NinoSutera
Un racconto storico, dalla posizione del MIPAF contro la procedura dell'ANCI
“La De.Co. non è un marchietto, ne strumento di tutela."
La storia delle Denominazioni Comunali (De.Co.) in Italia è tutt’altro che lineare. È una vicenda complessa, attraversata da equivoci, contrapposizioni istituzionali e, soprattutto, da una persistente ambiguità interpretativa che ha spesso snaturato il senso originario dello strumento.
Tutto prende forma nei primi anni Duemila, quando alcuni Comuni iniziano a introdurre le De.Co. come strumenti di valorizzazione delle produzioni locali. In questa fase iniziale, il progetto promosso dall’ANCI tende a configurare la De.Co. come una sorta di marchio di qualità territoriale, accompagnato da regolamenti, disciplinari di produzione e commissioni tecniche. Una impostazione che, tuttavia, entra immediatamente in rotta di collisione con il quadro normativo europeo.
La posizione del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali (MIPAF) è chiara e inequivocabile già dal 2004. Con una nota ufficiale del 5 febbraio, indirizzata proprio all’ANCI, alle Regioni e alle Province autonome, il Ministero esprime un netto dissenso verso tali iniziative, ritenute illegittime. Il nodo centrale è giuridico: nessun ente locale può istituire marchi pubblici che attestino l’origine o la qualità di un prodotto agroalimentare, poiché tale competenza è riservata esclusivamente all’Unione Europea attraverso il sistema delle DOP e IGP disciplinato dal Regolamento CE n. 2081/92.
Il rischio, secondo il MIPAF e in linea con l’orientamento della Commissione europea, è duplice: da un lato, la violazione del principio di libera circolazione delle merci sancito dall’art. 28 del Trattato CE; dall’altro, la possibile configurazione di aiuti di Stato incompatibili con il mercato interno. In questo scenario, qualsiasi “marchio comunale” che richiami l’origine geografica dei prodotti si pone fuori dal perimetro della legittimità.
È proprio da questa frattura che emerge, nel 2005, un momento di svolta fondamentale: il Convegno di Alessandria. In quella sede si afferma con forza una distinzione destinata a segnare il futuro delle De.Co.: esse non sono marchi di qualità, né strumenti di certificazione, ma semplici attestazioni anagrafiche di identità territoriale. Non giudicano la qualità, non impongono disciplinari, non creano barriere. Registrano, piuttosto, un legame storico e culturale tra una comunità e le sue produzioni.
Questa interpretazione è perfettamente coerente con il pensiero di Luigi Veronelli, ideatore delle De.Co., (mai citato dall'ANCI nei documenti tecnocratici prodotti) che le concepiva come un atto politico e culturale, non tecnico. Per Veronelli, la De.Co. è una dichiarazione del Sindaco, una presa d’atto pubblica che riconosce un prodotto come espressione autentica del territorio. Un censimento, più che una certificazione.
A rafforzare questa visione interviene anche l’allora Ministro Gianni Alemanno, che ribadisce come le De.Co. debbano limitarsi a essere strumenti di riconoscimento identitario, privi di qualsiasi ambizione regolatoria o qualitativa. Una semplice delibera comunale, dunque, capace di fotografare in un dato momento storico il patrimonio culturale e produttivo di una comunità.
È in questo solco che nasce il percorso dei Borghi Genius Loci De.Co., un modello evoluto che supera definitivamente le ambiguità del passato. Qui la De.Co. non è più fraintesa come marchio, ma recuperata nella sua dimensione originaria: un dispositivo culturale fondato su cinque pilastri essenziali — territorio, tradizioni, tipicità, tracciabilità e trasparenza.
Questo approccio, presentato anche in contesti nazionali come il Forum PA 2013 e riconosciuto tra le buone pratiche dal Forum dei Movimenti per la Terra e il Paesaggio, rappresenta una sintesi virtuosa tra identità locale e rispetto delle normative europee. Non vi è alcuna sovrapposizione con i sistemi DOP o IGP, ma una complementarità culturale.
In definitiva, la vera distinzione non è tra modelli concorrenti, ma tra visioni opposte: da una parte, chi continua a utilizzare impropriamente strumenti tipici della certificazione (disciplinari, commissioni, marchi), ignorando i vincoli normativi; dall’altra, chi riconosce nella De.Co. un atto di autodeterminazione culturale delle comunità locali.
La De.Co., dunque, non è un marchio. È memoria istituzionalizzata. È identità dichiarata. È, soprattutto, un atto politico nel senso più alto del termine: quello che affida al Sindaco il compito di custodire e trasmettere il patrimonio immateriale del proprio territorio.
Ed è proprio in questa dimensione che risiede la sua forza autentica.


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