venerdì 3 luglio 2026

Dalla contestazione istituzionale al riconoscimento culturale: la storia delle De.Co.

  

Il dibattito attorno alle Denominazioni Comunali  tocca il cuore profondo   della salvaguardia delle identità locali. La differenza sostanziale tra l'approccio puramente "burocratico-procedurale" (  promosso  dall'ANCI) e la visione culturale   risiede proprio nel modo in cui viene inteso lo strumento, oscillando tra una rigida imitazione dei marchi comunitari e il ritorno allo spirito anarchico e identitario di Luigi Veronelli che ideò le De.Co.

Prima di entrare nel merito è necessario una breve puntualizzazione.

La riflessione sui prodotti tipici e identitari si colloca al crocevia tra economia, cultura e diritto. In Italia, la valorizzazione delle produzioni locali ha assunto negli ultimi decenni una duplice dimensione: da un lato la tutela normativa e commerciale dei prodotti tipici attraverso disciplinari e certificazioni (DOP, IGP, STG, PAT); dall’altro la patrimonializzazione culturale dei prodotti identitari, che incarnano il genius loci e diventano simboli di appartenenza comunitaria.

 


2. Prodotti tipici: definizione e funzione

I prodotti tipici sono quelli che derivano da pratiche agricole, artigianali o gastronomiche radicate nella tradizione locale e regolamentate da disciplinari.

  • Caratteristiche principali:
    • Legame con un territorio delimitato.
    • Produzione secondo regole codificate.
    • Tutela giuridica attraverso marchi europei (DOP, IGP, STG) o nazionali (PAT).
  • Funzione economica:
    • Protezione contro imitazioni e contraffazioni.
    • Valorizzazione commerciale e turistica.
    • Sostegno alle filiere locali.
  • Esempi: Parmigiano Reggiano DOP, Pistacchio di Bronte DOP, Arancia Rossa di Sicilia IGP.ect

Il prodotto tipico, dunque, è un bene economico che si colloca nel mercato globale con garanzie di qualità e tracciabilità, ma rischia di perdere parte della sua spontaneità e varietà locale a causa della rigidità dei disciplinari.


3. Prodotti identitari: definizione e funzione

I prodotti identitari non possiedono certificazioni formali, ma sono riconosciuti come simboli culturali e sociali.

  • Caratteristiche principali:
    • Espressione del genius loci, cioè dello “spirito del luogo”.
    • Valore immateriale e simbolico, più che tecnico.
    • Riconoscimento comunitario, spesso sancito dalla De.Co.  
  • Funzione sociale e culturale:
    • Rafforzare l’identità collettiva.
    • Trasmettere memoria e tradizione.
    • Costruire narrazioni territoriali.

Il prodotto identitario diventa un “segno” che racconta il territorio, più che un bene economico. È irripetibile e non standardizzabile, perché legato alla comunità che lo produce e lo riconosce nella tradizione orale e identitaria di una comunità. Un prodotto identitario non si inventa in laboratorio, o c'è perchè appartiene al DNA di un popolo, o non c'è, perchè senza anima e priva di una storia o leggenda narrante trasmessa nel corso del tempo  

 

1. Le De.C.O.  e la "Cassetta degli Attrezzi" "rubata" ai  Marchi di Tutela

Molti Comuni, spesso seguendo le linee guida promosse dall'ANCI   hanno interpretato la De.C.O. applicandovi in modo improprio gli schemi tipici delle certificazioni europee (come DOP e IGP).

  • L'errore metodologico: Si tende a utilizzare una "cassetta degli attrezzi" giuridico-amministrativa fatta di commissioni comunali d'esperti, regolamenti restrittivi e disciplinari di produzione, propri dei marchi di tutela, in più occasioni censurati dal MIPAF
  • Il limite: Questo approccio burocratizza un istituto che,   non è un marchio di qualità o di tutela giuridica (riservati in esclusiva alla UE), bensì una semplice attestazione di storicità e legame territoriale deliberata dal Comune. Equiparare la De.C.O. a una mini-DOP genera un corto circuito normativo e allontana i piccoli produttori artigianali, spaventati da adempimenti che imitano la complessità dei consorzi di tutela maggiori.
  • L'errore di attribuzione: in nessuno dei documenti tecnocratici elaborati dall'ANCI si evince che le De.Co siano state ideate da Luigi Veronelli, quasi a disconoscerne il ruolo, o peggio ancora a stravolgere l'idea di Veronelli.
  •  

“La De.Co. non è un marchietto, ne strumento di tutela." 

 

La storia delle Denominazioni Comunali (De.Co.) in Italia è tutt’altro che lineare. È una vicenda complessa, attraversata da equivoci, contrapposizioni istituzionali e, soprattutto, da una persistente ambiguità interpretativa che ha spesso snaturato il senso originario dello strumento.

Tutto prende forma nei primi anni Duemila, quando alcuni Comuni iniziano a introdurre le De.Co. come strumenti di valorizzazione delle produzioni locali. In questa fase iniziale, il progetto promosso dall’ANCI tende a configurare la De.Co. come una sorta di marchio di qualità territoriale, accompagnato da regolamenti, disciplinari di produzione e commissioni tecniche. Una impostazione che, tuttavia, entra immediatamente in rotta di collisione con il quadro normativo europeo.

La posizione del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali (MIPAF) è chiara e inequivocabile già dal 2004. Con una nota ufficiale del 5 febbraio, indirizzata proprio all’ANCI, alle Regioni e alle Province autonome, il Ministero esprime un netto dissenso verso tali iniziative, ritenute illegittime. Il nodo centrale è giuridico: nessun ente locale può istituire marchi pubblici che attestino l’origine o la qualità di un prodotto agroalimentare, poiché tale competenza è riservata esclusivamente all’Unione Europea attraverso il sistema delle DOP e IGP disciplinato dal Regolamento CE n. 2081/92.

Il rischio, secondo il MIPAF e in linea con l’orientamento della Commissione europea, è duplice: da un lato, la violazione del principio di libera circolazione delle merci sancito dall’art. 28 del Trattato CE; dall’altro, la possibile configurazione di aiuti di Stato incompatibili con il mercato interno. In questo scenario, qualsiasi “marchio comunale” che richiami l’origine geografica dei prodotti si pone fuori dal perimetro della legittimità.

È proprio da questa frattura che emerge, nel 2005, un momento di svolta fondamentale: il Convegno di Alessandria. In quella sede si afferma con forza una distinzione destinata a segnare il futuro delle De.Co.: esse non sono marchi di qualità, né strumenti di certificazione, ma semplici attestazioni anagrafiche di identità territoriale. Non giudicano la qualità, non impongono disciplinari, non creano barriere. Registrano, piuttosto, un legame storico e culturale tra una comunità e le sue produzioni.

Questa interpretazione è perfettamente coerente con il pensiero di Luigi Veronelli, ideatore delle De.Co., (mai citato dall'ANCI nei documenti tecnocratici prodotti)   che le concepiva come un atto politico e culturale, non tecnico. Per Veronelli, la De.Co. è una dichiarazione del Sindaco, una presa d’atto pubblica che riconosce un prodotto come espressione autentica del territorio. Un censimento, più che una certificazione.

A rafforzare questa visione interviene anche l’allora Ministro Gianni Alemanno, che ribadisce come le De.Co. debbano limitarsi a essere strumenti di riconoscimento identitario, privi di qualsiasi ambizione regolatoria o qualitativa. Una semplice delibera comunale, dunque, capace di fotografare in un dato momento storico il patrimonio culturale e produttivo di una comunità.

In definitiva, la vera distinzione non è tra modelli concorrenti, ma tra visioni opposte: da una parte, chi continua a utilizzare impropriamente strumenti tipici della certificazione (disciplinari, commissioni, marchi), ignorando i vincoli normativi; dall’altra, chi riconosce nella De.Co. un atto di autodeterminazione culturale delle comunità locali.

La De.Co., dunque, non è un marchio. È memoria istituzionalizzata. È identità dichiarata. È, soprattutto, un atto politico nel senso più alto del termine: quello che affida al Sindaco il compito di custodire e trasmettere il patrimonio immateriale del proprio territorio.

Ed è proprio in questa dimensione che risiede la sua forza autentica.

 Taluni per opportunità, ignorano la storia, sono perfino capaci di parlare di De.Co nei comuni che hanno adottato il modello ANCI spacciandoli per le  De.Co di Veronelli, come dire parlano del diavolo e dell'acqua santa, contemporaneamente  ... contenti loro!

     Altri comuni mentre molto coerentemente hanno compreso le differenze e hanno annullato in autotutela  il percorso "farlocco"

Per  completezza va anche aggiunto che l'ANCI ha abbandonato  le De.Co ripiegando su un altro strumento la RES-TIPICA

 



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