DanielaTorcia
Nel linguaggio comune, termini come “tipico”, “tradizionale” e “identitario” vengono spesso usati come sinonimi. Ma, spiega Nino Sutera, sul piano storico-culturale e istituzionale ciascuno indica categorie profondamente diverse. La distinzione, sottolinea Sutera, si fonda su tre criteri essenziali: temporalità, territorialità e funzione simbolica. Capirli non è un esercizio teorico, ma serve a evitare sovrapposizioni improprie e a costruire politiche di tutela e valorizzazione coerenti.
Un prodotto è tradizionale quando mostra continuità nel tempo. La tradizionalità riguarda la permanenza di pratiche produttive o gastronomiche trasmesse di generazione in generazione. “Tuttavia, un prodotto tradizionale – precisa Sutera – non è necessariamente esclusivo di un territorio, né rappresenta automaticamente un simbolo identitario. Può essere diffuso in più aree e conservare valore culturale senza assumere centralità simbolica”.
Diversa è la nozione di prodotto tipico, che entra in gioco con la territorialità in senso giuridico ed economico. Un prodotto tipico è legato a un’area delimitata e regolamentato da disciplinari che ne codificano modalità produttive, materie prime e standard qualitativi. La tipicità consente l’accesso a strumenti di tutela come DOP, IGP o SGT, e ha una funzione prevalentemente economica: proteggere il prodotto da imitazioni, rafforzare le filiere locali e posizionarlo sul mercato globale. Anche in questo caso, però, “anche la tipicità non coincide automaticamente con l’identità”, sottolinea Sutera.
La categoria più complessa è quella dei prodotti identitari. Qui, spiega Sutera, la dimensione centrale non è né il disciplinare né la semplice continuità storica, ma il riconoscimento della comunità. Un prodotto identitario incarna il genius loci, lo spirito del luogo: è parte della memoria collettiva, evoca appartenenza e si intreccia con riti, feste, narrazioni e leggende. Non basta che sia antico: deve essere percepito come simbolo distintivo della comunità, attraverso cui il territorio si racconta e si riconosce.
In questa prospettiva si inserisce la Denominazione Comunale (De.Co.), proposta negli anni Novanta da Luigi Veronelli. Come ricorda Sutera, la De.Co. non certifica qualità merceologica, ma riconosce un valore civico e culturale, di unicità e di appartenenza. “La De.Co. è uno strumento di patrimonializzazione, non un marchio commerciale: attribuisce al prodotto un significato identitario se tale significato è realmente radicato nella comunità”, precisa.
Definire identitario un prodotto richiede prudenza e rigore: “L’identità non nasce da una strategia di marketing né da una dichiarazione formale approssimata”, conclude Sutera, “è il risultato di una sedimentazione storica, di un riconoscimento collettivo diffuso e di una funzione simbolica stabile nel tempo”. I laboratori di pasticceria, aggiunge, sperimentano sempre prodotti nuovi per incuriosire la clientela, ma la novità non è sinonimo di identità.
In sintesi, la distinzione tra tradizionale, tipico e identitario non stabilisce gerarchie, ma chiarisce funzioni diverse: Tradizionale: continuità nel tempo. Tipico: tutela territoriale e normativa. Identitario: appartenenza e simbolo. Sutera conclude sottolineando l’importanza dei Borghi Genius Loci DeCo come presidi di localismo consapevole: laboratori culturali capaci di proteggere la memoria storica, trasmettere saperi tradizionali e generare innovazione sociale sostenibile.

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