

invece introdotto dai greci, a cui i semi erano stati donati direttamente dalla dea Demetra per ricambiare l’ospitalità ricevuta sulla terra.

Il pane per i siciliani è l’essenza della civiltà e dell’economia agricola e il simbolo dell’interazione tra la società e la storia: testimonianza continua dei contrasti e delle sofferenze di un popolo che da questa parte del mediterraneo ha saputo mantenere un rapporto di grande intimità con la terra.

Quando si parla di cibo, nel senso di sostantivo maschile che indica tutto ciò che può essere mangiato per nutrire l’organismo, ci si riferisce spesso al pane. Il pane diventa il simbolo dell’essenziale, imprescindibile elemento della vita stessa. Almeno nella vasta area mediterranea di cui la Sicilia è il centro, il pane di grano duro, e non la polenta di mais o il riso oppure le patate e i crauti, assume un preciso valore di connotazione territoriale, là dove la demarcazione geografica è culturale.

Leonardo Sciascia, soprattutto nella prima fase della sua produzione letteraria, fa larghissimo uso della parola pane. Lo vediamo ne Le parrocchie di Regalpetra dove nelle pagine introduttive ci riferisce di una irritata conversazione sul tema dell’orgoglio, avuta con un suo parente.

Siamo nella “Regalpetra” degli anni cinquanta. Questo suo parente si lamentava del fatto che “i timidi miglioramenti” della condizione sociale degli umili nel secondo dopoguerra istigavano una sorta di “orgoglio di uguaglianza”, che poneva, tra l’altro, i primi deboli limiti allo sfruttamento e alla disponibilità di manodopera a buon prezzo. O meglio a prezzo da fame.

«Questo c’è di nuovo: l’orgoglio; e l’orgoglio maschera la miseria, le ragazze figlie di braccianti e di salinari passeggiano la domenica vestite da non sfigurare accanto alle figlie dei galantuomini, e i galantuomini commentano - guardate come vestono, il pane di bocca si levano per vestire così -; e io penso - bene, questo è forse un principio, comunque si cominci l’importante è cominciare».

E la parola pane, come cibo, necessario nutrimento per la vita, figura ben 35 volte ne Le parrocchie di Regalpetra, in altrettanti contesti che descrivono una condizione di disagio, povertà, sofferenza, sempre a indicare l’assenza, il bisogno di averne abbastanza per potere svolgere una condizione di vita normale, dignitosa. Concetto che anche un altro grande personaggio del secolo scorso ha sviluppato con poetica enfasi, Ignazio Buttitta. Nel descrivere la ragione per cui tanti siciliani dopo il secondo dopoguerra, stremati dalla povertà, intrapresero la strada dell’emigrazione, in quel contesto vissuta come condizione di estrema umiliazione e sconfitta, in una delle sue poesie, L’emigranti ripartono, sintetizza splendidamente nell’assenza del pane la ragione dell’andare “in terra straniera”:

«Oh terra mia d’aranci/ d’aranci e di canzuni/ u latti mi lu dasti/ ma pani un mi nni duni».

E ancora il pane che in più momenti si intreccia con la storia della Sicilia sapendo essere espressione di stoica sopportazione come di irruente violenza, quando il retroterra di disagio sociale culmina nella fame e anima le “rivolte del pane”, troppo spesso strumentalizzate negli esiti da registi occulti che finiscono con trarne nuovi privilegi e nuovo potere. Basta ricordare la rivolta del pane del 1647a Palermo, per il “caro pane” conseguente alla municipalizzazione; la rivolta del 1673 a Messina, per analoghi motivi; La rivolta del Sette e mezzo, nel 1866 a Palermo, ancora una volta a causa dell’aumento del costo del pane e dell’introduzione del “macinato”, tassa sulla farina imposta dal governo centrale (per coprire i costi della guerra contro gli austriaci). Infine, il 19 ottobre del 1944, a Palermo davanti al palazzo Comitini, allora sede della prefettura, una protesta pacifica di gente che chiedeva pane,lavoro e libertà, diede luogo di fatto alla prima strage di stato della storia nazionale, con 24 vittime e 158 feriti, tra i popolani affamati.

Ma Leonardo Sciascia con il pane aveva un rapporto sereno. Ed anche il cibo nell’ultima fase della produzione letteraria figura sempre più come elemento del buon vivere e non come strumento di sopravvivenza. Segno che qualcosa stava cambiando. Lui ne mangiava con gusto, quanto basta per accompagnare companatico e cibi che il suo raffinato palato gradiva e che la sua lucida cultura europea consentiva di scegliere ed apprezzare.

 


Da  La “ragione” del cibo - Leonardo Sciascia a tavola  -   di Lillo Alaimo Di loro

 

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